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Hetor: la Campania da riscoprire

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Author Archive by Marianna Ambrosino

L’anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere

Gli anfiteatri e teatri in Campania sono più di 30 e tutti ne conoscono i più famosi: i teatri e l’anfiteatro di Pompei, l’anfiteatro di Nocera Superiore, gli anfiteatri di Pozzuoli o l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere. Ma quanti ne conoscono davvero la storia? Basta considerare uno solo di questi siti per rendersi conto che, spesso, non ne si conosce nulla, neanche il valore storico – artistico che questi possiede.

L’esempio più calzante è costituito dall’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, meglio conosciuto come l’anfiteatro Campano o Capuano, e identificato come la sede della prima scuola di gladiatori. Si dice, infatti, che fu proprio da qui che il gladiatore Spartaco guidò nel 73 a.C. la rivolta che per due anni bloccò la città di Roma.

L’anfiteatro fu realizzato tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo, in sostituzione dell’arena meno capiente risalente all’età graccana. L’anfiteatro, con le sue dimensioni di 165 m sull’asse maggiore e 135 m su quello minore, è il secondo in ordine di grandezza tra questo tipo di monumenti in Italia dopo il Colosseo, per il quale servì da modello, classificandosi, così, come il primo anfiteatro del mondo romano.
Della sua costruzione tra quegli anni ne veniamo a conoscenza grazie ad una iscrizione (conservata al Museo provinciale Campano) dedicata ad Antonino Pio, nella quale si citano i lavori di restauro del colonnato e i nuovi arredi scultorei fatti eseguire dall’imperatore Adriano.

La struttura a pianta ellittica presentava in origine i quattro ordini canonici di spalti in marmo (ima, media e summa cavea, attico) a cui si accedeva tramite scale interne ed esterne, impostati su altrettanti livelli di gallerie, e che potevano contenere circa 50.000 persone; si apriva in facciata con ottanta arcate tutte della stessa ampiezza, se si escludono quelle in corrispondenza dei quattro punti cardinali, dove si trovavano gli ingressi principali. A decorazione della facciata, poi, erano posizionati numerosi busti a rilievo di divinità, tra i quali Giove, Giunone, Diana, Apollo e altri. Di questi, pochi si conservano ancora in loco, alcuni sono stati spostati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e alcuni al Museo Provinciale Campano: tutti gli altri furono riutilizzati come materiali di spoglio. Al di sotto dell’anfiteatro si sviluppavano i sotterranei, comunicanti tra di loro tramite corridoi e gli ambienti di servizio, che venivano utilizzati per i macchinari e gli apparati scenici.

L’anfiteatro campano subì numerose modifiche nel corso del tempo, anche in seguito alla distruzione causata dai Vandali nel V secolo ma continuò a mantenere le sue funzioni fino al IX secolo, quando fu trasformato in una fortezza. In seguito, a partire dal periodo della dominazione sveva, l’anfiteatro divenne cava di estrazione di materiali lapidei, riutilizzati nella costruzione degli edifici della città.

A partire dal 1800 si iniziarono i lavori di scavo e di recupero del sito, ma fu solo tra gli anni 20 e 30 del ‘900 che fu liberato dalla terra che lo ostruiva e fu restituito alla vista di chi voleva ammirarlo, attraverso una campagna di valorizzazione che va dagli scavi nel piazzale antistante alla costruzione di un bookshop e una caffetteria, fino all’inserimento del sito all’interno del circuito della rassegna teatrale Teatri di Pietra.

Ancora oggi, l’anfiteatro costituisce uno dei siti più visitati in Campania, grazie non solo alla sua importanza storica ma anche grazie allo stato di conservazione in cui si trova: esso è uno degli anfiteatri meglio conservati della Campania.