Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Ecco la seconda parte del viaggio intrapreso settimana scorsa tra le bellezze del Parco Regionale del Matese: luoghi selvaggi, paesaggi mediterranei, grotte, aree archeologiche, borghi suggestivi e prelibatezze della tradizione locale.

 

In visita alle fortificazioni del luogo

Sappiamo che la Campania è una terra ricca di bellezze storiche ed architettoniche che si sposano perfettamente con le meraviglie naturali di questa regione.

 

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Fra i luoghi di maggior valore storico, è di dovere annoverare i suoi castelli. In particolare, l’area del Matese ne è ricca: con l’arrivo dei Saraceni, i centri si arroccarono tutti sui rilievi, in posizioni più riparate. La maggior parte di questi borghi conserva ancora perfettamente l’antica struttura medievale: le porte di accesso, le mura, le chiese, i castelli.

Uno degli esempi più significativi è il Castello di Prata Sannita, costruito nel XII secolo, perfettamente conservato. Esso è parte integrante di un piccolo borgo ancora parzialmente racchiuso dalle sue mura e si eleva su un costone roccioso che degrada verso il fiume Lete.

Lo stesso accade per il centro storico di Ailano, che conserva una struttura tipicamente medievale con stradine strette e tortuose che hanno origine dall’imponente castello medievale, costruito prima dell’anno 1000 sui resti di una villa romana e dotato ancora oggi di una possente torre circolare con base scarpata.

Altro paese costruito intorno al Castello di origine medievale è Cusano Mutri, dichiarato uno dei borghi più belli della Campania. Esso, infatti, sorge su uno sperone roccioso sull’estremo lembo orientale del massiccio del Matese e conserva ancora il suo fascino medievale, caratterizzato dalle strette stradine, dai portici e dalle case con portali e finestre in pietra lavorata. In piazza Lago sorgeva il Castello che dominava tutta quest’area di cui, oggi, non restano che alcuni ruderi poiché distrutto a causa di un’insurrezione popolare nel XVIII. Sull’origine del castello non si ha alcuna documentazione scritta anche se un forte era già citato nella bolla di papa Felice III che nel 490 elesse il primo parroco della chiesa di san Pietro, sita appunto presso le mura del castello.

Su un colle che domina gli abitati circostanti si trovano il Castello di Gioia Sannitica, di cui oggi restano cospicui resti su un’altura isolata in contrada Caselle, e il Castello di Letino, sito a 1200 metri sul livello del mare. Quest’ultimo si trova racchiuso in una poderosa cinta muraria, al cui interno si trovano il Santuario di Santa Maria del Castello e il cimitero del comune.

Cinto da possenti mura è anche il Castello di Cerreto Sannita, poco distante dall’attuale centro abitato, mentre nel cuore del borgo antico si trova il Castello di Faicchio: oggi location per matrimoni, risale al XIII secolo, come recita l’epigrafe posta sul portale d’ingresso ma fu ristrutturato e trasformato dal nobile napoletano Duca Gabriele De Martino.

Tra gli altri, si ricordano anche il Castello di Capriati a Volturno, facilmente individuabile grazie all’alta e possente torre circolare, il Castello ducale dei Gaetani d’Aragona di Piedimonte Matese, la torre di Pietraroja e il Castello del Matese, di cui si ammirano ancora le torri circolari con base a scarpa e dei tratti delle mura della fortezza.

Infine, posto tra i  comuni di Sant’Angelo d’Alife e di Raviscanina, si trova il Castello di Rupecanina, strategicamente ben posizionato nell’ambito dell’assetto viario della Media Valle del Volturno.

 

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Prelibatezze e prodotti naturali del territorio da assaggiare assolutamente

Immancabile dopo una visita alla bellezze del territorio, una sosta rigeneratrice. È questo il momento giusto per assaporare le prelibatezze che questa terra offre.

Sopra ogni cosa, visto anche il notevole sviluppo della pastorizia in queste aree, bisogna gustare i formaggi tipici: la marzellina, anche detta ricotta di pecora del Matese, o meglio Récotta Sécca, è frutto del lavoro delle popolazioni dei monti del Matese, che tradizionalmente e storicamente sono sempre state popolazioni di pastori, testimoniato dal grande numero di aziende ovine presenti sul territorio.

Prodotta in tutte le aree montane del Massiccio del Matese, ma soprattutto nei Comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese, è ottenuta dalla successiva lavorazione del siero di latte di pecora, residuo della lavorazione del pecorino, appena dopo l’estrazione della cagliata; la ricotta viene raccolta e versata in fuscelle cilindriche dove permane per 24 ore e poi, viene estratta, salata e messa ad asciugare su ampi tavole di legno di faggio; successivamente viene conservata in barattoli ermetici con l’aggiunta di poco olio e foglioline di pimpinella, cioè timo essiccato, a volte aromatizzate solo in superficie con del peperoncino.

Altro formaggio, prodotto principalmente nei comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese è la stracciata del Matese, altresì detta Stracciata ré Matese, il cui nome deriva dal gesto di “stracciare” la pasta che da forma al prodotto. Il sapore è piacevole, dolce e delicato; viene consumato fresco di giornata. Si differenzia dalla Stracciata irpina per la maggiore consistenza e per la forma data al prodotto, a mo’ di cordone, di dimensioni variabili e di peso che arriva fino ad 1 kg.

Altri formaggi tipici della zona sono: il formaggio duro e il formaggio morbido del Matese, il pecorino e il caso maturo.

 

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Da ricordare anche il prosciutto di Pietraroja, dall’aroma delicato ed inconfondibile, prodotto nell’omonimo comune del beneventano. Questa bontà è famosa e rinomata da secoli: in una collezione di stampe dell’archivio del Regno di Napoli il simbolo di questo piccolo paese del Beneventano rappresenta una donna con un prosciutto, mentre nel 1917, Antonio Iamalio, nella sua descrizione della provincia di Benevento, ci dice che “Fiorente vi è principalmente l’allevamento dei suini, donde i rinomati prosciutti di Pietraroja”. Purtroppo oggi la sua produzione si è ridotta di molto ed è per lo più destinato al consumo familiare.

Sempre nell’area di Pietraroja e di Cerreto Sannita crescono i virni, funghi tipicamente primaverili, molto ricercati per le ottime caratteristiche organolettiche. Le aree di crescita nella zona sono chiamate vernere, spesso caratterizzate da un’area a forma “di ferro di cavallo” con il colore dell’erba più scuro, fenomeno attribuito dalla fantasia popolare al passaggio di una janara, una strega. I virni sono presenti nei menù di tutti i ristoranti tipici della zona nel periodo di raccolta, regalando piatti come tagliatelle, frittate o uova strapazzate con formaggio, ma vengono consumati anche crudi.

Prodotto coltivato nell’area da almeno un secolo è la patata nera del Matese che costituiva la base dietetica delle popolazioni locali più povere, alimentando, in passato, un fiorente commercio che raggiungeva le città di Napoli e Caserta, che purtroppo oggi è quasi scomparsa: l’abbandono delle coltivazione a favore della pastorizia estensiva è sempre più frequente.

Veniva utilizzata soprattutto per minestre e, insieme ad altre varietà locali, è ingrediente base anche del pane di patate, ancora prodotto a Cusano Mutri. Veniva fatto in tutte le case, costituendo l’alimento base per ogni famiglia: di antica origine, la sua preparazione ed i suoi ingredienti sono rimasti pressoché identici ed invariati. Viene prodotto e consumato soltanto a livello locale, anche se è molto apprezzato dai visitatori delle sagre che hanno luogo nel comune di Cusano Mutri in estate.

Contestualmente alla raccolta dei tuberi viene seminata la segale sécena: un tempo impiegata per la panificazione, oggi viene utilizzata per l’alimentazione, soprattutto invernale, del bestiame.

Per chi volesse gustare un buon piatto di pasta della tradizione consigliamo i carrati: pasta fresca di grano duro realizzata lavorando rettangoli di pasta da cui si ricavano pezzetti di lunghezza variabile che vengono arrotolati, trainati o “carriati”, da cui il nome, con un veloce gesto delle dita unite attorno ad un ferretto, il quale è patrimonio di ogni famiglia e fa parte del corredo delle spose. Vengono conditi con ragù di pecora o gallina, ragù di carciofi, ragù di pomodoro con pecorino stagionato e noci. I carrati sono, nella tradizione pietrarojana, un cibo rituale, connesso alla stagione di semina del grano: la lunghezza del carrato, dovuta all’abilità della massaia, era direttamente proporzionale alla lunghezza delle spighe raccolte.

Prodotto tipico da assaggiare giunti a Sant’Angelo d’Alife sono i biscotti dell’Angelo, taralli dalla consistenza morbida e dal gusto delicato. È a tutti gli effetti un cibo rituale: non è confezionato a scopo di vendita ma solo per la festa di San Michele Arcangelo, celebrata il 29 settembre nell’omonimo santuario e relativa grotta dedicata al santo.
Un’altra ricetta che si tramanda di generazione in generazione è quella dei taralli di San Lorenzello.

 

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Anche la cipolla Alifana presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate: ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda. Vengono vendute e conservate nelle caratteristiche nzerte, intrecci realizzati con le foglie essiccate, da tenere rigorosamente appesi. La cipolla alifana viene utilizzata nella cucina tradizionale locale per la preparazione di minestre con fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.

Tra gli altri prodotti coltivati e prodotti all’interno dell’area del Massiccio del Matese troviamo:

  • la castagna Jonna, chiamata così da un termine che in dialetto significa “bionda” poiché ha una buccia con striature chiare: è la castagna che viene ampiamente utilizzata per la produzione dei buonissimi marron glacè;
  • il granturco di Gallo Matese, utilizzato per l’alimentazione umana e mai per l’alimentazione animale, per la produzione di polenta anche nella tradizionale forma del frattaccio;
  • il timo delle coste del monte Mutria, che cresce spontaneo in quest’area, viene utilizzato per tisane o per condire minestre ed arrosti, ma anche per la concia di formaggi e ricotta essiccata;
  • il fagiolo di Gallo Matese, ecotipo locale, ottimo per zuppe, minestre, oppure con il frattaccio, polenta raffreddata e tagliata in pezzi schiacciati;
  • il cece e le lenticchie di Valle Agricola, molto pregiati, dal sapore intenso, sono sfruttati soprattutto essiccati per la preparazione di piatti della cucina tradizionale locale.

L’area del Matese è da sempre considerata pura ed incontaminata, posta nel cuore della Campania, e da sempre ha destinato parte dei suoi terreni alla coltivazione della vite.

Sannio, Falanghina, Beneventano, sono solo alcuni esempi di vini con denominazione D.O.C., D.O.P. e I.G.T. che vengono alla luce proprio in questo territorio.

 

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In alcune aree la vite e la sua epoca vegetativa, scandiscono il tempo della vita della comunità locale, in particolare nelle aree tra il massiccio del Matese e il Taburno, e dalle pendici del Taburno al fiume Calore.

 

Dopo aver letto di questa terra e di tutto ciò che offre non vi è venuta voglia di ammirarla in tutta la sua bellezza?

Buona visita!

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