Pasquetta in Campania

Come vivere una giornata all’insegna del divertimento e del relax grazie al patrimonio culturale campano.

Cosa fai a Pasquetta?” Lo sappiamo tutti che questa domanda ve la stanno ponendo già da settimane. Eppure, si sa, si arriva sempre all’ultimo minuto per scegliere come trascorrere questa giornata. Il motivo, probabilmente, è anche da ricercarsi nella vastità di opzioni che la nostra regione ci offre.

La Campania, infatti, è ricchissima di luoghi da scoprire ed è, al contempo, la più indicata per trascorrere il Lunedì dell’Angelo, visto il clima mite, tipicamente primaverile.

La Pasquetta è il giorno giusto, insomma, per una gita fuori porta con amici e familiari.

In questo articolo ecco qualche suggerimento di attività all’aperto per chi è a corto di idee.

 

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Gita culturale all’aperto

Una delle mete predilette per la scampagnata di Pasquetta è costituita, sicuramente, dalla Reggia di Caserta.

Il luogo, inserito in un’atmosfera che riporta ad un’altra epoca, costituisce un ottima opportunità per chi vuole unire la visita culturale alla passeggiata nella natura, grazie anche al biglietto unico che consente la visita sia agli appartamenti storici che al parco. E, per chi non ha voglia di fare la fila, si possono acquistare i biglietti anche online, sul sito ufficiale della reggia di Caserta.

  • Orario di apertura degli Appartamenti Storici: 8:30 – 19:30
  • Orario di apertura del Parco: 8:30 – ultimo ingresso- 18:00 -chiusura- 19:00
  • Orario di apertura del Giardino Inglese: 8:30 – ultimo ingresso- 17:00 -chiusura- 18:00

Situazione molto simile a quella della Reggia di Caserta viene offerta anche a Napoli, dove potrete trascorrere una giornata all’interno del Museo e Real Bosco di Capodimonte. Anche in questo caso, infatti, potrete organizzare una giornata all’insegna della cultura, senza, però, rinunciare alla passeggiata all’aperto e senza restare troppo in attesa.

Il sito del Museo di Capodimonte, infatti, offre anch’esso la possibilità di acquistare in anticipo il biglietto. Unica differenza dalla reggia vanvitelliana è l’ingresso gratuito per il parco.

  • Orari di apertura del Museo:
    Primo piano 8:30 – 19:30
    Secondo e terzo piano 9:30 – 17:00
  • Orari di apertura del Parco: 7:00 – 19:30

Non è cosa nuova, dunque, che gli immensi giardini della Reggia di Caserta e di Capodimonte siano sempre meta di scampagnate, ma l’occasione è anche ghiotta per vedere gli altri complessi culturali offerti dalla nostra terra. Uno di questi è costituito dagli scavi di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, che conservano alcuni dei tesori più importanti dell’intero patrimonio culturale mondiale.

Nello stesso anno, nel 1997, le 3 aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, infatti, sono state inserite all’interno della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

Tutti e 3 i siti hanno delle peculiarità che le rendono, seppur simili, estremamente diverse ma che insieme costituiscono una testimonianza completa e vivente della società e della vita quotidiana romana.

  • Orari di apertura delle 3 aree archeologiche: 8:30 – 19:30

 

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Gita nelle oasi naturali:

Per gli appassionati delle gite fuori porta e della natura, invece, potrebbe essere interessante trascorrere una giornata all’interno di una delle 42 Aree Naturali riconosciute presenti in Campania.

Ad esempio la Baia di Ieranto, posizionata tra le acque cristalline dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, dinanzi ai Faraglioni dell’isola di Capri.

Il bene, donato al FAI nel 1987, è raggiungibile esclusivamente a piedi attraverso un sentiero di media difficoltà di circa 40 minuti che parte da Nerano.

  • La Baia è aperta al pubblico tutti i giorni, dall’alba a un’ora prima del tramonto.
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Per chi, invece, desidera un luogo più facilmente raggiungibile in automobile, si consiglia l’Oasi di Persano.

L’Oasi WWF di Persano si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria tra i comuni di Campagna e Serre, nella provincia di Salerno. L’area, che si estende per circa 110 ettari ed è conosciuta soprattutto per la presenza della lontra, è infatti dotata di una grande area di parcheggio.

  • E’ visitabile tutto l’anno, dalle 10:00 alle 15:00 nei periodi invernali e dalle 9:00 alle 17:00 nei periodi estivi.

Gli appassionati di bird watching, invece, possono recarsi presso l’Oasi lago di Conza, che si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria nel Comune di Conza della Campania, in provincia di Avellino.

Le sue caratteristiche geografiche rendono l’area un punto di ristoro e riposo per gli uccelli durante la rotta migratoria tra Tirreno e Adriatico. All’interno di quest’oasi, infatti, sono state censite oltre 100 specie, tra cui gli aironi.

  • Il sito è aperto tutte le domeniche e i giorni festivi, dalle 9:00 alle 17:00.

 

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Gita vista mare

Pasquetta al mare, invece, più che una tendenza, è una speranza. La speranza che le condizioni climatiche siano favorevoli ai bagni. Non basta solo che ci sia il sole, ma deve anche far caldo.

In questo caso, sono numerose le zone dove poter trovare pace, tranquillità e paesaggi da cartolina.

Per esempio, nella Costiera Sorrentina, le spiagge di Sorrento e Vico Equense sono da sempre le più frequentate durante questa giornata: questo non solo per la bellezza del posto, ma anche perché, oltre a vedere il mare, si può decidere di fare anche una bella passeggiata nei vicoletti, con le soste alle tante botteghe tipiche dove acquistare souvenir e alimenti tradizionali del posto.

Nella Costiera Amalfitana, invece, possiamo immergerci nella struggente bellezza del lungomare di Maiori, passando per Amalfi, fino a giungere a Vietri. Qui, oltre al mare, si può andare alla scoperta delle famose ceramiche del luogo.

Da non dimenticare, poi, ci sono le isole di Procida, Capri, dove potrete percorrere un itinerario naturalistico a piedi, e Ischia.

Passare la Pasquetta a Ischia comporta numerosi vantaggi: si possono trovare spiagge accoglienti e fonti termali, sia a pagamento che gratuite, oppure si può organizzare una visita al famoso Castello Aragonese.

  • Il Castello Aragonese è aperto tutto l’anno, 7 giorni su 7, dalle ore 9 fino al tramonto
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Ora non vi resta che impacchettare la vostra frittata di maccheroni e il vostro casatiello e partire per una giornata all’insegna della cultura campana.

Artigianato artistico in Campania

L’artigianato, in particolare quello artistico, costituisce una fonte fondamentale per la ricostruzione della storia di una civiltà in tutti i suoi aspetti.

Le opere che ci hanno lasciato gli artigiani sono una vera e propria testimonianza che ci aiuta a comprendere l’evoluzione di un popolo, le sue ricchezze, le attività produttive e ci consente di ricostruire i mutamenti dei gusti e delle esigenze della popolazione, le sue sensibilità artistiche e culturali.

Anche l’Unesco, nella Dichiarazione del 1997 all’art. 7, ha sostenuto quanto sia importante la salvaguardia della diversità del patrimonio culturale, inteso come bene immateriale che le attuali generazioni dovranno trasmettere alle future.

Inoltre, l’artigianato gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra “mondo locale e mondo globale” e, dunque, non rappresenta solo una importante testimonianza del nostro territorio, bensì anche una vera e propria forza produttiva nella quale i prodotti mantengono la loro identità locale esprimendone la storia e la cultura, integrandosi al contempo nel mercato globale.

 

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L’ARTIGIANATO ARTISTICO IN CAMPANIA

La Campania è una delle regioni italiane dove l’artigianato artistico rappresenta una voce importante nella cultura e nell’economia locale. Storia, cultura e tradizione si fondono così in oggetti e manufatti unici dal sapore antico e apprezzati ancora oggi in tutto il mondo.

La produzione artigianale tipica della Campania ha origini molto antiche: basti pensare che già Carlo III di Borbone apprezzava i manufatti artigianali e l’arte locale. In alcuni casi, infatti, si tratta di vere e proprie opere d’arte, pezzi unici realizzati interamente a mano da abili artigiani che si tramandano i segreti del mestiere di generazione in generazione.

La bottega è il luogo per eccellenza di formazione dei giovani dove apprendere “il mestiere”. Tale funzione fu svolta prevalentemente in epoca preindustriale, mentre nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento il compito degli artigiani maestri fu affiancato dalle scuole d’arte (per il corallo, per l’intarsio, per la seta, ecc.).

 

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Tra le caratteristiche peculiari dell’artigianato campano, abbiamo:

  • la trasposizione delle tradizioni e delle bellezze naturali e archeologiche locali nelle creazioni artigianali. Ciò vale per la lavorazione dell’intarsio, del corallo e della ceramica di Capodimonte, di Vietri e di Ariano Irpino.
  • il processo di aggregazione degli artigiani, che in Campania si rafforzò fra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, quando furono create grandi imprese che producevano seta, ceramiche e corallo. Dalla prima metà dell’Ottocento, invece, si ebbe un processo inverso di frantumazione delle grandi imprese in numerose piccole aziende artigiane, in particolare per quanto riguarda la lavorazione della seta, del corallo e della ceramica.
  • la capacità di commercializzare i prodotti sui mercati internazionali. La produzione del corallo, della seta e dell’intarsio, insieme all’abbigliamento e ai prodotti della moda, oggi costituiscono un fattore importante nell’economia nazionale.
  • la crescita delle piccole imprese e dell’artigianato, negli ultimi venti o trenta anni, grazie alle iniziative degli enti locali – regioni, province e comuni – per favorire la valorizzazione dell’artigianato artistico, accompagnati dalla crescita del turismo, che diffonde nel mondo le bellezze naturali e culturali del Mezzogiorno.

 

 

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LE PRODUZIONI ARTIGIANALI NELLE DIVERSE AREE DELLA REGIONE

Ciò che contraddistingue la produzione artigianale è la creatività individuale dell’artigiano, che si esprime attraverso competenza e tecnica. L’artigianato artistico rispetto al consumatore rappresenta una esperienza di acquisto di prodotti a forte valenza artistica e culturale, un’esperienza che si alimenta dalla consapevolezza che i manufatti sono unici e non derivano da processi produttivi seriali e standardizzati.

In quest’ottica, l’artigianato artistico può essere uno strumento strategico ed efficace di promozione della Campania, le cui diversità territoriali, implicano anche diversità e specificità culturali. Infatti, i vari tipi di lavorazione artigianale a seconda delle attività produttive, sono concentrate in determinate aree geografiche della regione:

  • la costiera amalfitana per quanto riguarda le cartiere e le ceramiche;
  • la costiera sorrentina con intarsi pregiati;
  • le isole di Procida e Ischia per l’arte del merletto;
  • l’area casertana per la produzione di gioielli e le seterie;
  • l’area beneventana per le ceramiche e la lavorazione della paglia;
  • l’area avellinese per le ceramiche, la lavorazione della paglia, l’arte del merletto e la lavorazione delle pelli;
  • l’area del napoletano per la lavorazione di coralli e cammei; la sartoria, i presepi, le porcellane, l’oreficeria, la liuteria e la lavorazione dei metalli.

 

 

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LE ASSOCIAZIONI E I CONSORZI DELL’ARTIGIANATO IN CAMPANIA

L’artigianato artistico campano, pur connotandosi come un sistema imprenditoriale polverizzato e rarefatto, presenta aggregazioni di imprese su base territoriale sviluppatesi in base alle diverse vocazioni produttive di ciascuna realtà artigianale.

Le antiche aree di insediamento artigianali artistiche sono in parte cambiate, il legame territoriale ha perso spesso il riferimento preciso e originario ma il collegamento con la grande tradizione del passato resta vivo grazie anche ad antichi opifici spesso a carattere familiare e botteghe storiche, talvolta riunite in associazioni che nel tempo hanno preso forma aggregando le diverse realtà sempre più sparse.

 

 

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Talvolta le aggregazioni sono scaturite da normative nazionali o locali per l’artigianato e la sua tutela, come nel caso del sistema ceramicolo di Vietri che, in seguito ad una legge del 1990, ha alimentato la formazione di una associazione territoriale ceramicola.

In altri casi, si tratta di associazioni di artigiani specializzati appartenenti a territori ben definiti come per l’associazione degli intarsiatori di Sorrento o dei poli ceramicoli minori, o il circuito dei produttori di presepi che assume la forma di aggregato territoriale non organizzato.

Forme consortili finalizzate a creare vantaggi logistici commerciali o altri servizi di rete animano, invece, esperienze quali quelle del Tarì, di Oromare o ancora del consorzio Borgorefici, tutte sviluppatesi nell’ambito della produzione di gioielli nelle quali la componente artigiana ancorché ben rappresentata è comunque minoritaria.

 

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Durante tutto l’anno, molte sono le iniziative e le esposizioni organizzate, sia a livello locale che nazionale e internazionale, al fine di promuovere l’artigianato artistico campano. Seguiteci per essere sempre aggiornati sulle novità.

Intanto, se avete voglia di organizzare un vostro tour personalizzato per questi giorni di festa che verranno, potete consultare la nostra mappa con i luoghi di esposizione permanenti delle produzioni artigianali campane.

 

 

 

 

Coda di Volpe: il bianco inaspettato

 

La Campania è una regione splendida, anche per la presenza di una grande varietà di vitigni autoctoni, unici e capaci di esprimere vini tipici di ogni territorio. Uno tra questi è il vino Coda di Volpe, vitigno a bacca bianca autoctono della regione.

 

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Il Coda di Volpe prende il suo nome dalla caratteristica forma del grappolo, il quale somiglia appunto alla forma di una coda di volpe.

È un vitigno molto antico, risalente all’epoca romana: era già presente nel trattato naturalistico scritto da Plinio il Vecchio intitolato Naturalis Historia con il nome di Cauda Vulpium.

Fino a pochi anni fa il Coda di Volpe era impiegato quasi esclusivamente come uva da taglio: non avendo problemi a completare la fase di maturazione e non essendo particolarmente acida, veniva utilizzata per addolcire bianchi decisamente più acidi, resi tali dall’influsso che i terreni vulcanici in cui vengono coltivati forniscono ai vini. Ma adesso è passato da essere un vitigno minore da utilizzare per operazioni di uvaggio con altre varietà della zona a diventare un vino vero e proprio, molto apprezzato grazie all’impegno messo in campo dai viticoltori Campani.

E dopo un po’ di curiosità sul Coda di Volpe, adesso passiamo ad elencarne le caratteristiche.

 

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Caratteristiche del vitigno

Foglia: grande, pentalobata, di colore verde chiaro.
Grappolo: grosso, spargolo, a volte serrato, di forma piramidale, alato, dalla forma caratteristica.
Acino: piccolo e regolare, sub-rotondo.
Buccia: consistente giallastra e pruinosa.

Caratteristiche visive

Il risultato del vitigno Coda di Volpe è un vino dal colore giallo paglierino carico, a volte con riflessi dorati, limpidi e di buona consistenza.

Caratteristiche olfattive

Il Coda di Volpe ha un odore particolarmente intenso, dato dalle note floreali della ginestra, e dalle note fruttate della mela cotogna, dell’ananas, della banana, delle pesche gialle, dall’albicocca.

Caratteristiche gustative

Il gusto è pieno e fresco, leggermente acido, secco e decisamente persistente.

Abbinamenti

Un accostamento tipico è con le pietanze a base di pesce come sautè di vongole e cozze, crostacei e zuppe di pesce; si sposa bene anche con le carni bianche, formaggi non molto stagionati e zuppe di verdure. Va servito ad una temperatura compresa tra i 10 e i 12 gradi.

 

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Adesso non vi resta altro che berne un bel bicchiere. Salute!

L’antica Telesia

Alla riscoperta del Parco Archeologico dell’antica Telesia

Telesia era una città romana di origine sannita situata nella Valle Telesina, nel territorio che oggi appartiene al comune di San Salvatore Telesino, in una fertile pianura alla confluenza del fiume Calore con il Volturno.

Tuttavia, secondo alcuni storici, la città si trovava originariamente sul monte Acero, dove ancora oggi si possono trovare i resti di un’antica fortificazione, ma il suo centro fu spostato in età romana nella piana dove ancora oggi si possono ammirare i resti. Probabilmente le ragioni sono da ricercare nella posizione strategica che il territorio offriva: la città, infatti, era collocata in una posizione chiave del sistema viario del Sannio meridionale essendo crocevia di cinque diverse strade provenienti da Venafro – Alife, Compulteria, Benevento, Caiazzo e Maddaloni.

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La città sannitica di Telesia è menzionata per la prima volta nel 217 a.C., quando fu conquistata da Annibale, che occupò Telesia per circa due anni fino a quando, nel 214 a.C., Quinto Fabio Massimo espugnò la città riconducendola sotto la potestà di Roma.

Diversi furono gli eventi storici che interessarono la zona: all’epoca dei Gracchi o di Silla vi fu dedotta la colonia di legionari romani Herculea Telesina; nell’alto Medioevo fece parte del ducato di Benevento e fu sede di un gastaldato; per la sua importanza strategica fu al centro delle sanguinose e lunghe lotte politico-dinastiche dei Longobardi meridionali e venne devastata dai Saraceni nell’847 e nell’863; intorno all’anno 1193 venne incendiata.

A causa di questi eventi una parte consistente degli abitanti abbandonò la città fondando nuovi centri sulle colline o in zone meglio difendibili. Nacquero così San Lorenzello, San Salvatore Telesino, Frasso Telesino e il primo nucleo dell’attuale Telese Terme.

Per finire nel 1349 fu distrutta da un rovinoso terremoto, che causò il definitivo abbandono della città.

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Negli ultimi anni il sito archeologico di Telesia, di proprietà statale, è stato oggetto di diverse campagne di scavo volte a riportare alla luce quanto più possibile della città antica che, tuttavia, risulta essere ancora, per la maggior parte, sottoterra.

Ad oggi, dell’antica città sannitica, si scorgono i resti delle mura, dell’anfiteatro, delle terme e dell’acquedotto.

Le mura di Telesia, alte sette metri e larghe due metri circa, hanno una struttura edilizia unica nel suo genere in epoca romana, che anticipa di secoli la tecnologia del forte bastionato. Esse, infatti, costruite in opus reticultaum, sono formate da segmenti arcuati aventi la concavità rivolta verso l’esterno, ad ognuno dei quali si trovano le torri, a base circolare o esagonale, che, nella maggior parte dei casi, hanno una struttura piena. Questa tecnica edilizia era dettata dall’esigenza di difendere il più possibile una città che, trovandosi in pianura, non poteva contare su difese naturali.

Lungo la cinta muraria si aprivano quattro porte principali ed alcune secondarie: una occidentale volgeva verso Capua; una a nord era volta verso Alife, Venafro e Cassino; la orientale era aperta in direzione dei paesi del Sannio beneventano; una volgeva verso il Volturno; una guardava a sud verso il fiume Calore.

I resti dell’anfiteatro, assieme a quelli delle mura, sono i resti più visibili della città romana. L’anfiteatro è ubicato fuori le mura, poco distante da porta di Capua, nel luogo detto Imperiale. Ancora oggi è possibile ammirare una pavimentazione in ceramica a piccolissime mattonelle quadrate di circa due centimetri di lato, dai colori variopinti. Nonostante la vegetazione, si possono facilmente riconoscere l’arena dalla forma circolare ellittica e la cavea, suddivisa in tre ordini di gradini.

La sua costruzione è coeva a quella dell’anfiteatro di Pompei. E, come nell’anfiteatro della vicina città, anche qui era presente una scuola di gladiatori, alcuni dei quali furono offerti da Tito Fabio Severo, come attesta un’epigrafe.

Dalle epigrafi si ha notizia anche dell’esistenza di un teatro, di cui, però, non sono state ancora reperite tracce.

All’interno dei resti della cinta muraria, tra i campi coltivati, si possono ancora distinguere frammenti di strade lastricate, i resti di tre edifici termali, di una cisterna e di un acquedotto.

L’acquedotto entrava in città da nord seguendo il naturale percorso delle acque che, provenienti dalla montagna di S. Angelo sopra Cerreto, andavano a raccogliersi nella cisterna. L’ingresso dell’acqua avveniva attraverso una torre esagonale posta a monte della cinta muraria con annesso serbatoio e cisterna, e la distribuzione avveniva per mezzo di condutture in piombo nelle varie zone della città.

Tutta l’opera restò in funzione fino all’arrivo dei Saraceni nel 847 d. C. che lo distrussero per ottenere la resa della città.

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Ulteriori scavi hanno messo in luce alcuni monumenti della città romana, e parti della necropoli, dalle cui tombe sono venuti alla luce vasi e suppellettili diverse.

I ritrovamenti dell’area archeologica sono stati in gran parte traslati nel Museo Archeologico di Telesia, ospitato nell’Abbazia del Santissimo Salvatore sita in San Salvatore Telesino. Al suo interno si possono trovare oggetti quotidiani, suppellettili, ornamenti preziosi, gioielli, statue, vasellame ed attrezzi da lavoro, tutti databili tra il IV secolo a.C. e il V secolo d.C..

Al museo si accede gratuitamente il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 13.00, mentre per gli altri giorni della settimana è necessaria la prenotazione.

 

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“Ah, che bellu cafè, sulo a Napule ‘o sanno fa’”

Così cantava Modugno, e non solo lui… Pino Daniele con la sua “tazzulella e cafè” ha creato un vero e proprio atto di denuncia della societàMa non solo musica… Come dimenticare la celebre scena di Eduardo De Filippo nel film “Questi Fantasmi” in cui il grande maestro spiega la preparazione del caffè. Il mondo dell’arte napoletana è pieno di esempi come questi. Eppure… il prodotto della tradizione campana più amato non è certificato!

Il caffè a Napoli è una cosa seria!

Di mattina, il suo profumo invade le strade, lo si percepisce dappertutto. Per i napoletani non è una semplice bevanda da consumare al risveglio, dopo pranzo o al bar in compagnia. Il caffè a Napoli è un rituale, rappresenta un vero e proprio culto. E rifiutarlo, se offerto, equivale quasi ad un’offesa. Potremmo quasi affermare che i napoletani hanno il caffè nel sangue!

Eppure, un prodotto della tradizione così radicato nella cultura partenopea come il caffè non lo ritroviamo tra i prodotti certificati della Regione Campania.

Ma com’è nata la tradizione del caffè a Napoli? E come è diventato così famoso in tutto il mondo?

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TRA STORIA E LEGGENDE

E’ difficile pensare che a Napoli il caffè si sia diffuso molto più tardi rispetto ad altre città europee, eppure è proprio così!

La pianta del caffè è originaria dell’Abissinia, attuale Etiopia, e da qui si diffuse in Arabia e in Turchia. Nel Seicento, i chicchi neri dell’arabo qahwa giunsero in Europa a bordo delle navi dei mercanti veneziani, partendo proprio dalla Turchia, dove la parola kahve fu italianizzata in caffè. Ma fu Vienna la prima città europea che ne fece una vera e propria istituzione, dando vita, alla fine del XVII secolo, ai primi Kaffeehaus, i famosissimi caffè viennesi.

Ma come è arrivato il caffè a Napoli? Esistono diverse teorie e leggende, tuttavia una di quelle più ampiamente condivise è legata a Maria Carolina D’Asburgo, moglie di Ferdinando di Borbone. Si racconta che fu proprio lei a portare dalla capitale dell’impero austriaco la tradizione del caffè e, sotto consiglio della sorella Maria Antonietta di Francia, del croissant. Un fatto curioso racconta che addirittura Maria Carolina, prima di avviarsi al patibolo, fece richiesta di una tazza di caffè. Che si tratti di storia o leggenda, furono comunque le due sorelle austriache a diffondere in tutta Europa la bevanda che tanto amiamo, creando i presupposti per il più classico abbinamento mattiniero della colazione al bar: caffè e cornetto.

In principio il caffè a Napoli era consumato solo da una ristretta élite e addirittura si pensava portasse male. La Chiesa, infatti, pensava che fosse la bevanda del diavolo e si dice che Papa Clemente VIII abbia esclamato ai suoi cardinali: “Questa bevanda del diavolo è così buona… che dovremmo cercare di ingannarlo e battezzarlo”. Solo agli inizi dell’800, il caffè ha iniziato a essere apprezzato da tutti, tanto da far nascere una figura ormai scomparsa, il caffettiere ambulante: girando per le strade della città, i caffettieri ambulanti fornivano il caffè ai cittadini più frettolosi, gridando per strada anche il nome del Santo del giorno.

 

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L’ARTE DEL CAFFE’ NELLA CULTURA NAPOLETANA

Oggi i carrettini ambulanti non esistono più, anche se recentemente dei giovani ragazzi di Napoli stanno tentando di riportare in auge questa tradizione; ma il caffè, come duecento anni fa, è ancora parte integrante della cultura napoletana, un vero e proprio rito quotidiano, sinonimo di pausa, di incontro. “Ci prendiamo un caffè?” è una frase che tra amici potrebbe significare “ho bisogno di parlarti”. Agli ospiti la prima domanda che viene fatta è: “ti posso offrire un caffè?” ma a volte non viene neanche chiesto e si fa direttamente!

La preparazione del caffè “in casa” costituisce un vero e proprio rituale e ogni napoletano ha i suoi trucchi e i suoi procedimenti, proprio come un vero alchimista. Nella tradizione napoletana il caffè viene realizzato con la cuccumella, comunemente detta “caffettiera napoletana” o semplicemente “napoletana”. In realtà, non tutti sanno che la caffettiera napoletana ha origini francesi, essendo stata ideata dal parigino Morize nel 1819, e successivamente perfezionata a Napoli.

Nel corso degli anni, la cuccumella è stata sostituita dalla moka, inventata negli anni ’30 e commercializzata a partire dal secondo dopoguerra, poiché il suo utilizzo è più semplice e veloce.
Se già con la moka non è proprio facilissimo preparare un buon caffè, l’utilizzo della cuccumella richiede delle vere e proprie abilità. Pensate che fino ad alcuni decenni fa si doveva addirittura comprare il caffè in chicchi, tostarlo e infine macinarlo a mano, una vera e propria arte da veri intenditori.

 

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Ma non è finita qui, poiché il procedimento di preparazione non è meno complicato: prima di tutto, bisogna fare attenzione alla quantità di acqua e a posizionare e pressare in modo giusto la polvere nel filtro, trovare il punto giusto di bollitura, realizzare con estrema maestria il capovolgimento della caffettiera e la percolazione (cioè il processo di discesa dell’acqua), oltre a vari trucchi come il famoso cuppetiello suggerito da Eduardo De Filippo, e il mezzo cucchiaino di polvere nell’acqua ancora fredda, in modo che cominci ad aromatizzarsi mentre è ancora sul fuoco. Un rituale tanto minuzioso non può che dar vita ad un caffè straordinario.

Ma non temete! Se non possedete l’arte dell’alchimista napoletano, fuori casa, in ogni angolo di strada, è possibile gustare un tipico caffè napoletano, altrettanto preparato ad arte. Infatti, forse non tutti sanno che l’esecuzione dell’espresso napoletano deve rispettare cinque regole, le famose “5 M” codificate dai maestri caffettieri napoletani.

  • M-iscela. Una delle particolarità del caffè napoletano, che lo differenzia da quello delle altre regioni italiane, sta nella particolare tostatura dei chicchi, realizzata dalle sapienti mani dei torrefattori locali, lenta e ad alta temperatura, così da donare un colore più scuro al chicco. Inoltre, la miscela è composta di qualità arabica e robusta (in minore percentuale). Di qui il tipico gusto forte e intenso dell’espresso napoletano e la caratteristica formazione superficiale di uno strato denso e cremoso.
  • M-acchina. A differenza di altre zone d’Italia, i baristi napoletani prediligono la macchina a leva, che consente di preparare non solo un prodotto di maggior qualità ma un maggior numero di caffè contemporaneamente.
  • M-acina. Solo con una macina regolata in maniera corretta il caffè sarà realizzato ad arte.
  • M-ano. Quella del barista, che esegue il procedimento guidato dall’esperienza maturata con gli anni, con passione e curiosità per la materia.
  • M-anutenzione (e pulizia) della macchina e di ogni suo componente ed accessorio.

 

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Si dice che affinché l’espresso napoletano sia realizzato e gustato nel modo giusto, alle “5 M” devono aggiungersi due segreti: l’acqua di Napoli, dalle importanti qualità organolettiche, e la tazzina in ceramica bianca e senza decori interni, rigorosamente bollente, che fanno sì che il caffè conservi la temperatura di estrazione e non si alteri nel gusto e nell’aroma. Infatti, ben più nota delle “5 M” è la regola delle “4 C”: per un caffè espresso napoletano che si rispetti, dopo avere portato la tazzina alle labbra, l’avventore pronuncia la frase rituale comme coce chistu cafè”.

Senza le famose “4 C”, sarebbe soltanto un espresso e non un vero espresso napoletano. Inoltre, un ultimo appunto riguarda il servizio: a Napoli non si serve mai “soltanto” il caffè. Il rituale prevede che la tazzina sia accompagnata da un bicchiere d’acqua fresca, inclusa nel prezzo, e che questo venga sempre bevuto prima del caffè, in quanto pulisce il palato e aumenta la percezione dell’aroma del caffè. Attenzione, bere acqua subito dopo aver bevuto il caffé a Napoli è considerata una grave offesa nei confronti del barista che vi ha servito, poiché significa che il caffè non vi è piaciuto!

A Napoli il caffè costituisce anche un atto solidale: il caffè sospeso è una tradizione molto antica posta in essere dagli avventori dei bar di Napoli mediante il dono della consumazione di una tazzina di caffè espresso a beneficio di uno sconosciuto che ne fa richiesta. Oggi, questa pratica si è diffusa un po’ in tutto il mondo, ma a Napoli ebbe inizio durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, in tempi molto difficili, la gente era solita pagare due tazze di caffè: una per sé, ed una per chi non poteva permetterselo.

UN PRODOTTO DA TUTELARE

Il caffè costituisce una bevanda amata in tutto il mondo e per questo nel 2015 è stato istituito l’International Coffee Day, la Giornata Internazionale del Caffè, al fine di rendere visibile l’intero circuito che attraversa il raccolto del caffè, dalle aziende agricole fino alla preparazione nelle mense, nei bar e nei locali in genere.

A livello nazionale, dal 1998, il caffè viene tutelato e preservato dall’Istituto Nazionale Espresso Italiano, che si impegna a difendere l’espresso italiano di qualità attraverso una certificazione riconosciuta dal CSQA (certificato di conformità numero 214 del 24 settembre 1999, DTP 008 ed. 1) che prevede esclusivamente l’impiego di miscele certificate, macinadosatori e macchine qualificate e operatori abilitati.

Tuttavia, nel corso del nostro articolo abbiamo ampiamente messo in evidenza le particolarità del caffè napoletano, che si differenzia da quello delle altre regioni italiane, un vero e proprio prodotto tipico locale che però non ha avuto ancora un riconoscimento ufficiale. L’Associazione Espresso Napoletano, che ha sede nella Galleria Principe di Napoli, è nata allo scopo di tutelare e valorizzare il caffè espresso napoletano e l’arte del barista.

 

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Al pari dei prodotti tipici e delle specialità tradizionali, anche l’espresso costituisce un vero e proprio patrimonio partenopeo, sinonimo di “Italia” nel mondo. Come la pizza e l’arte dei pizzaioli, il caffè e l’arte dei baristi meritano azioni di tutela e valorizzazione e un riconoscimento ufficiale che ne certifichi e preservi il valore.

A questo punto è arrivato il momento di prepararci un buon caffè, seguendo le regole dell’arte napoletana, sperando che al più presto venga riconosciuta ufficialmente.

Souvenir gastronomici: consigli su quali prodotti acquistare di ritorno da Napoli.

Napoli è sicuramente una delle città più visitate in Italia. Chi la visita ha alte aspettative: non solo per le bellezze paesaggistiche ed architettoniche, viste in tante foto e libri di arte, che finalmente potrà vedere dal vivo, ma, probabilmente, sopra ogni cosa, quello che ci si aspetta di fare una volta arrivati a Napoli è…mangiare!

Pizza, dolci e vino…Napoli ha tanto da offrire a tavola e i turisti lo sanno bene.

Tra tante prelibatezze culinarie partenopee alcune sono anche “esportabili”: il caffè, le sfogliatelle calde, i babà, la pizza, sono prodotti unici e vanno gustati innanzitutto in loco per poterli apprezzare appieno. Ma in alcuni casi è possibile comprare dei Souvenir Gastronomici per poter conservare il buono del viaggio anche al ritorno.

In questo articolo dunque parleremo di quali alimenti acquistare per portare un pezzettino di Napoli a casa, di ritorno dal viaggio, così da tenere con sé un pezzettino della città e della sua bontà.

 

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Qual è la prima cosa che un turista (e non solo!) ordina da mangiare a Napoli? La pizza, ovvio! Peccato che non possa portarsela in viaggio…ma ci sono tante altre bontà culinarie da trasportare.

In primis, un bel pacco di Pasta di Gragnano I.G.P., magari acquistata proprio nel suo luogo madre, in uno dei tanti pastifici presenti o in una piccola bottega dove ancora si produce pasta artigianale. Una volta tornati a casa potete prepararla secondo la tradizionale ricetta dello “Scarpariello”, con dei bei pomodorini freschi ma anche con una conserva che si abbini ad hoc come quella fatta con il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P. oppure con il Pomodoro San Marzano D.O.P..

Un altro prodotto facilmente trasportabile è il tarallo. A Napoli tra i più apprezzati ci sono i Taralli sugna e pepe.

Il tarallo nasce alla fine del ‘700 e rappresentava uno dei cibi dei poveri per eccellenza. I fornai non si sognavano di buttare via nulla e così nascevano i taralli: si prendevano i ritagli della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare, con l’aggiunta della sugna insieme a generose quantità di pepe nero, si impastava con le mani fino a formare due striscioline che, attorcigliate tra di loro, formavano una specie di ciambellina; una volta cotta in forno dava nascita al tarallo.

Le mandorle, anch’esse protagoniste del tarallo, sembrerebbero invece essere state aggiunte nell’impasto solo più tardi, nell’800.
Il massimo sarebbe stati assaggiarli ben caldi, appena sfornati dai tanti “tarallari” presenti un tempo per strada, che li vendevano tenendoli avvolti in canovacci bollenti per preservarne la fragranza. Oggi la figura del tarallaro non esiste più ma i tradizionali taralli sugna e pepe si possono gustare nelle panetterie, nelle osterie o nei caratteristici chioschi per strada di cui il lungomare di Mergellina è pieno zeppo, così da assaporare questo sfizio tutto napoletano passeggiando tra le strade della città.

Come non citare l’imperdibile regina, la Mozzarella di Bufala D.O.P..

Mangiarla a Napoli è d’obbligo, da sola oppure accompagnata dai tanti salumi prodotti in Campania. Trasportarla non è semplice e soprattutto deve essere sempre consumata fresca, ma oggi tutti i caseifici sono attrezzati per farla viaggiare. D’altronde è il primo prodotto in assoluto che un buon terrone porta in visita ad un amico del Nord…

Se si vuole rimanere in ambito caseario, senza incorrere in qualche intoppo e minare così la genuinità della mozzarella fresca, si può portare con sé un altro formaggio tipico di Napoli, il Provolone del Monaco, anch’esso prodotto a marchio D.O.P..

La sua produzione si fa risalire al 1700 circa, quando l’espansione della città di Napoli determinò un massiccio fenomeno migratorio per cui molti agricoltori spostarono i loro allevamenti verso i Monti Lattari; fu proprio questa migrazione a segnare la fortuna di questo formaggio, unico al mondo e impossibile da imitare, proprio per le caratteristiche dovute al territorio dove viene prodotto.
Anche la nascita del suo nome ha una storia ricca di fascino. Si narra infatti che i maestri casari, approdando all’alba al porto di Napoli dalla Penisola Sorrentina dove il formaggio veniva prodotto, a causa del gran freddo e dell’umidità, si coprissero con mantelli di tela, guadagnandosi così l’appellativo di “monaci”, e di conseguenza le forme di formaggio che trasportavano ottennero la famosa denominazione di “provolone del monaco”.

 

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E’ impossibile andare a Napoli e non assaggiare i suoi dolci buonissimi!
Il babà, la pastiera, la delizia al limone, la monachina, la sfogliatella e la sua variante, la santa rosa…ma pochi di questi possono essere trasportati per essere mangiati altrove.
Fatta eccezione per la sfogliatella, frolla o riccia che sia, che non essendo tra i dolci più delicati che abbiamo citato, può sopravvivere ad un viaggio di breve percorrenza e soprattutto ben conservata e non strapazzata…certo, questo solo dopo averla gustata tiepida in una delle tante pasticcerie rinomate per la loro produzione.

Se invece si vuole andare sul sicuro si può portare con sé una confezione di Biscotti all’amarena, una delizia tutta partenopea. Sono semplici biscotti di pasta frolla che potete trovare in tutte le caffetterie e pastifici della città. Anche questi dolcetti sono frutto dell’inventiva di un pasticciere che li ha fatti con l’intento di utilizzare tutti gli avanzi che si trovava davanti: infatti il biscotto all’amarena è costituito da dolci avanzati come pan di spagna, il pandoro, ritagli di torta, il tutto amalgamato con il sapore dell’amarena sciroppata e del cacao e ricoperto di ghiaccia. Hanno una caratteristica forma rettangolare e in superficie vi si trovano tre linee realizzate con uno stecchino intinto nella marmellata di amarene. I biscotti all’amarena sono una vera delizia napoletana alla quale è difficile resistere. Una ricetta antica, che per certi versi riporta indietro nel tempo, ma attualissima per chi vive nel capoluogo campano.

Ovviamente non potete andare via dalla città senza aver acquistato un vino locale o un liquore tipico.
Oltre al più famoso Limoncello, prodotto localmente con il limone di Sorrento, c’è il Liquore di mandarino dei Campi Flegrei, liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino di varietà locale, prodotto nell’Area Flegrea, è caratterizzato da una colorazione accesa giallo-arancio ed ha un intenso profumo di mandarino; ma anche il Liquore Nespolino, prodotto a Napoli e nei comuni limitrofi (Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, isole di Procida ed Ischia), buonissimo liquore ottenuto dalla macerazione dei noccioli delle nespole, ottimo digestivo.

Il vino tipico della zona da gustarsi al rientro a casa, assaporando il gusto di questa terra, è senz’altro quello con denominazione Campi Flegrei D.O.C., una delle più importanti della regione Campania, coltivato direttamente a Napoli e zone limitrofe: Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, Marano di Napoli. Questa zona è nota per la sua attività vulcanica, il cui suolo è ricco di ceneri, lapilli, pomici, tufi, ricchi di microelementi che per la loro presenza determinano nelle uve e nei vini aromi e sapori assolutamente unici. I vini della denominazione Campi Flegrei D.O.C. si basano principalmente sui vitigni Falanghina, Piedirosso, Aglianico.

 

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Come abbiamo visto l’alimentazione e il buon cibo regnano sovrani a Napoli. Per cui quello che vi suggeriamo, oltre ad assaporare tutto ciò che potete in loco, nei caffè, nelle trattorie e nelle tante pizzerie che troverete in ogni angolo, è quello di lasciarvi un po’ di spazio in valigia e portare con voi un po’ di gastro-souvenir: ricordi della città di Napoli tutti da…mordere!

Il Castello dell’Abate

Il Castrum Abbatis e la sua storia

Castellabate è una zona abitata fin dall’epoca preistorica, come testimoniano i reperti in pietra rinvenuti ad Alano, San Marco e in località Sant’Antonio.

Il suo toponimo deriva dal castello di Sant’Angelo, costruito dall’abate Costabile Gentilcore sull’omonimo colle. Dopo la sua morte, la fortezza fu intitolata dalla popolazione locale al suo ideatore, dando origine al nome del borgo secondo questa linea etimologica: Castrum abbatis > Castello de lo abbate > Castello dell’abbate > Castellabate.

 

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Nel corso dei secoli sul territorio si insediarono diverse popolazioni come gli Enotri e i greci trezeni. Alcune testimonianze della presenza di una civiltà greca, come dimostrano i ritrovamenti in loco, si hanno sul promontorio di Licosa e dintorni, sede della città di Leucosia o Leukothèa. Da questa potrebbe derivare il nome della popolazione italica che nel IV secolo a.C. abitò la costa tra Poseidonia e Elea: i Leucanoi poi Lucani.

I patrizi Romani, dopo la conquista della zona denominata integralmente da loro Lucania, costruirono numerose ville (di cui permangono i ruderi) nella regione della fascia costiera che va da Licosa a Tresino, che comprendeva il porto greco-romano della città di Erculia (San Marco).

Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente iniziò il lungo periodo delle dominazioni barbariche.

I Longobardi e i Normanni sono tra le popolazioni che hanno lasciato nella zona un forte segno tangibile della loro presenza.

 

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I Longobardi inizialmente depredarono queste terre, ma dopo la loro conversione al cristianesimo operata dai benedettini ne divennero i benefattori attraverso l’imposizione feudale. Essi, data la loro profonda devozione per san Michele Arcangelo, denominarono colle Sant’Angelo l’altura su cui sarebbe sorta Castellabate e la sua fortezza, la cui costruzione si lega alla figura di San Costabile Gentilcore.

San Costabile Gentilcore, quarto abate della Badia di Cava avviò i lavori di costruzione del castello di Sant’Angelo nello stesso anno in cui fu eletto abate (10 ottobre 1123). Tuttavia, data la sua morte prematura l’anno successivo, i lavori furono completati dal suo successore, l’abate Simeone.

Grazie al castello, che diventa sicuro rifugio per gli abitanti della zona e allo sviluppo dei traffici e dei commerci, Castellabate diventa nel tempo la più ricca baronia del Cilento.

Nel corso dei secoli se lo disputarono non solo per la sua robustezza come fortezza, ma anche per la bellezza della sua posizione naturale.

Dal 1194 al 1266 il feudo fu sotto il dominio svevo, per passare poi sotto quello angioino. Il castello si rivelò un valido presidio e Castellabate, grazie anche ai benefici derivati dalla sua posizione naturale, divenne col tempo la più importante baronia del Cilento.

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Durante la guerra angioina-aragonese il castello subì gravi danni e venne conquistato nel 1286 dagli Almugaveri agli ordini di Giacomo I di Sicilia, che lo tennero fino al 1299 quando fu ripreso dagli Angioini di re Carlo II d’Angiò. Nel 1302 questi lo laicizzò, nominando Giacomo di Sant’Amando capitano del castello e concedendo agli abati cavensi, ritenuti responsabili di scarsa vigilanza, esclusivamente di dimorare.

Castellabate quindi ospitò un presidio della corona fino al 1349, quando fu restituito completamente alla Badia di Cava dalla regina Giovanna I di Napoli, per poi essere riconquistato con violenza nel 1357 da Nicola Vulture di Rocca Cilento.

Nel corso dei secoli il Castello subì numerose modifiche e attacchi, fino a quando nel 1835 fu venduto ad un privato per soli 1000 ducati.

Oggi, la struttura, completamente restaurata, è visitabile ed è diventata un punto di riferimento per manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale. Al suo interno, infatti, è possibile ammirare le miniature dei fabbricati del paese di Castellabate, e le opere pittoriche e di sculture di artisti del luogo.

L’esterno da un senso di imponenza e maestosità, avendo 4 torri e 5 ingressi e offrendo un panorama sul litorale cilentino spettacolare.

Dal 2011 l’amministrazione comunale ne ha affidato la gestione alla cooperativa Castrum Abbatis che, oltre ad occuparsi dell’apertura e chiusura del castello, si occupa dell’organizzazione di visite guidate. Alla cooperativa Castrum Abbatis è affidata la tutela, la conservazione e l’utilizzazione del castello anche allo scopo di aumentare il numero di visitatori, attraverso un’adeguata promozione turistica e culturale.

 

 

Il Museo Etnografico Beniamino Tartaglia di Aquilonia

Gli Studenti del Liceo A.M.Maffucci di Calitri raccontano la loro esperienza di Alternanza Scuola – Lavoro concentrandosi sulla storia del Museo Etnografico B. Tartaglia di Aquilonia, proponendo iniziative volte alla sua valorizzazione.

Autori: N. Cignerale, F. Daniele, A. Calia, V. Tartaglia, G. Lotrecchiano, E. Balestrieri, A. Coppola, F. Calabrese

Il Museo Etnografico di Aquilonia nasce alla fine del 1996 grazie all’idea del prof. Beniamino Tartaglia e dell’arch. Donato Tartaglia e, infine, realizzato con i contributi economici di provenienza pubblica, ma soprattutto grazie al lavoro e alle donazioni della comunità, sia residente che emigrata.

Il Museo è stato realizzato all’interno di locali nati per ospitare un asilo nido, ma allora in disuso.

Collocato su due piani, il percorso si articola in circa 130 ambienti tematici, con la ricostruzione, tramite un’infinità di oggetti originali, di un gran numero di ambienti di vita e di lavoro, come la scuola o la casa contadina.

Ogni aspetto della vita del passato è documentato e rappresentato in questo museo. Dall’anno di nascita ad oggi sono stati raccolti al suo interno circa 13.000 oggetti donati da gente locale ed emigrati che hanno avuto a cuore di conservare la memoria della loro tradizione culturale. Tutti gli elementi sono collocati in base alla loro funzione nelle apposite sezioni, sia quelli presenti al primo piano che quelli al secondo.

Il primo piano ospita sezioni dedicate alla storia ed ai reperti storici, ritrovati anche nel Parco Archeologico di Aquilonia, risalenti alla vita quotidiana del paese prima del terremoto del 1930, ai suoi usi e costumi e soprattutto alla casa contadina.

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Al secondo piano troviamo una molteplicità di stand dedicati ai vari mestieri, tutt’ora presenti e non, ed altre sezioni dedicate a vari avvenimenti che hanno interessato il paese di Aquilonia tra cui il brigantaggio, la rivolta contadina e l’emigrazione.

 

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Nel vasto panorama dei musei etnografici (circa 1.200 in tutta Italia), l’unicità di questa struttura consiste nell’offrire ai visitatori non collezioni tipologiche di oggetti e attrezzi ma, ricostruiti fedelmente e ricomposti con grande rigore filologico, reali ambienti di lavoro e concreti contesti abitativi.

Anche con l’aiuto di materiale fotografico d’epoca, di video e di pubblicazioni specialistiche (Quaderni del Museo), esso consente quelle attività didattiche che coinvolgono attivamente alunni e studenti e li rendono protagonisti della costruzione del proprio sapere, facendo loro conoscere moltissimi aspetti di un’antica civiltà.

Possiamo definire il Museo Etnografico di Aquilonia un centro di mediazione culturale in grado di trasmettere informazioni ed emozioni e di dare nuova forma ad una nuova istruzione.

Nel varcarne l’ingresso ci si sente come inghiottiti da una macchina del tempo e, affacciandosi su autentici scenari di esistenze realmente vissute, si compie un fantastico viaggio pieno di emozioni e ci si immerge quasi come per magia nelle viscere della vicenda quotidiana di una umanità semplice e operosa, per troppo tempo sfruttata.

Il Museo Etnografico presenta un grande numero di visitatori annuali, nonostante esso sia collocato in un piccolo paese ed in una zona scarsamente collegata con l’esterno: innanzitutto il paese che ospita la struttura non offre scelta di collegamenti di linea né con città limitrofe né con altre fuori regione; in secondo luogo, anche per chi volesse raggiungere il museo con la propria auto, la condizione delle strade non risulta essere ottimale; infine la specificità del museo, ossia quella di essere Etnografico, lo rende poco appetibile per il cosiddetto “turismo di massa”.

Da un lato una possibile soluzione a questi problemi potrebbe essere la messa a disposizione, da parte delle autorità competenti, di mezzi di trasporto di linea in grado di unire più località e di rendere migliori le condizioni delle strade di accesso. Troppe volte il Museo viene trascurato, nonostante abbia al suo interno elementi di grande interesse storico e culturale.

 

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Dall’altro potrebbe essere quello di creare un itinerario tra i paesi confinanti che posseggono attrattive tali da catturare l’attenzione del turista, dato che quest’ultimo non troverebbe mai stimolo nel recarsi in una zona che offre una o comunque poche strutture da visitare, per quanto interessanti. I paesi confinanti offrono un patrimonio ricco e diversificato: Diga San Pietro, Birrificio Serro Croce e Castello baronale (Monteverde); Castello ducale e Museo Archeologico (Bisaccia); Sponz Fest e Borgo Castello (Calitri); Città Romana (Conza della Campania).

Per valorizzare la struttura e gli elementi al suo interno si potrebbero creare nuovi eventi per coinvolgere gli utenti esterni. Un esempio è quanto è stato fatto lo scorso Natale, quando un gruppo di giovani aquilonesi, ha messo in scena una rappresentazione teatrale tra le varie sezioni del Museo; oppure la Festa del Grano, una manifestazione che coinvolge la comunità durante il periodo di Ferragosto in diverse attività tipiche della tradizione, facendole rivivere e conoscere a chi non ha vissuto in quell’epoca.

Tutto ciò avviene grazie anche al coinvolgimento del Museo che fornisce il materiale e gli attrezzi necessari, ad esempio ‘’lu fauciòne’’ e l’antica mietitrebbia per la rappresentazione della Mietitura.

In particolare per quanto riguarda quest’ultima festività si potrebbe ampliare la collaborazione attraverso un’iniziativa che potrebbe far avvicinare i visitatori attraverso attività svolte all’interno del museo stesso.

Sicuramente con il tempo questi eventi potrebbero aumentare, per far sì che sempre più persone vengano a visitare questa struttura che, grazie ai suoi numerosi reperti storici, vuole in qualche modo cercare di far conoscere, ai concittadini e non, le tradizioni antiche di questo paese.

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Il Museo sta costruendo una collaborazione con l’azienda agricola/birrificio SerroCroce di Monteverde: questo rapporto è certamente in grado di completare l’offerta che entrambe la strutture sono in grado di fornire ai propri visitatori, e perciò pare opportuno intensificare sempre di più questo lavoro di squadra.

Inoltre il Museo, per la gestione della propria biblioteca, è legato alla biblioteca di Montevergine, la quale fornisce supporto tecnico. La biblioteca è entrata a far parte del polo di Napoli della rete Nazionale delle biblioteche (OPAC), il che la rende parte di un sistema che appunto è nazionale, mettendola in comunicazione con uno scenario vasto.

Per incentivare se stesso il Museo ha creato un sito web e una pagina facebook; inoltre in loco è possibile trovare brouchure informative o consultare i libri sulla civiltà contadina presenti nella biblioteca. Per le versioni cartacee non è disponibile l’acquisto online né e-book. La creazione del formato e-book potrebbe rivelarsi un valido strumento di promozione. Si potrebbe promuovere la struttura rafforzando il percorso di partecipazione ad eventi fieristici, con lo scopo di catturare l’attenzione dei visitatori per condurli in un territorio ricco di cultura e tradizioni ma non sempre valorizzato.

Il Museo di Aquilonia non si identifica solo come “il luogo in cui sono archiviati i documenti della sconfitta di una cultura legata alla tradizione, ma il centro di attività e percorsi di interesse socio-antropologico, carichi di contenuti. È un grande libro di storia scritto con il linguaggio muto degli oggetti della cultura materiale, che subito affascina e coinvolge. È un affresco onnicomprensivo: non c’è aspetto della vita, anche marginale, che non vi sia rappresentato e documentato. Varcandone l’ingresso, ci si sente come inghiottiti dalla macchina del tempo; e sembra di essere non in un Museo, quali spettatori passivi, ma calati in una realtà vivente.”

Così il Prof. Beniamino Tartaglia presentava entusiasta tempo fa il “suo” Museo e rispondeva alla domanda di un giornalista che gli chiese “Cosa attirava di più i visitatori?”.

In questo modo il Museo viene messo a disposizione ai tanti turisti che ogni anno lo visitano e le loro reazioni emozionanti testimoniano l’originalità dell’articolazione espositiva.

 

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Sicuramente uno degli aspetti che permette al visitatore di capire a fondo le tradizioni e i mestieri antichi presenti nel Museo è quello relativo alle guide: esse infatti offrono la completa assistenza durante la visita del Museo e per chi ha ancora voglia di immergersi nello specifico territoriale c’è la possibilità di un tour il quale prevede la visita al non lontano “Parco archeologico di Carbonara” (la vecchia Aquilonia distrutta dal sisma del 23/07/1930 oggetto di un originale intervento di recupero), ad un altro Museo, situato nel centro antico, il “Museo delle città itineranti”, inaugurato non molto tempo fa e alla badia di San Vito con la sua grande quercia.

Il Museo può e deve essere un attrattore per chi ha voglia di immergersi in un passato che non vuol morire.

L’obiettivo è di continuare a crescere e migliorare poiché il complesso è diventato oltre che un polo culturale, soprattutto un grande attrattore turistico. In un territorio, come quello delle aree interne della Campania, dove l’industria non è mai arrivata, la sfida pensata, ed in parte vinta, è stata quella di puntare alla valorizzazione di quest’ultimo.

 

I siti Unesco in Campania

Continuiamo oggi l’itinerario alla scoperta dei siti dichiarati patrimonio Unesco in Campania, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

 

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Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, con i siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula

Il 1998 è l’anno in cui arriva il riconoscimento per il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, i siti archeologici di Paestum e Velia, e la Certosa di Padula.

Il Cilento, infatti, durante la Preistoria e il Medioevo, è stato il principale crocevia culturale, politico e commerciale, creando un panorama culturale di notevole significato e qualità.

 

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Il Parco

Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, secondo parco in Italia per dimensioni e primo geoparco in Italia, si estende dalla costa tirrenica fino ai piedi dell’appennino campano – lucano, e comprende le cime degli Alburni, del Cercati e del Gelbison, nonché parte del Monte Bulgheria e del Monte Stella.

Esso costituisce il parco mediterraneo per eccellenza grazie alla tipologia ambientale che lo contraddistingue, con lecci, ulivi, pinete e vestigia di tutte le civiltà che hanno attraversato questo territorio, dal Paleolitico agli insediamenti di Paestum e Velia, dagli insediamenti medievali fini alla Certosa di Padula.

Il popolamento floristico del Parco è costituito da circa 1800 specie diverse di piante autoctone spontanee, a cui si aggiungono altrettante comunità faunistiche, tra cui spiccano il falco pellegrino e l’aquila reale.

Elea/Velia

Elea, denominata in epoca romana Velia, è un’antica polis della Magna Grecia, la cui area archeologica è localizzata in contrada Piana di Velia, nel comune di Ascea.

La città nacque nel VI secolo a.C., quando una spedizione di coloni focesi provenienti dalla Turchia giunse sulla costa tirrenica della Lucania e sviluppò una città su un promontorio affacciato sul mare.

Dell’antica città, i cui scavi sono visitabili tutti i giorni, eccetto il martedì, restano numerosi monumenti: l’area portuale, le terme ellenistiche, le terme romane, l’Agorà, l’Acropoli, il Quartiere Meridionale, il Quartiere Arcaico, il teatro romano, Porta Marina e Porta Rosa.

Quest’ultima, di indiscusso valore, è un prestigioso monumento che svolgeva la duplice funzione di collegamento dei due quartieri della città, e di viadotto congiungente le due sommità dell’acropoli.

Tra i motivi che hanno reso Velia patrimonio dell’umanità va, inoltre, menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, tra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e Melisso di Samo.

 

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Paestum

Paestum è un’antica città della Magna Grecia, fondata nel VII secolo a.C. con il nome di Poseidonia, in onore del dio del Mare Poseidone, ma molto devota ad Era e Atena.

Essa si trova nell’area appartenente oggi al comune di Capaccio e la sua estensione è ancora oggi riconoscibile grazie alle mura greche che la cingono. La cinta si sviluppa per circa 4,75 Km e segue l’andamento de banco di travertino sul quale sorge la città. In corrispondenza dei 4 punti cardinali si aprono le 4 porte principali d’ingresso: Porta Sirena, Porta Giustizia, Porta Marina e Porta Aurea.

All’interno della cinta si trovano i resti dell’antica città, che si possono considerare, insieme a quelli di Atene ed Agrigento, i più grandi esempi dell’età classica giunti fino a noi.

In particolare si possono ancora osservare oggi la via Sacra, il Foro e tre Templi:

Tempio di Hera: conosciuto come la “Basilica”, esso è, in realtà, un tempio periptero (9 x 18 colonne) di ordine dorico dedicato molto probabilmente a Era, dea della fertilità, della vita e della nascita. Esso è il più antico dei tre grandi edifici, e appartiene alla prima generazione dei grandi templi in pietra, iniziato intorno al 560 a.C..

Tempio di Hera II: il tempio, conosciuto anche con il nome di Tempio di Nettuno, è assimilabile a quello dedicato a Zeus ad Olimpia, ed è il più grande della città, motivo per cui la sua dedicazione è ancora problematica. Le ipotesi più accreditate lo vogliono dedicato ad Era o a Zeus o ad Apollo; l’attribuzione a Nettuno è, invece, un errore compiuto dagli studiosi nel XIX secolo, ai quali sembrò inevitabile che il tempio più grande fosse dedicato alla medesima divinità protettrice della città.

Tempio di Atena: il tempio, il più piccolo tra gli edifici templari, è l’unico di cui si sa con certezza a quale divinità fosse dedicato, Atena, la dea dell’artigianato e della guerra.

Tra i templi, che sorgono nella parte centrale della città, era collocato il Mercato, cioè la piazza centrale, dove si tenevano le assemblee dei cittadini e si venerava la tomba del mitico fondatore di Paestum; intorno ai templi e al mercato si estendevano poi i quartieri abitativi.

Tra i numerosi ritrovamenti nel sito archeologico, spicca senz’altro la famosa Tomba del Tuffatore, l’unica testimonianza di pittura greca figurativa. Essa prende il nome dalla raffigurazione sulla lastra di copertura: un giovane nudo che si tuffa nell’oceano, immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte.

La tomba sarà visibile fino al 7 ottobre nella mostra “L’immagine invisibile – La Tomba del Tuffatore” presso il Museo dell’area archeologica di Paestum.

Certosa di Padula

Nell’altopiano del Vallo di Diano si trova, infine, la Certosa di San Lorenzo a Padula che, con la sua superficie di 51.500 m², è il più vasto complesso monastico dell’Italia meridionale, nonché uno dei più ricchi di tesori artistici.

I lavori di costruzione della Certosa iniziarono nel 1306 e proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. I Certosini lasciarono Padula nel 1807, durante il decennio francese del Regno di Napoli, allorché furono privati dei loro possedimenti nel Vallo, nel Cilento, nella Basilicata e nella Calabria. Le ricche suppellettili e tutto il patrimonio artistico e librario andarono quasi interamente dispersi e il monumento conobbe uno stato di precarietà e abbandono.

Dichiarato monumento nazionale nel 1882, la Certosa è stata presa in consegna dalla Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno e nel 1982 sono cominciati i lavori di restauro.

Le trasformazioni più rilevanti del complesso risalgono al ‘500 e al ‘600, tanto che lo stile architettonico prevalente è il Barocco, lasciando poche tracce del complesso trecentesco.

La certosa conta circa 350 stanze e numerosi luoghi per il lavoro e la contemplazione, secondo la regola certosina: il chiostro grande (il più grande del mondo), 4 chiostri più piccoli, numerose cappelle, i cortili, la biblioteca, la cucina, le lavanderie, le cantine, la foresteria, la sacrestia, stalle e granai.

Dal 1957 ospita il Museo Archeologico provinciale della Lucania occidentale e, dal 2014, fa parte dei beni gestiti dal Polo Museale della Campania.

 

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I Longobardi in Italia – I luoghi del potere

I Longobardi in Italia: i luoghi del potere è un sito seriale italiano inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio Mondiale nel 2011. La serie comprende sette località in cui sono custodite testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell’arte longobarda:

  • Cividale del Friuli
  • Brescia
  • Castelseprio
  • Spoleto
  • Campello sul Clitunno
  • Monte Sant’Angelo
  • Benevento

A Benevento, in particolare, le testimonianze longobarde riconosciute dall’Unesco sono raccolte nel complesso monumentale che si articola intorno alla Chiesa di Santa Sofia.

Fondata dal duca Arechi II nel 760 sul modello della cappella palatina di Liutprando a Pavia, la chiesa di Santa Sofia è una delle strutture longobarde più complesse e meglio conservate dell’epoca. Sulle pareti, infatti, mostra ancora importanti brani dei cicli pittorici altomedievali.

La chiesa presenta piccole proporzioni, con una circonferenza di circa 23,50 m di diametro, con al centro sei colonne disposte ai vertici di un esagono e collegate da archi che sostengono la cupola. L’esagono interno è poi circondato da un anello con 8 pilastri e due colonne ai fianchi dell’entrata.

Del complesso fanno parte anche un monastero e un chiostro che oggi ospita il Museo de Sannio.

Il Patrimonio Immateriale Unesco in Campania

Al grande patrimonio materiale italiano e campano inserito all’interno del patrimonio mondiale Unesco si affianca anche il patrimonio immateriale, che comprende 8 beni in tutta Italia.

Tra questi 2 sono quelli che appartengono anche alla nostra regione: i gigli di Nola e l’arte della pizza, che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento rispettivamente nel 2013 e nel 2017.

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Le macchine dei Santi: I gigli di Nola

La Rete delle grandi macchine a spalla italiane è un’associazione, nata nel 2006, che include quattro feste religiose cattoliche italiane: la Macchina di Santa Rosa di Viterbo, la Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi e la Faradda di li candareri di Sassari. Dal 2013 la rete è inserita nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco.

La Festa dei Gigli, in particolare, è una festa popolare cattolica che si tiene ogni anno a Nola, in provincia di Napoli, in occasione della festività patronale dedicata a San Paolino.

Con questo evento si ricorda il ritorno in città di Ponzio Meropio Paolino, vescovo di Nola, dalla prigionia ad opera dei barbari, avvenuto nella prima metà del V secolo.

La leggenda vuole che i cittadini abbiano accolto il Vescovo al suo rientro con dei fiori, dei gigli per l’appunto, e che lo abbiano scortato fino alla sede vescovile alla testa dei gonfaloni delle corporazioni dee arti e dei mestieri.

In memoria di questo evento, Nola ha tributato nei secoli la sua devozione a San Paolino portando dei ceri addobbati in processione, posti prima su strutture rudimentali, poi su cataletti, infine diventati torri piramidali in legno.

Tali costruzioni, che hanno preso il nome di Gigli, sono realizzate in legno e decorate con cartapesta o stucchi, e hanno una altezza di 25 metri, con un peso di oltre 25 quintali. Esse sono portate in processione a spalla dagli addetti al trasporto, che assumono il nome di “cullatori”.

La festa si svolge la domenica successiva al 22 giugno e consiste nella processione danzante degli 8 Gigli e della Barca, una struttura bassa a forma di barca che simboleggia il ritorno in patria di San Paolino.

La manifestazione copre l’intero arco della giornata. Nel corso della mattinata, i Gigli e la Barca vengono trasportati in piazza Duomo, la piazza principale di Nola, dove avviene la solenne benedizione da parte del vescovo.

L’arte dei Pizzaiuoli Napoletani

Nel 2017 arriva il riconoscimento anche ad un altro importante patrimonio immateriale campano: l’arte della pizza.
Il riconoscimento arriva in seguito alla campagna di raccolta firme aperta a tutti i cittadini del mondo presentata dal Consiglio Direttivo della CNIU all’Unesco e firmata da circa 2 milioni di persone.

Questo riconoscimento rappresenta la terza iscrizione nazionale italiana nell’ambito della tradizione enogastronomica (dopo la Dieta mediterranea e la vite ad alberello di Pantelleria) raggiungendo il Giappone che fino ad allora deteneva il primato con le sue tre iscrizioni enogastronomiche.

Tra le motivazioni, vi sono la capacità dell’arte della pizza di fornire alla comunità, di generazione in generazione, un senso di identità e continuità, e di promuovere il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

In questo senso, l’arte del pizzaiolo napoletano diventa espressione di una cultura che si manifesta in modo unico e fa sì che questo prodotto sia percepito come marchio di italianità in tutto il mondo.

Un simbolo storico e contemporaneo della nostra tradizione gastronomica, di una solida identità culturale che nasce come cittadina, diventa orgoglio regionale, vanto nazionale e unicità mondiale.

 

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I siti Unesco in Campania

8 meraviglie tutte da scoprire

Il nostro Paese è ricco di meraviglie dal valore culturale, architettonico e naturale inestimabile, tanto che si pone ai primi posti per siti appartenenti al patrimonio mondiale Unesco: sono, infatti, 53 i beni dichiarati patrimonio materiale e 8 quelli appartenenti al patrimonio immateriale.

Il primo sito italiano a ricevere questo riconoscimento è stato il Sito preistorico della Valle Camonica in Lombardia e, da allora, sempre più regioni hanno cercato di promuovere i propri tesori artistici e culturali.

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I primi siti Unesco in Campania sono stati riconosciuti solo a partire dal 1995. Nonostante il ritardo, però, la Campania oggi è tra le regioni italiane a vantare il maggior numero di beni e siti riconosciuti dalla Convenzione, ponendosi al 4 posto con i siti appartenenti esclusivamente al suo territorio.

La lista dei patrimoni materiali dell’Unesco in Campania include 6 luoghi. Molti di essi, però, sono aree molto vaste della regione, che comprendono al loro interno numerosi siti archeologici e, a volte, interi comuni:

– Centro Storico di Napoli
– Costiera Amalfitana
– Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata
– Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio
– Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano con i Siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula
– I Longobardi in Italia. I luoghi del potere

A questi 6 siti, si aggiungono 2 beni immateriali presenti all’interno della lista:

– Le Macchine dei Santi
– L’arte dei pizzaiuoli napoletani

L’itinerario che vi proponiamo oggi è alla scoperta di queste bellezze naturali, delle testimonianze archeologiche, delle ricchezze storico-artistiche e dei prodotti tipici locali, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

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Centro storico di Napoli

Il centro storico di Napoli, diviso in due dalla celebre strada Spaccanapoli, rappresenta il nucleo più antico della città fondata nel VI secolo a.C. con il nome di Neapolis.

Culla delle correnti artistiche di ogni epoca, da quella greco – romana a quella bizantina, da quella normanna a quella rinascimentale, fino alle opere contemporanee, essa risulta la più vasta area antica d’Europa: occupa 17 Km quadrati, cioè circa il 14,5% dell’intera superficie urbana.

L’area accoglie al suo interno numerosi quartieri: Avvocata, Montecalvario, San Giuseppe, Porto, Pendino, Mercato, Stella, San Carlo all’Arena, Chiaia, San Ferdinando, San Lorenzo, Vicarìa e parte delle colline del Vomero e Posillipo.

Dichiarato patrimonio dell’Umanità Unesco nel 1995, il centro storico di Napoli fu il primo bene in Campania ad essere inserito nella lista dei beni da tutelare.

Tra le motivazioni e i criteri si fa riferimento al valore universale e senza uguali della ricchezza del tessuto urbano, degli edifici e delle strade che conservano e testimoniano una storia millenaria ricca di eventi, che ha visto succedersi ed incrociarsi popoli e culture provenienti da tutta Europa.

Napoli, infatti, è una città molto antica, che racchiude 27 secoli di storia, sviluppatasi secondo un percorso storico che l’ha esposta a numerose influenze culturali, che hanno lasciato il segno nella struttura urbanistica e architettonica della città.

Il centro storico, in particolare, mostra ancora oggi lo schema urbano dell’antica Neapolis, che costituisce il modulo fondante del tessuto attuale del centro storico della città.

Al suo interno si possono trovare un numero particolarmente elevato di risorse culturali e artistiche: obelischi, monasteri, chiostri, musei, catacombe, statue, monumenti, palazzi storici, le vie del presepe e numerosi scavi archeologici, sia all’aperto che sotterranei.

Napoli, infatti, si caratterizza per il suo sviluppo in “altezza”: il fatto che la città poggi su di un terreno tufaceo ha favorito pratiche di sopraelevazione di edifici preesistenti, attingendo il materiale dalle cave sotterranee già utilizzate sin dal primo nascere della città.

Pochi resti possiamo vedere ancora oggi della città Greca delle origini, tra cui i resti delle mura difensive e alcuni elementi in via Mezzocannone. Sono più numerose, invece, le testimonianze dell’epoca Romana: si possono ancora vedere i resti del teatro antico, delle catacombe e vari reperti, alcuni visibili nei Musei mentre altri visibili all’interno delle zone archeologiche della città, tra cui l’area di San Lorenzo Maggiore.

Dell’epoca Svevo – Normanna, invece, l’edificio più celebre è sicuramente il Castel dell’Ovo. Costruito nel I secolo a.C. sull’isolotto di Megaride come villa di Lucio Licinio Lucullo, il sito cambiò diverse volte funzione e aspetto nel corso dei secoli, fino all’arrivo di Ruggiero il Normanno che, conquistando Napoli nel XII secolo, fece del sito la sede del proprio Castello.

A causa di diversi eventi che hanno in parte distrutto l’originario aspetto normanno e grazie ai successivi lavori di ricostruzione avvenuti durante il periodo angioino ed aragonese, la linea architettonica del castello mutò drasticamente fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi.

Il Castello, annesso oggi allo storico rione di Santa Lucia, è oggi visitabile; al suo interno si svolgono mostre, convegni e manifestazioni mentre alla sua base esterna sorge il porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da bar e ristoranti e sede di numerosi circoli nautici.

Al periodo successivo di dominazione Angioina risalgono, invece, gli altri due castelli simbolo della città: Castel Nuovo, anche conosciuto come Maschio Angioino, e Castel Capuano.

Periodo di fortificazioni difensive fu anche quello Aragonese, epoca a cui risale il Palazzo Reale che, insieme alla Basilica di San Francesco di Paola, incornicia Piazza del Plebiscito. L’edificio oggi è sede di una delle più grandi biblioteche d’Italia, la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III.

E’ al XIX secolo, però, che risale la grande riorganizzazione degli spazi e della planimetria cittadina, che rese Napoli la metropoli che possiamo vedere oggi. Una città che riesce a fondere antico e moderno come nessun’altra.

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Costiera Amalfitana

Due anni dopo l’iscrizione alla lista Unesco del primo sito in Campania, arriva il riconoscimento anche per un altro grande centro urbano: la Costiera Amalfitana.

Essa si trova lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale e si estende per circa 11.000 ettari tra il golfo di Napoli e il golfo di Salerno.

Prende il nome dalla città di Amalfi, nucleo centrale della Costiera non solo geograficamente ma anche storicamente e comprende ben 13 comuni della provincia di Salerno: Amalfi, Atrani, Cetara, Conca dei Marini, Furore, Maiori, Minori, Positano, Praiano, Ravello, Scala, Tramonti, Vietri sul Mare.

I suoi paesaggi mediterranei dal grandissimo valore culturale e naturale l’hanno resa, specialmente a partire dagli anni ’50, una delle mete predilette dall’élite mondiale: la first lady Jacqueline Kennedy, il re Vittorio Emanuele III di Savoia, l’imprenditore Gianni Agnelli, le attrici Grace Kelly, Greta Garbo e Sophia Loren, nonché il ballerino Rudolf Nureyev hanno tutti scelto la Costa d’Amalfi per i loro soggiorni.

Sebbene i comuni costieri siano diversi l’uno dall’altro, ognuno con le sue tradizioni e le sue peculiarità, sono tutti caratterizzati dalla presenza di numerose testimonianze storico – artistiche che ne rappresentano l’identità delle origini: dalle ville romane di Minori e Positano all’architettura medievale, dalle torri costiere alle cattedrali romaniche, dai preziosi manufatti dell’oreficeria alle meraviglie naturalistiche.

A questo si aggiungono i numerosi prodotti tipici, come il Limone Costa d’Amalfi e le Alici di Cetara.

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Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata

Nello stesso anno, nel 1997, anche le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata sono state inserite all’interno della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

La motivazione è da ricercare nella unicità di questi luoghi: essi costituiscono una testimonianza completa e vivente della società e della vita quotidiana romana, e non trovano equivalente in nessuna parte del mondo.

Come è noto, le 3 città furono sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., facendo di esse dei resti archeologici, progressivamente portati alla luce e resi accessibili al pubblico a partire dalla metà del secolo XVIII.

Tutte e 3 le aree hanno delle peculiarità che le rendono, seppur simili, estremamente diverse: la vasta estensione della città commerciale di Pompei sicuramente contrasta con i resti, più ridotti ma meglio conservati, della città di Ercolano; gli splendidi affreschi di Torre Annunziata, ben conservati, invece, mostrano lo stile di vita di cui godevano i ceti più facoltosi dell’impero.

Pompei

Pompei sicuramente è l’unica delle 3 città ad essere in grado di fornire un quadro completo dell’antica città romana. Nonostante, infatti, fosse una città di villeggiatura del popolo romano, essa custodisce al suo interno una serie di edifici domestici, allineati lungo strade ben pavimentate, tra cui spiccano senz’altro la Casa del Chirurgo, la Casa del Fauno e dei Casti Amanti.

La piazza principale, invece, è affiancata da numerosi edifici pubblici imponenti, come il Capitolium, la Basilica e i templi. Al suo interno troviamo, ancora, i bagni pubblici, due teatri ed un anfiteatro.

Sicuramente l’edificio più importante è la Villa dei Misteri: un’enorme edificio che prende il nome dai suoi splendidi affreschi, raffiguranti i riti di iniziazione (i misteri, appunto) del culto di Dioniso. La villa, costruita nel II secolo a.C. ebbe il suo periodo di massimo splendore durante l’età augustea, quando fu notevolmente ampliata ed abbellita, ma cadde in rovina in seguito al terremoto del 62 d.C. Fu trasformata, infatti, in villa rustica con l’aggiunta di numerosi ambienti ed attrezzi agricoli, come i torchi per la spremitura dell’uva.

Ercolano

Di Ercolano, il cui nome deriva dalla leggendaria fondazione della città da parte di Ercole, sappiamo molto meno a causa della profondità a cui è stata sepolta. Tuttavia, i pochi edifici portati alla luce risultano meglio conservati di quelli della città vicina: i Bagni, il Collegio dei Sacerdoti di Augusto e il teatro sono quasi intatti.

Si conservano, inoltre, la casa del Bicentenario e la Casa dei Cervi, che hanno ampi cortili e una ricca decorazione, e diverse botteghe commerciali, in cui sono stati ritrovati diversi orci e giare, utilizzati per il trasporto delle derrate alimentari.

Infine, uno degli edifici più noti è la Villa dei Papiri, così chiamata per la presenza al suo interno di una biblioteca con oltre 1800 papiri.

La villa, appartenuta con ogni probabilità a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, è una costruzione opulenta: costruita a strapiombo sul mare, ha una lunghezza di oltre duecentocinquanta metri e si innalza su 3 livelli. Il suo ingresso, che affacciava direttamente sul mare, è preceduto da un portico con colonne, simile a quello della Villa dei Misteri a Pompei. Progettata con una serie di cunicoli nel XVIII secolo, solo una piccola parte oggi risulta accessibile.

Torre Annunziata

Gli scavi di Oplontis si trovano al centro della moderna città di Torre Annunziata e costituiscono un centro decisamente più piccolo delle vicine Ercolano e Pompei, di cui, probabilmente, costituiva un quartiere suburbano residenziale.

Il suo nome, sulle cui origini ci sono ancora molti dubbi, è attestato nella Tabula Peutingeriana, una copia medievale di una antica mappa relativa alle strade dell’epoca romana: in questa mappa si indicavano con questo nome alcune strutture posizionate proprio tra Pompei ed Ercolano.

Essa costituiva un rinomato luogo di villeggiatura, con saline e complessi termali. Al suo interno si trovano numerose ville importanti, di cui l’unica visitabile è la Villa di Poppea, attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone.

Costruita nel I secolo a.C., l’architettura dell’abitazione conserva i caratteri fondamentali della tradizione romana: la sua pianta risulta molto complessa e viene generalmente divisa in 4 aree, anche se ancora oggi non è stata redatta con certezza in quanto non esplorata totalmente.

Al suo interno si trovano pitture e affreschi in ottimo stato di conservazione che rappresentano animali, tra i quali magnifici pavoni, maschere teatrali e nature morte.

 

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Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio

Ancora nel 1997, ad un terzo sito campano fu assegnato il riconoscimento Unesco: il complesso monumentale di Caserta. Esso fu scelto in quanto rappresentante del capolavoro del genio creativo dell’architetto Luigi Vanvitelli, al quale il re Caro di Borbone aveva affidato, nel 1750, la realizzazione di quella che doveva essere la nuova capitale del Regno di Napoli, al cui centro sorgeva la reggia.

Il sito è composto dal sontuoso Palazzo con il parco, i giardini, una zona boscosa, l’Acquedotto Carolino e il complesso industriale di San Leucio, destinato alla produzione di tessuti in seta.

Il complesso reale, fulcro dell’intera composizione, si ispira ai modelli delle grandi residenze europee del tempo come Versailles o il Palazzo Reale della Granja di San Ildefonso. Dal punto di vista architettonico, la reggia è un’opera che ha fortemente influenzato lo sviluppo urbanistico delle aree limitrofe, ponendosi come mirabile esempio della sintesi tra tradizione barocca e nuovi influssi neoclassici.

L’enorme parco di 120 ettari, che si sviluppa in lunghezza per circa 3 km, è solo una versione ridotta di quello che Luigi Vanvitelli aveva progettato: dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, subentrò il figlio Carlo che mostrò al nuovo re Ferdinando IV un nuovo progetto, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l’esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero delle fontane nella seconda parte del parco.

Le fontane del parco sono alimentate dall’Acquedotto Carolino, che fu inaugurato nel 1762 da re Ferdinando IV. Quest’opera, che attinge l’acqua a 41 km di distanza, è per la maggior parte costruita in gallerie, che attraversano 6 rilievi, e 3 viadotti.

Esso costituisce una vera e propria infrastruttura a servizio non solo del palazzo e dei giardini ma anche delle ferriere, dei mulini, delle industrie manifatturiere disposte lungo il percorso e, infine, del complesso di San Leucio.

La colonia di San Leucio rappresenta una tappa fondamentale della cultura illuministica settecentesca e, soprattutto, dello sviluppo industriale e tecnologico del territorio campano. Essa si sviluppa intorno al palazzo nobiliare, costruito dai principi Acquaviva nel XVI secolo e acquistato da Carlo di Borbone con l’obiettivo di ottenere una “bella vista”, da cui il nome di “Belvedere di San Leucio”.

L’antico Casino del Belvedere fu trasformato dai Borbone in luogo di “Reali Delizie”, cioè di svago e divertimento ma anche di caccia e sviluppo agricolo.

Con l’arrivo di re Ferdinando IV di Borbone, il palazzo venne ristrutturato: la grande sala delle feste fu trasformata in chiesa parrocchiale, dedicata a San Ferdinando Re; in seguito, il re affidò all’architetto Francesco Collecini il compito di ampliare tutto l’edificio, destinato ad ospitare un opificio serico.

L’antico Casino divenne così il corpo centrale di un grande edificio rettangolare con cortile interno comprendente, oltre agli appartamenti reali, e abitazioni per i maestri e direttori della fabbrica, una scuola, una sala per la filanda, un incannatoio, un filatoio e altri locali per la manifattura.

L’obiettivo del re era quello di dar vita ad una comunità autonoma di lavoratori (chiamata Ferdinandopoli), a cui venivano garantite case, scuole, l’assistenza medica e tutti i servizi, simbolo di un modello di società basato sui valori del lavoro e dell’uguaglianza.

Gli edifici (che sono ancora oggi abitati) furono progettati secondo le regole urbanistiche dell’epoca e fin dall’inizio furono dotati di acqua corrente e servizi igienici.

Il Belvedere di San Leucio è oggi sede del Museo della Seta, all’interno del quale si possono ammirare alcuni antichi telai e macchinari originali per la filatura della seta.

Vi aspetto la prossima settimana per la seconda parte di questo itinerario sui siti Unesco in Campania.

 

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