Itinerari culturali dell’Agro Nocerino – Sarnese

Gli studenti del liceo G.B. Vico di Nocera Inferiore analizzano i dati raccolti durante il loro percorso di Alternanza Scuola – Lavoro.

 

E’ importante valorizzare il territorio in cui si vive. In un epoca in cui si guarda spregiudicatamente al futuro e in un territorio che in nome del progresso ha dimenticato il suo passato, bisogna agire hic et nunc per non perdere la consapevolezza delle proprie radici.

Ed è proprio in nome di questi valori che noi, Sergio Claudini ed Emilia Mura, studenti del Liceo G.B.Vico di Nocera Inferiore, abbiamo lavorato costantemente a partire dall’anno scolastico 2016/2017 alla realizzazione di un dataset che potesse illustrare ad un ipotetico viaggiatore, ma anche al semplice cittadino curioso, una serie di interessanti e particolari tappe storico – culturali da conoscere ed esplorare.

L’area geografica su cui abbiamo concentrato la nostra attenzione è l’Agro Nocerino – Sarnese ma in particolare ci siamo focalizzati sui comuni di Nocera Superiore, Nocera Inferiore, Pagani, Corbara e S.Egidio del Monte Albino.

 

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Partendo dalla necropoli romana del I° secolo a.C. di Pizzone a Nocera Superiore, per poi arrivare agli edifici religiosi di età moderna, abbiamo diviso il nostro itinerario in quattro percorsi in base alle epoche storiche: Antico, Tardo antico, Medievale e Moderno.

Ma non finisce di certo qui: il dataset è stato differenziato in colonne e righe ampliabili in base alle informazioni che abbiamo. Le informazioni sono state prima raccolte da siti internet e da libri come Rassegna storica salernitana e la brochure Monumenti a porte aperte 2000.

La fase successiva è stata l’analisi della veridicità e dell’attendibilità dei dati, per poi iniziare a costruire il dataset vero e proprio. Quando abbiamo avuto una visione più chiara e completa di ciò che stavamo facendo ci siamo accorti con stupore che, non solo stavamo aiutando il nostro territorio ad essere più conosciuto, ma stavamo anche aumentando la nostra conoscenza che abbiamo di esso.

Ad esempio abbiamo scoperto che a Nocera Inferiore sono presenti dei reperti archeologici di epoca romana come l’edicola funeraria di Fructus al civico 272 di corso Vittorio Emanuele II, oppure abbiamo saputo che sia a Corbara che S.Egidio del Monte Albino ci sono due splendidi edifici religiosi, la cappella di S.Erasmo, risalente al XIX° secolo con una splendida statua in marmo, e la chiesa della Maddalena, risalente addirittura all’anno 1000, decorata da straordinarie tele e magnifici affreschi del XVI° e XVII° secolo.

 

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Pensare poi che c’è ancora tanto da catalogare è davvero incredibile e soprattutto stimolante. Ovviamente la presenza di tutti questi luoghi e la possibilità di inserire un’ infinità di dati ci mostrano quanto il nostro territorio sia ricco di bellezze. Finalmente possiamo dare un senso diverso ad un’espressione molto usata: Campania Felix.

Lavorando ancora oggi da due anni con passione e dedizione abbiamo fissato nuovi obiettivi da raggiungere per poi arrivare alla presentazione finale del progetto con un materiale raffinato ed innovativo. Ad ora vogliamo concentrarci sui principali comuni dell’Agro e quindi, oltre alle città sopracitate, inseriremo anche Angri e Sarno, seguendo lo stesso modus operandi utilizzato in precedenza. Di certo non escludiamo la possibilità di aggiungere notizie sulle località già presenti e in futuro ampliare il nostro raggio d’azione includendo anche edifici non religiosi.

“Mi ha aiutato a conoscere la realtà che mi circonda e sapere meglio chi sono”

“Ho riscoperto la mia terra ed imparato ad amarla”

Come descrivere l’esperienza fatta se non con le nostre stesse parole, piene di gioia e stupore, ma anche gratitudine verso quelle persone che ci hanno guidato e sostenuto in questo progetto che ci permettere di diventare i piccoli ambasciatori di un grande territorio e presentare la nostra storia all’Europa, essendo il progetto a livello europeo.

 

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Autori: Sergio Claudini, Emilia Mura

Parco Regionale di Roccamonfina – Foce Garigliano

Il Parco Regionale Roccamonfina e Foce Garigliano è stato istituito nel 1993.

Conta circa 9.000 ettari di superficie che interessa alcuni comuni della provincia di Caserta: Sessa Aurunca, Teano e cinque comuni facenti parte della comunità montana di Monte Santa Croce, ossia Roccamonfina, per l’intero territorio, parzialmente Marzano Appio, Conca della Campania, Galluccio e Tora e Piccilli.

 

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A protezione dell’intera area troviamo l’apparato vulcanico di Roccamonfina, l’antico Mons Mefineus. Il Vulcano di Roccamonfina è il più antico apparato vulcanico della Campania, il quarto vulcano d’Italia ed il quinto per altitudine. Strutturalmente assomiglia molto al Vesuvio, ma ne è molto superiore per dimensioni avendo un diametro di oltre 15 km, e possiede una cerchia craterica esterna di circa 6 km di diametro al cui interno si trovano i coni vulcanici del Monte Santa Croce e del Monte Làttani, formatisi in epoche successive.

L’intero territorio è ricco d’acqua, che ne ha plasmato la morfologia. Il fiume Garigliano, che attraversa il Parco, scava il suo letto tra i terreni vulcanici del Roccamonfina ed i terreni calcarei dei Monti Aurunci. Oltre al Garigliano, i due corsi d´acqua più importanti del territorio sono il Fiume Savone ed il Fiume Peccia.

L’area del Parco è stata suddivisa in tre zone denominate: “A”, zona a tutela integrale, “B”, zona orientata alla protezione e “C”, che prevede la riqualificazione dei centri urbani e la loro promozione economica e sociale.

 

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Il territorio è caratterizzato geologicamente dalla presenza di lave e tufi, risultanti dall’attività del vulcano di Roccamonfina attivo tra i 630.000 e 50.000 anni fa.

Il parco gode di una fitta vegetazione, tra cui trovano ampia diffusione il castagno e la quercia sulle alture, mentre sulle colline prevalgono ulivi, vigneti e alberi da frutta. Ricco è anche il sottobosco, soprattutto in autunno, quando è popolato da numerose specie di funghi, tra il pregiato porcino.

Allo stesso modo nel parco è cospicua la fauna: per quanto riguarda i volatili ci sono il cuculo, il picchio, la civetta, il gufo, il merlo, il corvo, i falchi e le cicogne, oltre ad esemplari rarissimi e di grande interesse, come l’airone rosso. Troviamo inoltre la volpe, il cinghiale, il tasso, la faina, la lepre e tanti altri piccoli mammiferi.

Dalle alture del vulcano si godono paesaggi suggestivi che spaziano dalla pianura campana al basso Lazio, estendendosi fino alle isole del Golfo di Napoli e a quello di Gaeta.

 

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Oltre al parco si possono visitare i molti borghi presenti nell’area, tra tutti la suggestiva Sessa Aurunca, un importante centro storico ricco di arte e cultura con monumenti di età romana, medievale e barocca come il Teatro Romano.

Il Parco è liberamente visitabile, occupando un’area molto estesa e diversi comuni.

Il Parco racchiude un’area estremamente suggestiva: ci si può perdere passeggiando tra i boschi secolari di castagni e tra i borghi medievali che lo circondano; si possono assaporare i prodotti tipici, le castagne e le tante varietà di funghi locali, vivendo tradizioni gastronomiche uniche nella loro semplicità; si possono sorseggiare i vini prodotti localmente, dai sapori fruttati e dai gusti decisi; si può partecipare a feste e sagre di paese, che rievocano antichi folklori e tradizioni popolari.

 

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Dunque il Parco Regionale Roccamonfina – Foce Garigliano è una terra di grande ospitalità e di storia, che offre ai suoi visitatori una natura rigogliosa ed incontaminata, oltre che luoghi ricchi di arte, archeologia e tradizioni.

 

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Itinerario nel territorio di Calitri

Visitare l’Irpinia vuol dire viaggiare attraverso una provincia fra le più belle d’Italia e che dell’Italia conserva le migliori caratteristiche: i monumenti, le chiese, la tradizione enogastronomica ed i parchi naturali.

L’Irpinia, sin dall’antichità, è stata una terra di transito tra il Mar Tirreno ed il Mar Adriatico, in quanto territorio compreso tra l’Appia Traiana e la Regina Viarum dei Romani.
La caratterizzazione territoriale è molto vasta, il territorio si sviluppa principalmente sulla Catena Appenninica, offrendo un clima temperato.

La pace, la tranquillità, l’ottima qualità enogastronomica, le tradizioni e il folklore contraddistinguono da sempre la zona, compresa la cittadina di Calitri, che Ungaretti descrive come “un macigno ancora morso dalla furia della sua nascita di fuoco“.

Calitri, situato lungo le rive del fiume Ofanto, è il terzo comune per estensione territoriale della provincia di Avellino.
Sin dal Neolitico, ci giungono notizie di insediamenti umani sulla collina, ma si può definire un vero e proprio centro abitato solo dal XIII secolo.

In epoca medievale, il borgo viene amministrato dapprima dai Longobardi, e successivamente dai Normanni e dagli Svevi.

Nel 1304, con la famiglia dei Gesualdo, Calitri conosce il suo massimo splendore, che trova la sua rappresentazione nella conversione del castello in una sontuosa dimora signorile.
Dopo i Gesualdo, l’amministrazione passa prima ai Ludovisi, e, successivamente, ai Mirelli.

Durante il terremoto dell’8 settembre 1694 il castello di Calitri fu completamente distrutto e il principe Mirelli morì.
I superstiti della famiglia decisero dunque di abbandonare i ruderi e di spostarsi a valle.

A partire dalla seconda metà del ‘700, Calitri diviene oggetto dei vari fenomeni che in quel tempo dilaniavano il Sud Italia, primo tra questi il brigantaggio, insieme all’emigrazione e al latifondismo baronale.

Nel 1861 fu conquistata e liberata dal brigante lucano Carmine Crocco. Nel giugno 1910 e nel luglio 1930 due sismi di notevole magnitudo colpirono Calitri; Calitri diede un importante contributo, in termine di vite umane, alla Prima Guerra Mondiale, come testimonia il Monumento ai Caduti, costruito in memoria delle 120 vittime del conflitto.

 

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Nel secondo dopoguerra spiccò, fra le più influenti personalità politiche, il calitrano Salvatore Scoca, che fu più volte ministro e al quale sono dedicati una piazza e un busto situati presso il centro.
Il sisma del 23 novembre 1980, che colpì l’intera Irpinia, distrusse gran parte del borgo, causando due decessi e segnando definitivamente le vite di coloro che erano stati coinvolti in quei 90 interminabili secondi.
Molti calitrani decisero, infatti, di abbandonare la propria terra natia per trasferirsi al Nord Italia o addirittura oltre confine, con la speranza di una vita migliore.
Stessa sorte subirono i paesi limitrofi, come Pescopagano, la cui Chiesa Madre crollò durante il terremoto, causando nelle vicinanze un gran numero di vittime.

Attualmente il territorio di Calitri conta circa 4.600 abitanti, mentre Pescopagano quasi 2.000, numeri ben inferiori a quelli registrati prima della catastrofe dell’80.
Il calo demografico ha inevitabilmente avuto ripercussioni anche sul settore del turismo, che in questi ultimi anni ha cercato di rimettersi in carreggiata attraverso la valorizzazione delle bellezze del territorio e della sua cultura: a tal proposito sono nate alcune associazioni, che ormai possono essere considerate storiche, come la Pro Loco di Calitri e il Circolo Aletrium (dal nome latino del paese, appunto Aletrium o Caletrium).

Le tradizioni e le usanze del paese sono particolarmente vive durante i giorni di festa, come 25 maggio, 1 settembre, 8 settembre, rispettivamente Feste del Santo Patrono San Canio e dell’Immacolata Concezione. Interessanti a livello gastronomico e culturale sono anche le diverse sagre che si svolgono durante l’anno, come la Sagra della Scarpegghija, dei Cingul e delle Cannazze, tutti piatti tipici della tradizione calitrana, che permettono di riscoprire ai residenti, e non solo, i sublimi e genuini sapori della terra.

Particolarmente suggestivo è anche il Presepe Vivente, che si tiene il 26 dicembre di ogni anno e che celebra la tradizione cristiana, ma soprattutto la bellezza del Centro Storico, caratterizzato da colorate casette e grotte illuminate e addobbate a festa.

 

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Un importante contributo per il rifiorire del turismo è stato dato negli ultimi anni dal cantautore calitrano Vinicio Capossela, conosciuto su scala internazionale, ma da sempre legato alle proprie origini, tanto da ideare un festival dedicato alla musica e alle tradizioni locali, chiamato Sponz Fest.
Quest’ultimo, che si tiene solitamente nell’ultima settimana del mese di agosto, attira più di 30000 turisti da ogni parte del mondo, accomunati dalla passione per il folklore, per il cibo, per il vino, per le tradizioni e per la musica locale. Lo Sponz Fest ospita, oltre a Vinicio Capossela, anche molti altri artisti di notevole fama, ad esempio, negli ultimi anni, hanno partecipato, tra gli altri, Gianni Morandi, il gruppo musicale russo Dobranotch, Emir Kusturica & The no smoking orkestra, lo scrittore Erri De Luca.

Nel 2016 e nel 2017, durante il festival, è stata riaperta per l’occasione la vecchia stazione ferroviaria, che un tempo collegava Calitri con i territori della Puglia, e che è stata teatro della grande migrazione del XX secolo.

Attualmente la linea ferroviaria è in disuso, e l’unico collegamento della zona è il servizio autobus, che viene impiegato perlopiù a livello scolastico, dunque copre brevi e medie distanze.
Sicuramente un ampliamento delle linee di collegamento sarebbe fruttuoso per l’incremento del turismo, in quanto la nostra zona è difficile da raggiungere con i mezzi pubblici rispetto ai grandi centri.

Il calo demografico e quello turistico rappresentano un punto a sfavore rispetto a quello che è il nostro patrimonio artistico e culturale che, se valorizzato, potrebbe essere invidiato a livello nazionale e non solo.
Purtroppo esso è tuttora sconosciuto ai più, e poco valorizzato dagli stessi abitanti, spesso inconsapevoli della bellezza della propria terra e di quello che essa può offrire.

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Noi, come scuola A.M. Maffucci, classe IV A, e come gruppo di lavoro “Calitri 1 – Chiese e luoghi artistici“, abbiamo cercato di valorizzare il territorio, ed in particolare chiese e luoghi artistici di Calitri e Pescopagano.

Ci siamo occupate delle Chiese, anche di quelle non più agibili o scomunicate, di monumenti di ogni tipo, piccole cappelle, piazze, sculture di arte moderna e incisioni su pietra.

Il nostro dataset, suddiviso in 63 righe e 19 colonne, descrive le varie caratteristiche da noi selezionate per ogni elemento analizzato: il nome, la tipologia, l’ubicazione, l’anno o il secolo di fondazione, il committente, lo stato di conservazione, la destinazione di utilizzo attuale, una breve descrizione esterna, la geolocalizzazione, l’url immagine di ogni foto scattata da noi e, ovviamente, i riferimenti a sitografia e bibliografia.

A cosa è servito tutto questo lavoro?

I dati da noi reperiti sono stati innanzitutto utili a noi stesse per scoprire molte peculiarità riguardo il nostro territorio e quello che ci circonda, che fino a poco fa passava inosservato; emozionante è stata anche la ricerca di queste informazioni, sia attraverso fonti scritte come i testi di Emilio Ricciardi e Vito Acocella, sia attraverso fonti orali come la prof.ssa Concetta Zarrilli o molti altri abitanti di Calitri che si sono gentilmente messi a nostra disposizione, spinti anch’essi dal desiderio di valorizzare la nostra terra.

Difficile ma entusiasmante è stata la ricerca delle varie sculture, situate nei vicoletti del paese, spesso mai viste prima, e poi fotografate.

 

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Abbiamo compreso l’importanza degli Open Data e della piattaforma SPOD, che è un ottimo strumento per tutti gli amanti della propria storia e delle proprie origini, spesso rappresentate dalle piccole cose, come ad esempio l’incisione su pietra della poesia “Calitri” di Giuseppe Ungaretti, da noi analizzata nel Dataset.

 

Autori: Maria Lucia Araneo, Francesca Lanza, Azzurra Metallo,  Marialaura Russo

I giochi della tradizione

Oggi vi parleremo di un argomento estremamente interessante che appartiene alla nostra cultura popolare, i giochi della tradizione, grazie ai dati raccolti dal Prof. Raffaele Montoro, Simona Corrado Mancino e Antonella Martina Vicidomini in occasione dell’Open Data Challenge che ha coinvolto la città di Nocera Inferiore qualche mese fa.

Prima di presentarvi e analizzare i dati raccolti, vogliamo introdurre brevemente la storia e le origini dei giochi e la loro evoluzione.

Nel linguaggio attuale, il termine gioco viene associato a vari significati. In genere, comunque, per gioco si intende una attività liberamente scelta, praticata singolarmente o in gruppo da adulti e bambini allo scopo di svagarsi e divertirsi, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive. Infatti, il gioco è un’attività molto utile che consente di rafforzare e di affinare, in maniera piacevole, le potenzialità del corpo e della mente.

Le origini del gioco sono antichissime e, come testimoniano vari ritrovamenti archeologici, diversi passatempi ancora oggi molto popolari hanno una storia millenaria. Analizzando gli affreschi e i mosaici antichi ospitati nei vari musei del mondo è possibile notare come gran parte degli attuali strumenti di gioco abbia un’origine molto remota.

Alcuni oggetti quali palle, corde, trottole, birilli ecc. erano già utilizzati migliaia di anni fa dai nostri antenati in tutto il mondo. Anche giochi più elaborati, come gli scacchi, il backgammon e il mah‒jong sono nati molto tempo fa.

In particolare, tra i resti della città di Ur, in Mesopotamia, è stata ritrovata una scacchiera con dadi e pedine, risalente al 2500 a.C. circa. Purtroppo non è possibile ricostruire con esattezza le regole di gioco del tempo poiché, nel passato, il gioco era considerato come una attività semplicemente di svago, dunque non vi sono molte testimonianze scritte a riguardo.

Una svolta significativa nella storia del gioco si è verificata con l’avvento della rivoluzione industrial, nella metà del XVIII secolo, quando sorsero le prime aziende costruttrici di giocattoli. Prima di allora, questi oggetti erano realizzati solo a livello artigianale e in quantità limitate.

Altre notevoli innovazioni che hanno contribuito all’evoluzione del gioco possono essere considerate l’ideazione dei cruciverba nel 1913, dei giochi in scatola nel 1935 e dei videogiochi nel 1971.

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In effetti, a partire dagli inizi degli anni ’70, con la diffusione dei videogiochi,  i giochi “di una volta” sono entrati sempre più in disuso fino a diventare semplici ricordi dei nostri nonni e della loro infanzia.

Tutto allora era semplice e sereno,

la vita si godeva nel suo pieno.

Giochi senza pretese,fatti di niente

ed erano tutto istinto e ardore,

fatti solo di entusiasmo e amore.

I giochi avevano una stagione:

d’estate la strascia, a primavera

si giocava tutti con l’aquilone:

si stava all’aperto fino a sera.

Gare di corsa e salti nell’inverno:

era un moto continuo e salutare

sempre a correre e a saltare.

Gaetano Giacinto Mancusi

 

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Eppure questi giochi racchiudono degli aspetti socio-culturali estremamente rilevanti e soprattutto hanno delle caratteristiche specifiche in base al luogo in cui venivano praticati. In particolare, i dati presi in considerazione riguardano il territorio campano. Le modalità di gioco, le regole e gli stessi nomi dei giochi, infatti, variano a seconda delle località.

 

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Gli oggetti, come abbiamo già visto, sono sempre stati utilizzati per giocare, fin dall’antichità. Tuttavia, molti giochi non prevedevano l’utilizzo di uno strumento ma piuttosto la presenza di altri partecipanti.

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Infatti, proprio come accade oggi con le console e i videogiochi online, i giochi potevano essere praticati singolarmente o in team e alcuni di loro richiedevano un numero minimo di partecipanti per poter essere intrapresi. 

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Il gioco, oggi, è considerato un’attività estremamente importante per l’uomo, capace di combattere la noia e la depressione. In particolare, i giochi di una volta costituiscono la memoria dell’uomo, della sua evoluzione ed è importante conservarne traccia poiché appartengono al nostro patrimonio storico-culturale.

 

 

Top 3 – I Parchi di interesse storico artistico in Campania

L’Italia è un immenso museo all’aperto. Il suo enorme patrimonio culturale conta più di 3400 musei, circa 2000 aree e parchi archeologici e 53 siti Unesco.

Si occupa della loro tutela il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, noto con l’acronimo MIBACT. Questo ministero, infatti, è preposto proprio alla tutela e conservazione della cultura, dello spettacolo, del patrimonio artistico e culturale e del paesaggio, e alle politiche inerenti al turismo.

Sono circa 6400 i siti che sono gestiti dal MIBACT. Si tratta di luoghi della cultura, sia pubblici che privati, che comprendono aree e parchi archeologici, monumenti, archivi, biblioteche, teatri, i complessi monumentali e le altre strutture espositive permanenti destinate alla pubblica fruizione.

Di questi siti, 355 sono in Campania: 232 musei, 31 monumenti, 20 aree archeologiche, e altri 72 divisi in 10 tipologie.

 

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In questo excursus ci vogliamo concentrare sui 3 parchi di interesse storico artistico della regione Campania, che spiccano tra gli 11 in tutta Italia.

Parco della Reggia di Caserta

Il Parco della Reggia di Caserta è uno dei parchi più belli d’Europa, protetto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Il Parco Reale, progettato da Luigi Vanvitelli (1700-1773) e completato dal figlio Carlo (1739-1821), si ispira ai modelli delle grandi residenze europee del tempo come Versailles o il Palazzo Reale della Granja di San Ildefonso.

L’enorme parco di 120 ettari, che si sviluppa in lunghezza per circa 3 km, è solo una versione ridotta di quello che Luigi Vanvitelli aveva progettato: dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, subentrò il figlio Carlo che mostrò al nuovo re Ferdinando IV un nuovo progetto, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l’esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero delle fontane nella seconda parte del parco.

Una significativa variazione al progetto iniziale è stata anche la costruzione del giardino voluto dalla regina di Napoli, Maria Carolina, seguendo la moda proveniente dall’Inghilterra, e perciò detto Giardino Inglese.

Tuttavia fu mantenuto invariato l’aspetto generale e, soprattutto, lo spettacolare canale lungo 3,3 km pieno di fontane e piscine terminanti con l’imponente cascata, che evidenzia lo stupefacente effetto cannocchiale creato da Luigi Vanvitelli: un enorme viale completamente dritto che parte da Napoli e termina nella parte superiore della cascata situata nella parte finale del parco della reggia.

Le fontane del parco sono alimentate dall’Acquedotto Carolino, che fu inaugurato nel 1762 da re Ferdinando IV. Quest’opera, che attinge l’acqua a 41 km di distanza, è per la maggior parte costruita in gallerie, che attraversano 6 rilievi, e 3 viadotti.

Il Giardino all’Italiana

Si accede al parco in corrispondenza del centro della facciata posteriore del palazzo, da cui si dipartono due lunghi viali paralleli fra i quali si interpongono una serie di suggestive fontane che, partendo dal limitare settentrionale del giardino all’italiana, collegano a questo il giardino all’inglese:

  • la Fontana Margherita;
  • la Vasca e Fontana dei Delfini;
  • la Vasca e Fontana di Eolo;
  • la Vasca e Fontana di Cerere;
  • Cascatelle e Fontana di Venere e Adone;
  • La fontana di Diana e Atteone, sovrastata dalla Grande Cascata.

Le vasche sono popolate da numerosi pesci, specialmente carpe e carassidi, e vi vegetano piante acquatiche delle specie Myriophyllum spicatum e Potamogeton crispus.

Nell’area del giardino all’italiana, sulla sinistra, si sviluppa il Bosco Vecchio, parte del precedente giardino rinascimentale degli Acquaviva, dove si incontrano la Peschiera e la Castelluccia, luoghi di divertimento e svago per principi e sovrani: la prima era il luogo in cui Ferdinando IV si dilettava con piccole battaglie navali; la seconda, prima che fosse adibita ad abitazione per scampagnate, era il centro delle finte battaglie terrestri.

Il Giardino all’Inglese

L’area del giardino all’inglese, realizzata da John Andrea Graefer, è caratterizzata, invece, dall’apparente disordine “naturale” di piante (molte le essenze rare e, comunque, non autoctone), corsi d’acqua, laghetti, “rovine” secondo la moda nascente derivata dai recenti scavi pompeiani.

Spiccano 3 elementi:

  • il bagno di Venere;
  • il Criptoportico;
  • i ruderi del Tempio dorico.

Il parco è stato utilizzato diverse volte come sfondo per film e serie tv: George Lucas ha girato diverse scene dei primi due episodi di Guerre Stellari; J.J. Abrams vi ha ambientato alcune scene di Mission: Impossibile 3; vi sono state girate alcune scene di Angeli e Demoni.

Il Parco è visitabile tutti i giorni, tranne il martedì, dalle ore 8.30. L’orario di chiusura è variabile, a seconda del periodo dell’anno, dalle 15.30 alle 19.00.

 

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Parco di Capodimonte

Il parco di Capodimonte, già Real parco di Capodimonte, è un parco cittadino di Napoli, ubicato nella zona di Capodimonte, antistante l’omonima reggia.

Ha un’estensione di 134 ettari, con circa 400 entità vegetali classificabili in 108 famiglie e 274 generi. Grazie al suo clima mite e all’attività di rinomati botanici, infatti, sono state impiantate qui molte specie rare ed esotiche tra le quali canfora e camelie provenienti dall’Asia, magnolie e taxodi delle Americhe ed eucalipti australiani.

Esso nasce come riserva di caccia nel 1734, ad opera di Ferdinando Sanfelice, uno dei più grandi architetti del tardobarocco napoletano, che immagina due sezioni distinte per stile e funzione: il giardino vero e proprio nell’area intorno alla Reggia, con ampie aperture panoramiche sul golfo di Napoli, e il bosco per la caccia, disseminato di statue, grotte e costruzioni destinate a usi diversi, come la chiesa, le manifatture e le aziende agricole.

Sanfelice realizza un parco di grande impatto visivo e prospettico, sia classico, dalla visione illuminista, sia scenografico, rifacendosi all’influsso dell’epoca tardo barocca; ci sono inoltre aree panoramiche con vedute su Posillipo, sulla collina di San Martino ed sul Vesuvio; si provvede inoltre al restauro di tutte le strutture presenti nel parco, adibite ad abitazioni, chiese, fabbriche o aziende agricole.

All’interno del suo perimetro si contano sedici architetture tra residenze, casini, fabbriche artigiane, depositi e chiese, oltre a fontane e statue, dispositivi per la caccia, orti e frutteti ed un cimitero, quello dei Cappuccini dell’Eremo.

Attualmente il Real Bosco si compone di quattro aree principali:

  • Giardino Paesaggistico: si tratta dello spianato che circonda la Reggia, che offre ai visitatori lo straordinario panorama del Belvedere, che si apre sulla città e sul golfo di Napoli. All’interno di questo spazio si ritrovano le alte palme delle Canarie, volute dai Savoia tra il 1878 e il 1900, e la fontana, composta da maestose figure e delfini in marmo bianco, realizzata dallo scultore Antonio Belliazzi.
  • Giardino Anglo-Cinese: si tratta di un giardino creato nel 1840 da Friederich Dehnhardt ad imitazione della natura, ricco di armonie di praterie e boschetti con alberi secolari. All’interno si trovano rari esemplari esotici, come il Canforo, il Cedro del Libano e la Melaleuca (detta “albero della carta”).
  • Giardino Tardo Barocco: un giardino ispirato a quello barocco, dall’impianto architettonico e geometrico. Delineato nel 1735-1736 da Antonio Canevari, l’impianto fu ultimato da Ferdinando Fuga verso il 1760-1770. Dall’emiciclo partono cinque viali, che si irradiano a ventaglio nel bosco.
  • Giardino Paesaggistico Pastorale: risalente al 1835 e creato dai botanici Gussone e Dehnhardt che hanno rimodellato il terreno creando finte colline e praterie, macchie a bosco ed alberature isolate, esotiche o autoctone. Un paesaggio pastorale in cui sopravivvono edifici monumentali come l’antica Fabbrica della Porcellana di Capodimonte (1744-1759) e la chiesa di San Gennaro.

Fortemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale, tra il 1966 ed il 1967 viene restaurato, in occasione dell’inaugurazione del Museo Nazionale di Capodimonte, e aperto come parco pubblico, seguito da nuovi interventi tra il 1990 ed il 2000

L’ingresso al parco è libero: nei mesi di novembre, dicembre e gennaio apre alle 7.45 e chiude alle 17.00; nei mesi di ottobre, febbraio e marzo chiude un’ora dopo; nei mesi di aprile, maggio, giugno luglio, agosto e settembre chiude alle 19.30.

 

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Parco e Tomba di Virgilio

Il Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio), da non confondere con il parco Virgiliano del quartiere Posillipo, è un parco di Napoli, situato in salita della Grotta, nella zona di Piedigrotta, dietro l’omonima chiesa; esso racchiude una parte delle pendici orientali del promontorio di Posillipo, dal nome greco Pausilypon (“pausa del dolore”) dato alla splendida villa romana che sorgeva sulla collina per indicare la pace e la quiete ivi esistenti.

A differenza dell’altro giardino, il Parco Vergiliano di Piedigrotta non viene utilizzato per fare picnic e correre all’aria aperta, ma è un luogo di grande cultura in cui ammirare le tombe di alcuni dei più grandi artisti di sempre, tra cui sicuramente spicca quella di Virgilio.

Il poeta, infatti, ha vissuto a lungo a Napoli e addirittura nel Medioevo si era diffusa la credenza che fosse tra i patroni della città, che gli attribuiva poteri magici e la leggenda dell’uovo che dà il nome a Castel dell’Ovo.

La sua tomba si trova in una posizione sopraelevata, chiamata colombario per le nicchie scavate al suo interno. Sul mausoleo compare il famoso epitaffio con l’iscrizione

“Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces”

(Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, e ora mi tiene Napoli; cantai i pascoli, i campi, i condottieri).

Altra tomba di rilievo, ospitata nel parco dal 1939, è quella di Giacomo Leopardi, morto a Napoli e sepolto inizialmente nella chiesa di San Vitale Martire a Fuorigrotta, oggi scomparsa. A dimostrare la veridicità della tomba, vi si può notare una incisione su pietra con il nome del poeta, firmata da Vittorio Emanuele III.

Nelle sue vicinanze si può, poi, ammirare sia il primo monumento sepolcrale posto nella chiesa, sia la lapide che reca la sanzione da parte di Umberto I della legge, approvata nel 1897, per cui la tomba del poeta era dichiarata monumento nazionale.

Continuando il percorso all’interno del parco, più avanti, sulla destra, si incontra la Crypta Neapolitana, detta anche Grotta di Pozzuoli o di Posillipo: una imponente galleria di epoca romana che collega Mergellina a Fuorigrotta e che, secondo la leggenda, fu costruita dallo stesso Virgilio. In realtà la galleria fu costruita in età augustea da Lucius Cocceius Aucto, architetto di Agrippa ed ammiraglio di Ottaviano.

La crypta è del tipo a colombario con tamburo cilindrico su un basamento quadrangolare, in cui è ricavata la cella funeraria a pianta quadrata con volta a botte, illuminata da feritoie e dotata di dieci nicchie per ospitare le urne cinerarie. Risulta scavata interamente nel tufo, per una lunghezza di 70 metri, una larghezza di 4,50 metri ed una altezza di 5 metri, rischiarata e ventilata da due pozzi di luce obliqui, e da un sistema di illuminazione costituito da lanterne sorrette da funi tese tra pali.

In seguito alle opere di allargamento ed abbassamento del piano stradale, nonché di pavimentazione stradale, la grotta ha perso buona parte della sua antica fisionomia ma, ancora oggi, si possono vedere due nicchie affrescate.

Oggi, ne è visitabile solo un tratto, mentre il resto è in fase di restauro.
L’accesso al Parco Vergiliano è sempre gratuito, con orari che variano a seconda dei mesi: nei mesi invernali è aperto dalle 10.00 alle 14.50; nei mesi estivi dalle 9.00 alle 19.00.

Insomma, 3 luoghi ricchi di storia, cultura e arte. Non vi resta che visitarli!

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Alla scoperta del Castello dei Conti di Acerra

Il complesso monumentale del Castello dei conti di Acerra sorge ai margini del centro storico, nell’omonima piazza. Più precisamente, esso si trova sull’estremità nord del quadrilatero dell’antico impianto urbanistico di origine romana, appena fuori dalle mura.

Il nucleo centrale, dalla particolare pianta semicircolare, infatti, sorge sui resti di un teatro romano, come testimoniamo strutture murarie dell’epoca in opus reticulatum e opus listatum, e alcuni reperti (come cocci e parti di colonne) rinvenuti all’interno nel corso di alcuni lavori di consolidamento delle fondazioni eseguiti negli anni ’80. La costruzione di un edificio difensivo sui resti del teatro romano avvenne, molto probabilmente, ad opera dei Longobardi come testimonia un documento dell’anno 826 d.C. “…In quest’anno Acerra appartenne di bel nuovo ai Longobardi, i quali vi avevano edificato un Castello”.

Il Castello fu distrutto poco dopo dagli stessi longobardi, fino a farne perdere qualsiasi traccia per diversi secoli. Le prime notizie, infatti, arrivano solo nel XII secolo, quando Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, spedisce dal castello di Acerra un decreto all’arcivescovo Cesario di Salerno.

 

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Nel XV secolo viene ristrutturato e, poco dopo, durante il conflitto tra la contea di Acerra e il Regno di Napoli, il castello viene danneggiato. Un documento del 1481 ci descrive il Castello che risultava essere già allora molto simile a come appare oggi, probabilmente restaurato dal Conte Origlia poco prima del 1412 e successivamente all’assalto di Alfonso D’aragona.

Bisogna aspettare, poi, il XVIII secolo per un ulteriore abbellimento della struttura. Nello specifico, fu in occasione del matrimonio di Maria Giuseppa de Cardenas, ultima contessa di Acerra, ed il generale Francesco Pignatelli che si procedette alla ristrutturazione del pavimento (decorato con gli stemmi delle famiglie). Nello stesso periodo venne realizzato il ponte fisso (che sostituì quello mobile) poggiato su due archi in murature, le sale ad est e ad ovest, e il relativo ingresso coperto prima dell’androne.

Nel 1806, in seguito all’abolizione della feudalità, il castello divenne proprietà privata dei Cardenas, diventando così abitazione e mantenendo questo stato fino al 1920, quando il Castello venne acquistato dal Comune che lo utilizzò come sede amministrativa fino ai primi anni ’90.

Alla struttura, parzialmente circondata dall’antico fossato, vi si accede tramite un ponte fisso a due piloni, realizzato alla fine del ‘700; subito dopo vi è la porta di ingresso, l’unico varco nella murazione che circonda l’edificio.

L’ingresso, coperto da volte a botte (che presentano ancora tracce di affresco), permette l’accesso ad un primo spazio aperto: sul lato destro c’è una scala che porta al camminamento sulle mura; a sinistra una sala con due pilastri centrali, coperta da volte a vela.

A destra dell’androne domina un’imponente torre semicircolare che si configura come il mastio del complesso: in alto si possono notare le feritoie dalle quali si calavano le sentinelle in caso di attacco.
Da qui si accede alla scala che porta ai piani superiori: al secondo piano, in particolare, si trova il salone utilizzato come Sala Consiliare, in cui è esposto uno stemma che era precedentemente affisso sul portale d’ingresso.

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Dall’androne si accede anche al cortile interno, delimitato a nord da un muro a forma semicircolare. Tale particolare trova spiegazione dal fatto che il Castello fu costruito sui resti di un antico teatro romano del I secolo, di cui è ancora visibile parte della scena nei sotterranei dell’ala est.
L’affascinante scoperta, svoltasi sotto l’egida della dottoressa Giampaola nel 1982, ha portato alla luce numerosi reperti ed elementi che decoravano la scena.

Tuttavia gli scavi non hanno riportato in luce la cavea e l’orchestra che dovrebbero svilupparsi, con buona probabilità, sotto il cortile e il giardino. Di recente, i soci dell’Archeoclub si sono prodigati nella ripulitura da materiali cartacei ed altro della zona archeologica, rendendo quindi possibile la visita agli scavi.

Oggi esso ospita importanti istituzioni culturali quali la Biblioteca Comunale, la Civica Scuola di Musica ed il Museo Civico articolato in tre sezioni: Archeologica, del Folklore e della Civiltà Contadina, della Maschera di Pulcinella.
Secondo la tradizione, riportata da un testo del ‘500, e un famoso dipinto attribuito a Ludovico Carracci, la città ha dato i natali alla maschera di Pulcinella, motivo per il quale all’interno del castello è stato inaugurato nel 1993 il monumento a Pulcinella e il museo a lui dedicato.

 

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San Michele Arcangelo al Monte Faito

Il santuario di San Michele Arcangelo a Faito è un santuario rupestre ubicato a Vico Equense, in provincia di Napoli, appunto sul Monte Faito.

Sicuramente tra le più belle chiese della costiera, dal santuario si gode di uno spettacolare panorama che parte da Capri ed arriva fino a Napoli ed oltre, scorgendo in lontananza anche la provincia di Caserta.

 

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Le origini del santuario sono antichissime: si dice sia stato costruito nei pressi del luogo dove, verso la fine del VI secolo, si raccolsero in meditazione e preghiera i Santi Catello e Antonino.

E infatti la nascita di questo luogo di culto è legata proprio alle figure di questi due Santi: Sant’Antonino, scappato dall’abbazia di Montecassino a seguito del saccheggio da parte dei longobardi, verso la fine del VI secolo arrivò a Stabia, dove il vescovo del tempo Catello gli affidò la diocesi, per ritirarsi alla vita contemplativa sul monte Faito.

Poco dopo, lo raggiunse lì anche Antonino, sia per desiderio di meditazione e per dedicarsi alla vita contemplativa, sia per avvicinarsi a buona parte della popolazione della zona, che, a causa delle incursioni longobarde, aveva deciso di rifugiarsi sulle pendici della montagna.

Una notte, San Michele arcangelo apparve in sogno ai due Santi, ordinando loro la costruzione di una cappella in suo onore che fu costruita in pochissimo tempo, sulla cima più alta dei monti Lattari, ossia Monte Sant’Angelo.

Grazie anche all’aiuto del Pontefice, la chiesa fu migliorata, divenendo meta di numerosi pellegrinaggi e ricevendo nel 1392 il titolo di abbazia.

 

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Sicuramente contribuì ad aumentare la fama e la notorietà del luogo il miracolo della sudorazione della manna dalla statua di San Michele, presentatosi per la prima volta nel 1558: la storia racconta che, durante l’invasione dei turchi a Sorrento, nel 1558, un gruppo di fuggitivi, riusciti a scampare al saccheggio e alla prigionia, si rifugiò sul Monte Faito per chiedere l’aiuto del santo, il quale fece sgorgare dalla statua gocce di sudore ed il giorno dopo la città fu liberata dagli invasori.

L’evento miracoloso si ripeté spesso negli anni successivi, rendendo questo luogo di culto vera e propria meta di pellegrinaggio per fedeli e devoti.

Ma gli eventi miracolosi non si conclusero qui.

Più in là negli anni, in occasione della festività di San Catello, il 19 Gennaio, il sacerdote Giuseppe Cerchia si recò in visita presso l’abbazia trovando davanti a sé un sorprendente spettacolo: il prato intorno alla chiesa era ricoperto di tulipani, fiore inconsueto sia per l’altezza che per la stagione. I fiori furono raccolti e mostrati alla popolazione, visti come segno divino della presenza del Santo.

Con il passar degli anni il santuario fu distrutto e ricostruito più volte, sia a causa di eventi naturali che a causa di saccheggi da parte dei briganti, finché vi cessò ogni forma di pellegrinaggio e cadde in rovina: la statua di San Michele, pesantemente vandalizzata e deturpata, fu recuperata e portata nella cattedrale di Castellammare di Stabia, dov’è custodita ancora oggi.

Bisognerà aspettare il XX secolo per vedere nuovamente avviati i lavori di costruzione del nuovo santuario, anche se in un luogo diverso da quello dov’era ubicata la vecchia abazia. La nuova chiesa fu consacrata il 24 settembre 1950, dopo una lunga interruzione dovuta allo scoppio della seconda guerra mondiale: tutti i mattoni che servirono per la costruzione furono portati dai devoti a piedi come dono a San Michele.

 

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Oggi il santuario rappresenta ancora un fondamentale luogo d’incontro per la popolazione del posto, tant’è che vi si recano a piedi in pellegrinaggio: la salita richiede due ore tra andata e ritorno, non presenta particolari difficoltà se non alcuni tratti di terreno ripido e roccioso.

Progetto Bellezz@ 2017 – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati

273 interventi in tutta Italia: oltre 150 milioni di euro per valorizzare i piccoli gioielli italiani

Per i beni culturali il 2017 si è chiuso in bellezza: il 29 dicembre è stato pubblicato l’elenco degli interventi approvati per recuperare i luoghi della cultura dimenticati.

Circa 150 milioni di euro sono i fondi approvati dalla Commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per finanziare i 273 siti di interesse culturale, sparsi in tutte le regioni d’Italia.

La spesa e lo sforzo sono significativi: i fondi saranno adoperati per il recupero e la valorizzazione di siti storici dimenticati, trascurati o abbandonati, per far si che non vengano esclusi dalle bellezze che il nostro territorio ha da offrire, attraverso degli interventi ad hoc.

Risultano interessanti anche le modalità di candidatura di questi siti, che prevedevano segnalazioni dal basso: infatti i luoghi da valorizzare sono stati individuati grazie all’aiuto dei cittadini.

 

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Numerosi sono i siti culturali che verranno finanziati in Campania.

Tra le migliaia di progetti segnalati, 10 sono stati riconosciuti alla provincia di Salerno, 4 a Napoli, 3 ad Avellino, 2 a Caserta e 1 a Benevento, per un totale di circa 15 milioni di euro.

 

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Dai dati emerge che, nonostante il numero di siti finanziati in Campania sia minore rispetto alle prime due regioni in classifica (35 per la Toscana, 31 per la Lombardia contro i  20 per la Campania), il totale dei finanziamenti è tra i più alti a livello nazionale.

 

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La Provincia di Salerno è il territorio a cui è stata riconosciuta la fetta più grande dei finanziamenti della Campania, con oltre 10 milioni di euro totali.

Tra i progetti approvati c’è un maxi intervento presso la Villa Romana di Positano, stanziamento che permetterà di continuare gli scavi e, in Costiera Amalfitana, più precisamente nel comune di Praiano, dove i fondi saranno utilizzati per il progetto NaturArte. Per il Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano,  piccolo comune della provincia, è stato finanziato un progetto da 94.632 euro che prevede il recupero e la valorizzazione della chiesa, luogo di incontro spirituale e, soprattutto, punto di ritrovo della comunità per eventi e manifestazioni.

Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano

 

Tra gli interventi finanziati, anche tre progetti localizzati in provincia di Avellino per un totale di quasi 3,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, a Vallesaccarda sono destinati 1.500.000 euro per la villa comunale; a Montemarano 1.683.000 euro per la Cripta medievale e la Cattedrale; a Fontanarosa 246.600 euro per Il “Carro”, un obelisco straordinario in legno, alto 28 metri, rivestito in paglia e montato su un carro agricolo che il 14 agosto viene tirato dai buoi in onore della Madonna della Misericordia, una delle manifestazioni più rappresentative  della cultura contadina dell’Irpinia.

 

Carro di Fontanarosa, 2015

 

Nella provincia di Napoli, tra i 273 siti di cui verrà sovvenzionato il recupero, troviamo il Sentiero della collina di Montevico “Progetto Mesa Lakkos”, che si è classificato al 53° posto con un finanziamento previsto di 116.000 euro. Un successo dell’Associazione Anusia che, dopo diversi tentativi, è riuscita finalmente nel suo scopo: ridare dignità a uno dei luoghi più sbalorditivi dell’isola d’Ischia.

 

Lacco Ameno – Isola di Ischia

Nella Penisola Sorrentina, parte dei finanziamenti è stata elargita per interventi su Villa Fondi de Sangro a Piano di Sorrento, mentre la restante parte è destinata alla Congrega del Corpo di Cristo, all’interno della Chiesa Collegiata di Santa Sofia a Giugliano e al Santuario Madonna degli Angeli di Cicciano.

 

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Gli interventi finanziari previsti nella provincia di Caserta sono destinati al Palazzo Ducale di Pietramelara e alla Fontana Carolina di San Tammaro, un tempo direttamente connessa al maestoso Acquedotto Carolino, edificata nella prima metà del 1700 per volere di Ferdinando di Borbone, in passato vittima di atti di vandalismo e che oggi versa oggi nel degrado più totale.

Nella provincia di Benevento i fondi, 356.714 euro, sono stati concessi ad un solo sito, quello delle vasche termali del Parco Bagni Vecchi di Telese Terme, meglio noto come Antiche Terme Jacobelli. Le terme furono fondate nel 1861 dal Cav. Achille Jacobelli e, dopo alterne vicende, furono abbandonate fino al 2008 quando vennero ristrutturate con fondi del P.O.R. Campania e vennero trasformate in un parco naturale. Con questo progetto si intendono risolvere alcuni inconvenienti tecnici, come l’oscillazione delle falde acquifere, che non hanno garantito il corretto funzionamento del sito.

 

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Questa iniziativa sembra andare in una direzione molto positiva per lo sviluppo territoriale in quanto sposta i riflettori dai grandi attrattivi verso siti meno conosciuti, che una volta visitati non lasciano indifferenti, valorizzando i luoghi della memoria delle comunità locali.

L’elenco completo è disponibile qui. Ma le informazioni mancanti sono ancora tante.

Contribuisci anche tu alla produzione di dati per la cultura!

Vai su Spod e partecipa alla discussione. E se sei interessato, puoi creare in prima persona i dati, collaborando alla rinascita di questi luoghi culturali dimenticati.

 

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Alla scoperta di Laviano

Laviano ha origini molto antiche: i suoi inizi si fanno risalire ai Sabini e viene definito l’ultimo villaggio degli Ursentini. Infatti, lo stesso nome Lavianum sarebbe un termine sabino che sta ad indicare il feudo della gens Lavia. Inoltre alcuni ritrovamenti archeologici nell’alta valle del Sele testimoniano la presenza di popolazioni sannitiche già dal V sec. a. C.

La posizione geografica di Laviano, incuneato tra Lucania e Irpinia, è una delle principali ragioni del carattere schivo e taciturno dei suoi abitanti. In effetti, questo piccolo paese ha avuto una propria e marcata identità locale fino all’avvento dell’emigrazione di massa, tra gli anni ’50 e ’60, che portò alla dispersione dei lavianesi nei cinque continenti.

Il terremoto del 23 novembre 1980, che raggiunse un’intensità pari al X grado della scala MSC, spezzò oltre 300 vite umane, inferendo una ferita indelebile e definitiva al paese e alla sua identità. Questa comunità e’ rimasta per anni spaesata e addirittura il paese originario, incastonato fino ad allora lungo il pendio collinare, è stato cancellato e l’assetto morfologico del suo territorio completamente stravolto.

Il nuovo paese, ricostruito in una zona contigua, non ha le stesse caratteristiche dell’antico abitato. Le uniche testimonianze superstiti dell’antico borgo sono rappresentate dal Castello, dalla Chiesa di santa Maria della Libera e da qualche abitazione che sorgeva intorno alla fortificazione.

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Il Castello, risalente al periodo normanno, per volere del conte Guglielmo venne costruito in posizione strategica in modo da facilitare sia l’osservazione che la difesa, e cioè alla sommità del promontorio, a picco sulla rupe dell’Olivella e sul vallone. Esso era munito di un fossato con un ponte in pietra, nonché di un avamposto verso il nucleo abitato che, fino al sisma del 1980, era incastonato lungo il pendio collinare sottostante.

La fortificazione, infatti, pur avendo subito nel corso dei secoli ampliamenti e ristrutturazioni, aveva conservato, sino a quel momento, l’aspetto prevalentemente difensivo.

Il Castello di Laviano si inserisce nel sistema di fortificazioni normanne e sveve realizzate a partire dal X sec. spesso su preesistenti insediamenti difensivi, lungo l’alta valle del Sele ed in Basilicata a ridosso delle vie di comunicazione con la Puglia.

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Nonostante i crolli determinati dagli ultimi terremoti e le attuali precarie condizioni statiche, il Castello di Laviano costituisce tuttora una delle testimonianze più significative dell’architettura fortificata presente nell’alto Sele.

 

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A seguito del terremoto sono stati attuati alcuni interventi di conservazione e restauro del Castello.

Le opere sino ad ora realizzate hanno consentito di rendere leggibile l’impianto generale del complesso monumentale, riproponendone una significativa riconfigurazione e il recupero di alcuni locali che oggi è possibile visitare.

Tuttavia, il restauro è ancora lontano dall’essere completato.

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L’importanza di Laviano non risiede solamente nella sua storia ma anche nel suo territorio: il paese, insieme ai comuni di Valva e Colliano, è parte integrante della “Riserva Naturale Monte Eremita-Marzano”, un Sito di Importanza Comunitaria, nonché una delle aree naturali protette della Regione Campania.

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La Riserva naturale Monti Eremita-Marzano è stata istituita nel 1993 e ospita diversi sentieri CAI, monumenti e luoghi di interesse, tra cui il Ponte Tibetano, sospeso a quasi 80 metri di altezza, inaugurato nel 2015.

Il ponte collega ad una fitta rete di sentieri naturalistici e panorami mozzafiato e si trova nei pressi del Castello. Le gole sovrastate dal ponte, conosciute con il nome di “laguna blu della valle del Sele”, si prestano benissimo ad avventurosi itinerari in canoa, da intraprendere in compagnia di guide esperte.

 

Ponte Tibetano, situato nella Riserva naturale Monti Eremita-Marzano

Il ponte tibetano costituisce un elemento importante grazie al quale è possibile attrarre sempre maggiori turisti e far conoscere le bellezze di questi territori. Esso può essere quasi considerato come un ponte della memoria, che riconduce ad un luogo simbolico e ricco di storia: un castello in rinascita, a difesa del passato e dell’identità della comunità di Laviano.

In occasione dell’anniversario del terremoto del 23 novembre 1980, un pensiero va alle vittime di questa tragedia che ha colpito il sud Italia, in particolare le regioni della Campania e della Basilicata.

 

 

Il teatro romano di Benevento

La città di Benevento si trova nell’entroterra appenninico della Campania, circondata da vetuste colline. Chiamata prima Maleventum, poi Beneventum ed infine Benevento, essa è stata una città sannitica, romana, longobarda ed anche pontificia. Vanta, infatti, un notevole patrimonio storico – artistico e importanti beni archeologici.

Tra questi spicca sicuramente il Teatro romano, uno dei più antichi della Campania e uno dei meglio conservati.

Esso fu costruito nel II secolo sotto l’imperatore Adriano nelle vicinanze del cardo maximus e inaugurato nel 126. Un’iscrizione rivenuta sul pulpitum ricorda la carica di curator affidata ad Adriano per la costruzione dell’edificio. Un’altra base onoraria rinvenuta agli inizi del ‘900, invece, ha fatto supporre restauri databili tra il 198 e il 210 ad opera di Caracalla, erede di Settimio Severo.

Il teatro fu costruito in opera cementizia con paramenti in blocchi di pietra calcarea e in laterizio, ed ha delle dimensioni abbastanza notevoli: ha un diametro di circa 98 metri e una capienza originaria di circa 15.000 persone.

 

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La cavea, a pianta semicircolare, presentava 25 arcate articolate su tre ordini (tuscanico, ionico e corinzio), delle quali rimangono oggi quelle del primo e parte di quelle del secondo. Le arcate della cavea, con ampia cornice rifinita, presentavano come chiavi di volta rilievi configurati, rappresentati da busti nell’ordine inferiore e, molto probabilmente, da maschere negli ordini superiori.
Sotto di essa si trovano i corridoi e le scale d’accesso ai due ambulacri paralleli che fanno da cassa armonica.

Si accede, così, alle gradinate e alla frons scenae, un tempo rivestite da lastre marmoree policrome e stucchi che ancora oggi sono, in parte, conservati. La scena presenta resti di tre porte monumentali, alle terminazioni della cavea, che davano accesso all’orchestra; ai suoi lati vi sono i resti dei parodoi, in particolare la sala a destra conserva il pavimento in mosaico e le pareti marmoree policrome. Alle spalle della scena, molto ampia, si trovano i resti di tre scalinate che portavano ad un livello inferiore, probabilmente utilizzato come accesso per gli artisti.

L’accesso degli spettatori, invece, avveniva tramite il viale principale d’ingresso, decorato con fastosi mascheroni (che richiamavano quelli utilizzati dagli attori), reimpiegati in edifici del centro storico, dove sono ancora visibili.

Il teatro fu abbandonato in epoca longobarda, parzialmente interrato e utilizzato come fondazione per abitazioni. Inoltre nel XVIII secolo su quanto restava del teatro venne costruita la Chiesa di Santa Maria della Verità.

Il teatro, così, si ritrovò sepolto e coperto da abitazioni fino al 1890, quando l’archeologo Almerico Memomartini ne auspicò il recupero. I lavori iniziarono solo a partire dal 1923 e si dovettero interrompere nel 1930 a seguito del forte terremoto che colpì questa zona. Ripresi nel 1934 con l’esproprio dei fabbricati si bloccarono di nuovo durante la seconda guerra mondiale. Solo negli anni ’50 il teatro venne definitivamente ultimato e consegnato alla Soprintendenza che lo aprì al pubblico nel 1957.

 

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Nonostante si sia persa una buona parte del rivestimento marmoreo, il teatro romano di Benevento è oggi totalmente agibile (in parte accessibile anche ai disabili) e gode di una perfetta acustica, tanto che ancora oggi viene utilizzato per la sua funzione originaria: dilettare gli spettatori con opere e rappresentazioni.

In ogni caso, l’ingresso al teatro è possibile tutti i giorni dalle 9.00 fino ad un’ora prima del tramonto al costo di 2,00 €.
Un prezzo piccolo per una grande esperienza.

 

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