Il Museo Etnografico Beniamino Tartaglia di Aquilonia

Gli Studenti del Liceo A.M.Maffucci di Calitri raccontano la loro esperienza di Alternanza Scuola – Lavoro concentrandosi sulla storia del Museo Etnografico B. Tartaglia di Aquilonia, proponendo iniziative volte alla sua valorizzazione.

Autori: N. Cignerale, F. Daniele, A. Calia, V. Tartaglia, G. Lotrecchiano, E. Balestrieri, A. Coppola, F. Calabrese

Il Museo Etnografico di Aquilonia nasce alla fine del 1996 grazie all’idea del prof. Beniamino Tartaglia e dell’arch. Donato Tartaglia e, infine, realizzato con i contributi economici di provenienza pubblica, ma soprattutto grazie al lavoro e alle donazioni della comunità, sia residente che emigrata.

Il Museo è stato realizzato all’interno di locali nati per ospitare un asilo nido, ma allora in disuso.

Collocato su due piani, il percorso si articola in circa 130 ambienti tematici, con la ricostruzione, tramite un’infinità di oggetti originali, di un gran numero di ambienti di vita e di lavoro, come la scuola o la casa contadina.

Ogni aspetto della vita del passato è documentato e rappresentato in questo museo. Dall’anno di nascita ad oggi sono stati raccolti al suo interno circa 13.000 oggetti donati da gente locale ed emigrati che hanno avuto a cuore di conservare la memoria della loro tradizione culturale. Tutti gli elementi sono collocati in base alla loro funzione nelle apposite sezioni, sia quelli presenti al primo piano che quelli al secondo.

Il primo piano ospita sezioni dedicate alla storia ed ai reperti storici, ritrovati anche nel Parco Archeologico di Aquilonia, risalenti alla vita quotidiana del paese prima del terremoto del 1930, ai suoi usi e costumi e soprattutto alla casa contadina.

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Al secondo piano troviamo una molteplicità di stand dedicati ai vari mestieri, tutt’ora presenti e non, ed altre sezioni dedicate a vari avvenimenti che hanno interessato il paese di Aquilonia tra cui il brigantaggio, la rivolta contadina e l’emigrazione.

 

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Nel vasto panorama dei musei etnografici (circa 1.200 in tutta Italia), l’unicità di questa struttura consiste nell’offrire ai visitatori non collezioni tipologiche di oggetti e attrezzi ma, ricostruiti fedelmente e ricomposti con grande rigore filologico, reali ambienti di lavoro e concreti contesti abitativi.

Anche con l’aiuto di materiale fotografico d’epoca, di video e di pubblicazioni specialistiche (Quaderni del Museo), esso consente quelle attività didattiche che coinvolgono attivamente alunni e studenti e li rendono protagonisti della costruzione del proprio sapere, facendo loro conoscere moltissimi aspetti di un’antica civiltà.

Possiamo definire il Museo Etnografico di Aquilonia un centro di mediazione culturale in grado di trasmettere informazioni ed emozioni e di dare nuova forma ad una nuova istruzione.

Nel varcarne l’ingresso ci si sente come inghiottiti da una macchina del tempo e, affacciandosi su autentici scenari di esistenze realmente vissute, si compie un fantastico viaggio pieno di emozioni e ci si immerge quasi come per magia nelle viscere della vicenda quotidiana di una umanità semplice e operosa, per troppo tempo sfruttata.

Il Museo Etnografico presenta un grande numero di visitatori annuali, nonostante esso sia collocato in un piccolo paese ed in una zona scarsamente collegata con l’esterno: innanzitutto il paese che ospita la struttura non offre scelta di collegamenti di linea né con città limitrofe né con altre fuori regione; in secondo luogo, anche per chi volesse raggiungere il museo con la propria auto, la condizione delle strade non risulta essere ottimale; infine la specificità del museo, ossia quella di essere Etnografico, lo rende poco appetibile per il cosiddetto “turismo di massa”.

Da un lato una possibile soluzione a questi problemi potrebbe essere la messa a disposizione, da parte delle autorità competenti, di mezzi di trasporto di linea in grado di unire più località e di rendere migliori le condizioni delle strade di accesso. Troppe volte il Museo viene trascurato, nonostante abbia al suo interno elementi di grande interesse storico e culturale.

 

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Dall’altro potrebbe essere quello di creare un itinerario tra i paesi confinanti che posseggono attrattive tali da catturare l’attenzione del turista, dato che quest’ultimo non troverebbe mai stimolo nel recarsi in una zona che offre una o comunque poche strutture da visitare, per quanto interessanti. I paesi confinanti offrono un patrimonio ricco e diversificato: Diga San Pietro, Birrificio Serro Croce e Castello baronale (Monteverde); Castello ducale e Museo Archeologico (Bisaccia); Sponz Fest e Borgo Castello (Calitri); Città Romana (Conza della Campania).

Per valorizzare la struttura e gli elementi al suo interno si potrebbero creare nuovi eventi per coinvolgere gli utenti esterni. Un esempio è quanto è stato fatto lo scorso Natale, quando un gruppo di giovani aquilonesi, ha messo in scena una rappresentazione teatrale tra le varie sezioni del Museo; oppure la Festa del Grano, una manifestazione che coinvolge la comunità durante il periodo di Ferragosto in diverse attività tipiche della tradizione, facendole rivivere e conoscere a chi non ha vissuto in quell’epoca.

Tutto ciò avviene grazie anche al coinvolgimento del Museo che fornisce il materiale e gli attrezzi necessari, ad esempio ‘’lu fauciòne’’ e l’antica mietitrebbia per la rappresentazione della Mietitura.

In particolare per quanto riguarda quest’ultima festività si potrebbe ampliare la collaborazione attraverso un’iniziativa che potrebbe far avvicinare i visitatori attraverso attività svolte all’interno del museo stesso.

Sicuramente con il tempo questi eventi potrebbero aumentare, per far sì che sempre più persone vengano a visitare questa struttura che, grazie ai suoi numerosi reperti storici, vuole in qualche modo cercare di far conoscere, ai concittadini e non, le tradizioni antiche di questo paese.

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Il Museo sta costruendo una collaborazione con l’azienda agricola/birrificio SerroCroce di Monteverde: questo rapporto è certamente in grado di completare l’offerta che entrambe la strutture sono in grado di fornire ai propri visitatori, e perciò pare opportuno intensificare sempre di più questo lavoro di squadra.

Inoltre il Museo, per la gestione della propria biblioteca, è legato alla biblioteca di Montevergine, la quale fornisce supporto tecnico. La biblioteca è entrata a far parte del polo di Napoli della rete Nazionale delle biblioteche (OPAC), il che la rende parte di un sistema che appunto è nazionale, mettendola in comunicazione con uno scenario vasto.

Per incentivare se stesso il Museo ha creato un sito web e una pagina facebook; inoltre in loco è possibile trovare brouchure informative o consultare i libri sulla civiltà contadina presenti nella biblioteca. Per le versioni cartacee non è disponibile l’acquisto online né e-book. La creazione del formato e-book potrebbe rivelarsi un valido strumento di promozione. Si potrebbe promuovere la struttura rafforzando il percorso di partecipazione ad eventi fieristici, con lo scopo di catturare l’attenzione dei visitatori per condurli in un territorio ricco di cultura e tradizioni ma non sempre valorizzato.

Il Museo di Aquilonia non si identifica solo come “il luogo in cui sono archiviati i documenti della sconfitta di una cultura legata alla tradizione, ma il centro di attività e percorsi di interesse socio-antropologico, carichi di contenuti. È un grande libro di storia scritto con il linguaggio muto degli oggetti della cultura materiale, che subito affascina e coinvolge. È un affresco onnicomprensivo: non c’è aspetto della vita, anche marginale, che non vi sia rappresentato e documentato. Varcandone l’ingresso, ci si sente come inghiottiti dalla macchina del tempo; e sembra di essere non in un Museo, quali spettatori passivi, ma calati in una realtà vivente.”

Così il Prof. Beniamino Tartaglia presentava entusiasta tempo fa il “suo” Museo e rispondeva alla domanda di un giornalista che gli chiese “Cosa attirava di più i visitatori?”.

In questo modo il Museo viene messo a disposizione ai tanti turisti che ogni anno lo visitano e le loro reazioni emozionanti testimoniano l’originalità dell’articolazione espositiva.

 

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Sicuramente uno degli aspetti che permette al visitatore di capire a fondo le tradizioni e i mestieri antichi presenti nel Museo è quello relativo alle guide: esse infatti offrono la completa assistenza durante la visita del Museo e per chi ha ancora voglia di immergersi nello specifico territoriale c’è la possibilità di un tour il quale prevede la visita al non lontano “Parco archeologico di Carbonara” (la vecchia Aquilonia distrutta dal sisma del 23/07/1930 oggetto di un originale intervento di recupero), ad un altro Museo, situato nel centro antico, il “Museo delle città itineranti”, inaugurato non molto tempo fa e alla badia di San Vito con la sua grande quercia.

Il Museo può e deve essere un attrattore per chi ha voglia di immergersi in un passato che non vuol morire.

L’obiettivo è di continuare a crescere e migliorare poiché il complesso è diventato oltre che un polo culturale, soprattutto un grande attrattore turistico. In un territorio, come quello delle aree interne della Campania, dove l’industria non è mai arrivata, la sfida pensata, ed in parte vinta, è stata quella di puntare alla valorizzazione di quest’ultimo.

 

I siti Unesco in Campania

Continuiamo oggi l’itinerario alla scoperta dei siti dichiarati patrimonio Unesco in Campania, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

 

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Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, con i siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula

Il 1998 è l’anno in cui arriva il riconoscimento per il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, i siti archeologici di Paestum e Velia, e la Certosa di Padula.

Il Cilento, infatti, durante la Preistoria e il Medioevo, è stato il principale crocevia culturale, politico e commerciale, creando un panorama culturale di notevole significato e qualità.

 

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Il Parco

Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, secondo parco in Italia per dimensioni e primo geoparco in Italia, si estende dalla costa tirrenica fino ai piedi dell’appennino campano – lucano, e comprende le cime degli Alburni, del Cercati e del Gelbison, nonché parte del Monte Bulgheria e del Monte Stella.

Esso costituisce il parco mediterraneo per eccellenza grazie alla tipologia ambientale che lo contraddistingue, con lecci, ulivi, pinete e vestigia di tutte le civiltà che hanno attraversato questo territorio, dal Paleolitico agli insediamenti di Paestum e Velia, dagli insediamenti medievali fini alla Certosa di Padula.

Il popolamento floristico del Parco è costituito da circa 1800 specie diverse di piante autoctone spontanee, a cui si aggiungono altrettante comunità faunistiche, tra cui spiccano il falco pellegrino e l’aquila reale.

Elea/Velia

Elea, denominata in epoca romana Velia, è un’antica polis della Magna Grecia, la cui area archeologica è localizzata in contrada Piana di Velia, nel comune di Ascea.

La città nacque nel VI secolo a.C., quando una spedizione di coloni focesi provenienti dalla Turchia giunse sulla costa tirrenica della Lucania e sviluppò una città su un promontorio affacciato sul mare.

Dell’antica città, i cui scavi sono visitabili tutti i giorni, eccetto il martedì, restano numerosi monumenti: l’area portuale, le terme ellenistiche, le terme romane, l’Agorà, l’Acropoli, il Quartiere Meridionale, il Quartiere Arcaico, il teatro romano, Porta Marina e Porta Rosa.

Quest’ultima, di indiscusso valore, è un prestigioso monumento che svolgeva la duplice funzione di collegamento dei due quartieri della città, e di viadotto congiungente le due sommità dell’acropoli.

Tra i motivi che hanno reso Velia patrimonio dell’umanità va, inoltre, menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, tra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e Melisso di Samo.

 

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Paestum

Paestum è un’antica città della Magna Grecia, fondata nel VII secolo a.C. con il nome di Poseidonia, in onore del dio del Mare Poseidone, ma molto devota ad Era e Atena.

Essa si trova nell’area appartenente oggi al comune di Capaccio e la sua estensione è ancora oggi riconoscibile grazie alle mura greche che la cingono. La cinta si sviluppa per circa 4,75 Km e segue l’andamento de banco di travertino sul quale sorge la città. In corrispondenza dei 4 punti cardinali si aprono le 4 porte principali d’ingresso: Porta Sirena, Porta Giustizia, Porta Marina e Porta Aurea.

All’interno della cinta si trovano i resti dell’antica città, che si possono considerare, insieme a quelli di Atene ed Agrigento, i più grandi esempi dell’età classica giunti fino a noi.

In particolare si possono ancora osservare oggi la via Sacra, il Foro e tre Templi:

Tempio di Hera: conosciuto come la “Basilica”, esso è, in realtà, un tempio periptero (9 x 18 colonne) di ordine dorico dedicato molto probabilmente a Era, dea della fertilità, della vita e della nascita. Esso è il più antico dei tre grandi edifici, e appartiene alla prima generazione dei grandi templi in pietra, iniziato intorno al 560 a.C..

Tempio di Hera II: il tempio, conosciuto anche con il nome di Tempio di Nettuno, è assimilabile a quello dedicato a Zeus ad Olimpia, ed è il più grande della città, motivo per cui la sua dedicazione è ancora problematica. Le ipotesi più accreditate lo vogliono dedicato ad Era o a Zeus o ad Apollo; l’attribuzione a Nettuno è, invece, un errore compiuto dagli studiosi nel XIX secolo, ai quali sembrò inevitabile che il tempio più grande fosse dedicato alla medesima divinità protettrice della città.

Tempio di Atena: il tempio, il più piccolo tra gli edifici templari, è l’unico di cui si sa con certezza a quale divinità fosse dedicato, Atena, la dea dell’artigianato e della guerra.

Tra i templi, che sorgono nella parte centrale della città, era collocato il Mercato, cioè la piazza centrale, dove si tenevano le assemblee dei cittadini e si venerava la tomba del mitico fondatore di Paestum; intorno ai templi e al mercato si estendevano poi i quartieri abitativi.

Tra i numerosi ritrovamenti nel sito archeologico, spicca senz’altro la famosa Tomba del Tuffatore, l’unica testimonianza di pittura greca figurativa. Essa prende il nome dalla raffigurazione sulla lastra di copertura: un giovane nudo che si tuffa nell’oceano, immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte.

La tomba sarà visibile fino al 7 ottobre nella mostra “L’immagine invisibile – La Tomba del Tuffatore” presso il Museo dell’area archeologica di Paestum.

Certosa di Padula

Nell’altopiano del Vallo di Diano si trova, infine, la Certosa di San Lorenzo a Padula che, con la sua superficie di 51.500 m², è il più vasto complesso monastico dell’Italia meridionale, nonché uno dei più ricchi di tesori artistici.

I lavori di costruzione della Certosa iniziarono nel 1306 e proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. I Certosini lasciarono Padula nel 1807, durante il decennio francese del Regno di Napoli, allorché furono privati dei loro possedimenti nel Vallo, nel Cilento, nella Basilicata e nella Calabria. Le ricche suppellettili e tutto il patrimonio artistico e librario andarono quasi interamente dispersi e il monumento conobbe uno stato di precarietà e abbandono.

Dichiarato monumento nazionale nel 1882, la Certosa è stata presa in consegna dalla Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno e nel 1982 sono cominciati i lavori di restauro.

Le trasformazioni più rilevanti del complesso risalgono al ‘500 e al ‘600, tanto che lo stile architettonico prevalente è il Barocco, lasciando poche tracce del complesso trecentesco.

La certosa conta circa 350 stanze e numerosi luoghi per il lavoro e la contemplazione, secondo la regola certosina: il chiostro grande (il più grande del mondo), 4 chiostri più piccoli, numerose cappelle, i cortili, la biblioteca, la cucina, le lavanderie, le cantine, la foresteria, la sacrestia, stalle e granai.

Dal 1957 ospita il Museo Archeologico provinciale della Lucania occidentale e, dal 2014, fa parte dei beni gestiti dal Polo Museale della Campania.

 

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I Longobardi in Italia – I luoghi del potere

I Longobardi in Italia: i luoghi del potere è un sito seriale italiano inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio Mondiale nel 2011. La serie comprende sette località in cui sono custodite testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell’arte longobarda:

  • Cividale del Friuli
  • Brescia
  • Castelseprio
  • Spoleto
  • Campello sul Clitunno
  • Monte Sant’Angelo
  • Benevento

A Benevento, in particolare, le testimonianze longobarde riconosciute dall’Unesco sono raccolte nel complesso monumentale che si articola intorno alla Chiesa di Santa Sofia.

Fondata dal duca Arechi II nel 760 sul modello della cappella palatina di Liutprando a Pavia, la chiesa di Santa Sofia è una delle strutture longobarde più complesse e meglio conservate dell’epoca. Sulle pareti, infatti, mostra ancora importanti brani dei cicli pittorici altomedievali.

La chiesa presenta piccole proporzioni, con una circonferenza di circa 23,50 m di diametro, con al centro sei colonne disposte ai vertici di un esagono e collegate da archi che sostengono la cupola. L’esagono interno è poi circondato da un anello con 8 pilastri e due colonne ai fianchi dell’entrata.

Del complesso fanno parte anche un monastero e un chiostro che oggi ospita il Museo de Sannio.

Il Patrimonio Immateriale Unesco in Campania

Al grande patrimonio materiale italiano e campano inserito all’interno del patrimonio mondiale Unesco si affianca anche il patrimonio immateriale, che comprende 8 beni in tutta Italia.

Tra questi 2 sono quelli che appartengono anche alla nostra regione: i gigli di Nola e l’arte della pizza, che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento rispettivamente nel 2013 e nel 2017.

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Le macchine dei Santi: I gigli di Nola

La Rete delle grandi macchine a spalla italiane è un’associazione, nata nel 2006, che include quattro feste religiose cattoliche italiane: la Macchina di Santa Rosa di Viterbo, la Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi e la Faradda di li candareri di Sassari. Dal 2013 la rete è inserita nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco.

La Festa dei Gigli, in particolare, è una festa popolare cattolica che si tiene ogni anno a Nola, in provincia di Napoli, in occasione della festività patronale dedicata a San Paolino.

Con questo evento si ricorda il ritorno in città di Ponzio Meropio Paolino, vescovo di Nola, dalla prigionia ad opera dei barbari, avvenuto nella prima metà del V secolo.

La leggenda vuole che i cittadini abbiano accolto il Vescovo al suo rientro con dei fiori, dei gigli per l’appunto, e che lo abbiano scortato fino alla sede vescovile alla testa dei gonfaloni delle corporazioni dee arti e dei mestieri.

In memoria di questo evento, Nola ha tributato nei secoli la sua devozione a San Paolino portando dei ceri addobbati in processione, posti prima su strutture rudimentali, poi su cataletti, infine diventati torri piramidali in legno.

Tali costruzioni, che hanno preso il nome di Gigli, sono realizzate in legno e decorate con cartapesta o stucchi, e hanno una altezza di 25 metri, con un peso di oltre 25 quintali. Esse sono portate in processione a spalla dagli addetti al trasporto, che assumono il nome di “cullatori”.

La festa si svolge la domenica successiva al 22 giugno e consiste nella processione danzante degli 8 Gigli e della Barca, una struttura bassa a forma di barca che simboleggia il ritorno in patria di San Paolino.

La manifestazione copre l’intero arco della giornata. Nel corso della mattinata, i Gigli e la Barca vengono trasportati in piazza Duomo, la piazza principale di Nola, dove avviene la solenne benedizione da parte del vescovo.

L’arte dei Pizzaiuoli Napoletani

Nel 2017 arriva il riconoscimento anche ad un altro importante patrimonio immateriale campano: l’arte della pizza.
Il riconoscimento arriva in seguito alla campagna di raccolta firme aperta a tutti i cittadini del mondo presentata dal Consiglio Direttivo della CNIU all’Unesco e firmata da circa 2 milioni di persone.

Questo riconoscimento rappresenta la terza iscrizione nazionale italiana nell’ambito della tradizione enogastronomica (dopo la Dieta mediterranea e la vite ad alberello di Pantelleria) raggiungendo il Giappone che fino ad allora deteneva il primato con le sue tre iscrizioni enogastronomiche.

Tra le motivazioni, vi sono la capacità dell’arte della pizza di fornire alla comunità, di generazione in generazione, un senso di identità e continuità, e di promuovere il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

In questo senso, l’arte del pizzaiolo napoletano diventa espressione di una cultura che si manifesta in modo unico e fa sì che questo prodotto sia percepito come marchio di italianità in tutto il mondo.

Un simbolo storico e contemporaneo della nostra tradizione gastronomica, di una solida identità culturale che nasce come cittadina, diventa orgoglio regionale, vanto nazionale e unicità mondiale.

 

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I siti Unesco in Campania

8 meraviglie tutte da scoprire

Il nostro Paese è ricco di meraviglie dal valore culturale, architettonico e naturale inestimabile, tanto che si pone ai primi posti per siti appartenenti al patrimonio mondiale Unesco: sono, infatti, 53 i beni dichiarati patrimonio materiale e 8 quelli appartenenti al patrimonio immateriale.

Il primo sito italiano a ricevere questo riconoscimento è stato il Sito preistorico della Valle Camonica in Lombardia e, da allora, sempre più regioni hanno cercato di promuovere i propri tesori artistici e culturali.

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I primi siti Unesco in Campania sono stati riconosciuti solo a partire dal 1995. Nonostante il ritardo, però, la Campania oggi è tra le regioni italiane a vantare il maggior numero di beni e siti riconosciuti dalla Convenzione, ponendosi al 4 posto con i siti appartenenti esclusivamente al suo territorio.

La lista dei patrimoni materiali dell’Unesco in Campania include 6 luoghi. Molti di essi, però, sono aree molto vaste della regione, che comprendono al loro interno numerosi siti archeologici e, a volte, interi comuni:

– Centro Storico di Napoli
– Costiera Amalfitana
– Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata
– Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio
– Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano con i Siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula
– I Longobardi in Italia. I luoghi del potere

A questi 6 siti, si aggiungono 2 beni immateriali presenti all’interno della lista:

– Le Macchine dei Santi
– L’arte dei pizzaiuoli napoletani

L’itinerario che vi proponiamo oggi è alla scoperta di queste bellezze naturali, delle testimonianze archeologiche, delle ricchezze storico-artistiche e dei prodotti tipici locali, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

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Centro storico di Napoli

Il centro storico di Napoli, diviso in due dalla celebre strada Spaccanapoli, rappresenta il nucleo più antico della città fondata nel VI secolo a.C. con il nome di Neapolis.

Culla delle correnti artistiche di ogni epoca, da quella greco – romana a quella bizantina, da quella normanna a quella rinascimentale, fino alle opere contemporanee, essa risulta la più vasta area antica d’Europa: occupa 17 Km quadrati, cioè circa il 14,5% dell’intera superficie urbana.

L’area accoglie al suo interno numerosi quartieri: Avvocata, Montecalvario, San Giuseppe, Porto, Pendino, Mercato, Stella, San Carlo all’Arena, Chiaia, San Ferdinando, San Lorenzo, Vicarìa e parte delle colline del Vomero e Posillipo.

Dichiarato patrimonio dell’Umanità Unesco nel 1995, il centro storico di Napoli fu il primo bene in Campania ad essere inserito nella lista dei beni da tutelare.

Tra le motivazioni e i criteri si fa riferimento al valore universale e senza uguali della ricchezza del tessuto urbano, degli edifici e delle strade che conservano e testimoniano una storia millenaria ricca di eventi, che ha visto succedersi ed incrociarsi popoli e culture provenienti da tutta Europa.

Napoli, infatti, è una città molto antica, che racchiude 27 secoli di storia, sviluppatasi secondo un percorso storico che l’ha esposta a numerose influenze culturali, che hanno lasciato il segno nella struttura urbanistica e architettonica della città.

Il centro storico, in particolare, mostra ancora oggi lo schema urbano dell’antica Neapolis, che costituisce il modulo fondante del tessuto attuale del centro storico della città.

Al suo interno si possono trovare un numero particolarmente elevato di risorse culturali e artistiche: obelischi, monasteri, chiostri, musei, catacombe, statue, monumenti, palazzi storici, le vie del presepe e numerosi scavi archeologici, sia all’aperto che sotterranei.

Napoli, infatti, si caratterizza per il suo sviluppo in “altezza”: il fatto che la città poggi su di un terreno tufaceo ha favorito pratiche di sopraelevazione di edifici preesistenti, attingendo il materiale dalle cave sotterranee già utilizzate sin dal primo nascere della città.

Pochi resti possiamo vedere ancora oggi della città Greca delle origini, tra cui i resti delle mura difensive e alcuni elementi in via Mezzocannone. Sono più numerose, invece, le testimonianze dell’epoca Romana: si possono ancora vedere i resti del teatro antico, delle catacombe e vari reperti, alcuni visibili nei Musei mentre altri visibili all’interno delle zone archeologiche della città, tra cui l’area di San Lorenzo Maggiore.

Dell’epoca Svevo – Normanna, invece, l’edificio più celebre è sicuramente il Castel dell’Ovo. Costruito nel I secolo a.C. sull’isolotto di Megaride come villa di Lucio Licinio Lucullo, il sito cambiò diverse volte funzione e aspetto nel corso dei secoli, fino all’arrivo di Ruggiero il Normanno che, conquistando Napoli nel XII secolo, fece del sito la sede del proprio Castello.

A causa di diversi eventi che hanno in parte distrutto l’originario aspetto normanno e grazie ai successivi lavori di ricostruzione avvenuti durante il periodo angioino ed aragonese, la linea architettonica del castello mutò drasticamente fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi.

Il Castello, annesso oggi allo storico rione di Santa Lucia, è oggi visitabile; al suo interno si svolgono mostre, convegni e manifestazioni mentre alla sua base esterna sorge il porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da bar e ristoranti e sede di numerosi circoli nautici.

Al periodo successivo di dominazione Angioina risalgono, invece, gli altri due castelli simbolo della città: Castel Nuovo, anche conosciuto come Maschio Angioino, e Castel Capuano.

Periodo di fortificazioni difensive fu anche quello Aragonese, epoca a cui risale il Palazzo Reale che, insieme alla Basilica di San Francesco di Paola, incornicia Piazza del Plebiscito. L’edificio oggi è sede di una delle più grandi biblioteche d’Italia, la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III.

E’ al XIX secolo, però, che risale la grande riorganizzazione degli spazi e della planimetria cittadina, che rese Napoli la metropoli che possiamo vedere oggi. Una città che riesce a fondere antico e moderno come nessun’altra.

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Costiera Amalfitana

Due anni dopo l’iscrizione alla lista Unesco del primo sito in Campania, arriva il riconoscimento anche per un altro grande centro urbano: la Costiera Amalfitana.

Essa si trova lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale e si estende per circa 11.000 ettari tra il golfo di Napoli e il golfo di Salerno.

Prende il nome dalla città di Amalfi, nucleo centrale della Costiera non solo geograficamente ma anche storicamente e comprende ben 13 comuni della provincia di Salerno: Amalfi, Atrani, Cetara, Conca dei Marini, Furore, Maiori, Minori, Positano, Praiano, Ravello, Scala, Tramonti, Vietri sul Mare.

I suoi paesaggi mediterranei dal grandissimo valore culturale e naturale l’hanno resa, specialmente a partire dagli anni ’50, una delle mete predilette dall’élite mondiale: la first lady Jacqueline Kennedy, il re Vittorio Emanuele III di Savoia, l’imprenditore Gianni Agnelli, le attrici Grace Kelly, Greta Garbo e Sophia Loren, nonché il ballerino Rudolf Nureyev hanno tutti scelto la Costa d’Amalfi per i loro soggiorni.

Sebbene i comuni costieri siano diversi l’uno dall’altro, ognuno con le sue tradizioni e le sue peculiarità, sono tutti caratterizzati dalla presenza di numerose testimonianze storico – artistiche che ne rappresentano l’identità delle origini: dalle ville romane di Minori e Positano all’architettura medievale, dalle torri costiere alle cattedrali romaniche, dai preziosi manufatti dell’oreficeria alle meraviglie naturalistiche.

A questo si aggiungono i numerosi prodotti tipici, come il Limone Costa d’Amalfi e le Alici di Cetara.

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Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata

Nello stesso anno, nel 1997, anche le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata sono state inserite all’interno della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

La motivazione è da ricercare nella unicità di questi luoghi: essi costituiscono una testimonianza completa e vivente della società e della vita quotidiana romana, e non trovano equivalente in nessuna parte del mondo.

Come è noto, le 3 città furono sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., facendo di esse dei resti archeologici, progressivamente portati alla luce e resi accessibili al pubblico a partire dalla metà del secolo XVIII.

Tutte e 3 le aree hanno delle peculiarità che le rendono, seppur simili, estremamente diverse: la vasta estensione della città commerciale di Pompei sicuramente contrasta con i resti, più ridotti ma meglio conservati, della città di Ercolano; gli splendidi affreschi di Torre Annunziata, ben conservati, invece, mostrano lo stile di vita di cui godevano i ceti più facoltosi dell’impero.

Pompei

Pompei sicuramente è l’unica delle 3 città ad essere in grado di fornire un quadro completo dell’antica città romana. Nonostante, infatti, fosse una città di villeggiatura del popolo romano, essa custodisce al suo interno una serie di edifici domestici, allineati lungo strade ben pavimentate, tra cui spiccano senz’altro la Casa del Chirurgo, la Casa del Fauno e dei Casti Amanti.

La piazza principale, invece, è affiancata da numerosi edifici pubblici imponenti, come il Capitolium, la Basilica e i templi. Al suo interno troviamo, ancora, i bagni pubblici, due teatri ed un anfiteatro.

Sicuramente l’edificio più importante è la Villa dei Misteri: un’enorme edificio che prende il nome dai suoi splendidi affreschi, raffiguranti i riti di iniziazione (i misteri, appunto) del culto di Dioniso. La villa, costruita nel II secolo a.C. ebbe il suo periodo di massimo splendore durante l’età augustea, quando fu notevolmente ampliata ed abbellita, ma cadde in rovina in seguito al terremoto del 62 d.C. Fu trasformata, infatti, in villa rustica con l’aggiunta di numerosi ambienti ed attrezzi agricoli, come i torchi per la spremitura dell’uva.

Ercolano

Di Ercolano, il cui nome deriva dalla leggendaria fondazione della città da parte di Ercole, sappiamo molto meno a causa della profondità a cui è stata sepolta. Tuttavia, i pochi edifici portati alla luce risultano meglio conservati di quelli della città vicina: i Bagni, il Collegio dei Sacerdoti di Augusto e il teatro sono quasi intatti.

Si conservano, inoltre, la casa del Bicentenario e la Casa dei Cervi, che hanno ampi cortili e una ricca decorazione, e diverse botteghe commerciali, in cui sono stati ritrovati diversi orci e giare, utilizzati per il trasporto delle derrate alimentari.

Infine, uno degli edifici più noti è la Villa dei Papiri, così chiamata per la presenza al suo interno di una biblioteca con oltre 1800 papiri.

La villa, appartenuta con ogni probabilità a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, è una costruzione opulenta: costruita a strapiombo sul mare, ha una lunghezza di oltre duecentocinquanta metri e si innalza su 3 livelli. Il suo ingresso, che affacciava direttamente sul mare, è preceduto da un portico con colonne, simile a quello della Villa dei Misteri a Pompei. Progettata con una serie di cunicoli nel XVIII secolo, solo una piccola parte oggi risulta accessibile.

Torre Annunziata

Gli scavi di Oplontis si trovano al centro della moderna città di Torre Annunziata e costituiscono un centro decisamente più piccolo delle vicine Ercolano e Pompei, di cui, probabilmente, costituiva un quartiere suburbano residenziale.

Il suo nome, sulle cui origini ci sono ancora molti dubbi, è attestato nella Tabula Peutingeriana, una copia medievale di una antica mappa relativa alle strade dell’epoca romana: in questa mappa si indicavano con questo nome alcune strutture posizionate proprio tra Pompei ed Ercolano.

Essa costituiva un rinomato luogo di villeggiatura, con saline e complessi termali. Al suo interno si trovano numerose ville importanti, di cui l’unica visitabile è la Villa di Poppea, attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone.

Costruita nel I secolo a.C., l’architettura dell’abitazione conserva i caratteri fondamentali della tradizione romana: la sua pianta risulta molto complessa e viene generalmente divisa in 4 aree, anche se ancora oggi non è stata redatta con certezza in quanto non esplorata totalmente.

Al suo interno si trovano pitture e affreschi in ottimo stato di conservazione che rappresentano animali, tra i quali magnifici pavoni, maschere teatrali e nature morte.

 

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Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio

Ancora nel 1997, ad un terzo sito campano fu assegnato il riconoscimento Unesco: il complesso monumentale di Caserta. Esso fu scelto in quanto rappresentante del capolavoro del genio creativo dell’architetto Luigi Vanvitelli, al quale il re Caro di Borbone aveva affidato, nel 1750, la realizzazione di quella che doveva essere la nuova capitale del Regno di Napoli, al cui centro sorgeva la reggia.

Il sito è composto dal sontuoso Palazzo con il parco, i giardini, una zona boscosa, l’Acquedotto Carolino e il complesso industriale di San Leucio, destinato alla produzione di tessuti in seta.

Il complesso reale, fulcro dell’intera composizione, si ispira ai modelli delle grandi residenze europee del tempo come Versailles o il Palazzo Reale della Granja di San Ildefonso. Dal punto di vista architettonico, la reggia è un’opera che ha fortemente influenzato lo sviluppo urbanistico delle aree limitrofe, ponendosi come mirabile esempio della sintesi tra tradizione barocca e nuovi influssi neoclassici.

L’enorme parco di 120 ettari, che si sviluppa in lunghezza per circa 3 km, è solo una versione ridotta di quello che Luigi Vanvitelli aveva progettato: dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, subentrò il figlio Carlo che mostrò al nuovo re Ferdinando IV un nuovo progetto, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l’esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero delle fontane nella seconda parte del parco.

Le fontane del parco sono alimentate dall’Acquedotto Carolino, che fu inaugurato nel 1762 da re Ferdinando IV. Quest’opera, che attinge l’acqua a 41 km di distanza, è per la maggior parte costruita in gallerie, che attraversano 6 rilievi, e 3 viadotti.

Esso costituisce una vera e propria infrastruttura a servizio non solo del palazzo e dei giardini ma anche delle ferriere, dei mulini, delle industrie manifatturiere disposte lungo il percorso e, infine, del complesso di San Leucio.

La colonia di San Leucio rappresenta una tappa fondamentale della cultura illuministica settecentesca e, soprattutto, dello sviluppo industriale e tecnologico del territorio campano. Essa si sviluppa intorno al palazzo nobiliare, costruito dai principi Acquaviva nel XVI secolo e acquistato da Carlo di Borbone con l’obiettivo di ottenere una “bella vista”, da cui il nome di “Belvedere di San Leucio”.

L’antico Casino del Belvedere fu trasformato dai Borbone in luogo di “Reali Delizie”, cioè di svago e divertimento ma anche di caccia e sviluppo agricolo.

Con l’arrivo di re Ferdinando IV di Borbone, il palazzo venne ristrutturato: la grande sala delle feste fu trasformata in chiesa parrocchiale, dedicata a San Ferdinando Re; in seguito, il re affidò all’architetto Francesco Collecini il compito di ampliare tutto l’edificio, destinato ad ospitare un opificio serico.

L’antico Casino divenne così il corpo centrale di un grande edificio rettangolare con cortile interno comprendente, oltre agli appartamenti reali, e abitazioni per i maestri e direttori della fabbrica, una scuola, una sala per la filanda, un incannatoio, un filatoio e altri locali per la manifattura.

L’obiettivo del re era quello di dar vita ad una comunità autonoma di lavoratori (chiamata Ferdinandopoli), a cui venivano garantite case, scuole, l’assistenza medica e tutti i servizi, simbolo di un modello di società basato sui valori del lavoro e dell’uguaglianza.

Gli edifici (che sono ancora oggi abitati) furono progettati secondo le regole urbanistiche dell’epoca e fin dall’inizio furono dotati di acqua corrente e servizi igienici.

Il Belvedere di San Leucio è oggi sede del Museo della Seta, all’interno del quale si possono ammirare alcuni antichi telai e macchinari originali per la filatura della seta.

Vi aspetto la prossima settimana per la seconda parte di questo itinerario sui siti Unesco in Campania.

 

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Museo della civiltà contadina: un luogo da scoprire

Gli attrezzi agricoli che raccontano la storia dei sannicolesi

Il Museo della civiltà contadina, ubicato nel Complesso Borbonico del Real Convitto di Santa Maria delle Grazie, è un edificio di grande valore storico-architettonico situato in pieno centro storico e culminante nella bellissima chiesa, di scuola Vanvitelliana, di Santa Maria delle Grazie che affaccia su Piazza Parrocchia, ampio piazzale lungo il tracciato della millenaria Via Appia.

Il Museo, adiacente ad una sala conferenze, ha ottenuto nel Gennaio del 2009 il riconoscimento dal Settore Musei della Regione Campania di Museo di interesse Regionale. L’attuale esposizione, che consiste in più di duecento attrezzi i quali venivano utilizzati dai cittadini di San Nicola la Strada fino alla metà del 1900, è allestita all’interno di un salone ampio circa 500 mq comprendente anche uno spazio esterno per esposizioni temporanee all’aperto.

E’ stata effettuata, all’interno del percorso di Alternanza scuola-lavoro, da alcuni ragazzi del Liceo Scientifico “A.Diaz” S.S., in collaborazione con l’Università degli studi di Salerno e il progetto europeo Route to PA, una catalogazione degli attrezzi agricoli e degli oggetti di vita quotidiana e contadina al fine di rendere questi dati alla portata di tutti e di aiutare a far conoscere il museo a livello regionale e magari non solo.

Dai dati raccolti è emerso che non tutti gli strumenti presenti nell’archivio comunale vi sono nel Museo, in quanto sono andati persi nel corso degli anni a causa di una non adeguata gestione del complesso da parte degli enti competenti.

 

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Nella lettura delle datalet traspare che mancano alcuni dati, come diversi aneddoti, in quanto alcuni attrezzi sono sprovvisti di donatori o eventi significativi, visto che venivano ceduti in forma anonima o da forestieri.

Nonostante ciò, siamo riusciti a reperire alcuni aneddoti risalenti ad alcuni strumenti. Ad esempio, per quanto riguarda il ferro di cavallo, si dice che quest’ ultimo venisse usato come portafortuna. Una tradizione comune è che un ferro di cavallo venga appeso ad una porta con l’estremità volta verso l’alto, in modo da portare buona fortuna. Nel caso in cui l’estremità sia diretta verso il basso, allora porterà sfortuna. Nel Medioevo, la sua forma ricordava la “C” di Cristo e spesso i medici lo usavano come strumento di guarigione. Il suo materiale, il ferro, in alcune culture è un metallo che allontana di per sé il malocchio. Avvolto da fiocchi rossi, peperoni, peperoncini e spighe, risulta avere influenze positive maggiori.

Un’altra curiosità che viene in risalto è quella relativa al forcone. Infatti, in passato, soprattutto nel basso medioevo, era una delle armi simbolo delle rivolte contadine e delle sommosse dei ceti meno abbienti, in quanto era uno dei pochi strumenti a disposizione dei poveri di una certa utilità per il combattimento, data la sua leggerezza, la facilità di utilizzo, la resistenza e la disponibilità in gran numero. Adatta sia per offesa che per difesa, soprattutto se con la parte anteriore in ferro, data la facilità di penetrazione di materiali molli, quindi anche i tessuti umani. Spesso per renderla più simile ad un’arma veniva inastata (vedi forca da guerra).

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Catalogando gli attrezzi si evince che, la maggior parte degli strumenti appartengono ai mestieri del fabbro, dell’artigiano e del contadino. Ciò fa capire com’era organizzata la società di quell’epoca e che vi erano più zone rurali che zone urbane.

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Ad ogni modo, per valorizzare il museo, si potrebbe installare: un sistema di illuminazione che renda più visibili gli attrezzi, un’insegna che indichi la presenza del museo, impianti di riscaldamento.

Inoltre, occorrerebbe la presenza di un custode e di una guida che possa illustrare il percorso da seguire ai visitatori. Entrando si nota che gli attrezzi non sono mantenuti in maniera adeguata, in quanto dovrebbero essere posizionati in delle teche oppure in apposite vetrine con lo scopo di non avere un contatto diretto tra l’oggetto e il visitatore.

Ciò che potrebbe garantire un’ulteriore visibilità è la creazione di un sito internet, dove visionare varie informazioni del tipo: geolocalizzazione, indirizzo e orario di apertura e chiusura, anche se non sono conosciuti da tutti e spesso non vengono rispettati.

Gli orari di apertura del museo sono i seguenti:
Lunedì 09:00 – 12:00
Martedì 09:00 – 12:00 15:30 – 18:00
Mercoledì 9:00 – 12:00
Giovedì 09:00 – 12:00 15:30 – 18:00
Venerdì 09:00 – 12:00

Un ulteriore problema del Museo è relativo alla posizione che, se pur centrale in quanto localizzato al centro della città, non è facilmente visibile dall’esterno.
Il Museo ad oggi viene utilizzato anche per attività che non sono inerenti all’ambito storico-culturale a cui è destinato il complesso; talvolta, gli organizzatori di questi eventi non lasciano il salone in condizioni adeguate.

L’obiettivo finale del progetto è quello di valorizzare al meglio la struttura già esistente, al fine di attrarre maggiormente il turismo locale e provinciale.

 

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Autori: D. Capasso, M. Cermola, E. Malorgio, M. Nuzzi, V. Perfetto, A. Tortora, A. Carnevale, Studenti del Liceo A. Diaz di San Nicola La Strada

 

 

Vacanze in Costiera Sorrentina

Il nostro viaggio tra le bellezze della Costiera sorrentina continua…
Meta

Il piccolo borgo di Meta si trova nella parte finale della costiera sorrentina e proprio la sua posizione geografica ha dato il nome a questo luogo. Infatti, la chiesa più importante del paese, la Basilica della Madonna del Lauro, è stata costruita sui resti di un antico tempio dedicato alla dea Minerva che segnalava il punto finale della penisola. Ed è proprio la chiesa del Lauro ad annunciare ai visitatori provenienti da Punta Scutolo, l’arrivo nel comune di Meta.

Meta offre ai visitatori non solo panorami mozzafiato ma anche prodotti enogastronomici di eccellenza. L’intera costiera sorrentina, infatti, può vantare la presenza di una serie di aziende biologiche che accrescono l’importanza del territorio.

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Vico Equense

Il territorio di Vico Equense è il più esteso della Penisola sorrentina perché comprende, oltre la cittadina omonima, una serie di piccoli borghi, detti Casali, posti su morbide alture fitte di agrumeti, viti ed olivi e sorti come estremo rifugio degli abitanti di queste zone.

In effetti, Vico Equense era priva di qualsiasi costruzione difensiva e per questa ragione fu preda di numerosi attacchi. Fu solo alla fine del XIII secolo che la città fu circondata da mura difensive e fu costruito il castello Giusso, una struttura militare e residenziale. La tradizione vuole che il castello sia stato edificato da Carlo II d’Angiò, con lo scopo sia di difendere il piccolo borgo di Vico Equense, sia di utilizzarlo come residenza estiva; tuttavia l’ipotesi più accreditata è che il maniero sia stato costruito dal feudatario Sparano di Bari, ottenendo anche un finanziamento dal re angioino.

Nel corso degli anni la struttura ha subito notevoli mutamenti che ne hanno alterato l’aspetto originario. Oggi viene utilizzato per cerimonie, meeting ed esposizioni d’arte. Della sua fisionomia originale rimane ben poco, solo parte della cinta muraria ed una terrazza sul mare.

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Per i turisti che fanno tappa a Vico Equense vi è anche la possibilità di visitare alcuni importanti musei:

  • Museo Mineralogico Campano: la struttura culturale è stata inaugurata il 22 ottobre del 1992 e costituisce uno dei musei scientifici più importanti della Regione Campania per il numero, la varietà e la rarità dei campioni esposti.
  • Antiquarium “Silio Italico”: Il museo ospita circa 200 reperti di varie civilta (greca, etrusca, italiche) disposti in tre sale, testimonianza dell’antico insediamento urbano che comprende un periodo che va dal VII al III secolo a.C. Il moderno allestimento attraverso pannelli didattici ricostruisce anche le vicende della Necropoli dove, in varie fasi a partire dal 1956, sono state rinvenute circa 200 tombe.
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Il territorio di Vico Equense e della Penisola Sorrentina in generale vanta una lunga tradizione di cultura cinematografica. Per tale ragione è stata allestita una mostra permanente della cultura filmica con l’intento di creare un vero e proprio “Museo del Cinema del territorio e della Penisola Sorrentina” ove sia possibile ripercorrere, attraverso centinaia di immagini, manifesti, documenti d’epoca e testimonianze multimediali, quella che appare come la vera epopea del cinema nel territorio.

L’importanza che il cinema riveste sul territorio è ulteriormente testimoniata dal Social World Film Festival, la Mostra Internazionale del Cinema Sociale, un festival che vuole coniugare la passione per il cinema dei giovani con importanti temi sociali, il tutto nella splendida cornice della Costiera Sorrentina. Quest’anno la 8a edizione si terrà dal 29 luglio al 5 agosto a Vico Equense.

Il Social World è promotore del primo ed unico monumento al cinema in Italia, The Wall of Fame che raccoglie gli autografi dei grandi della cinematografia italiana ed internazionale.

Castellammare di Stabia

Castellammare di Stabia trae il suo nome dalla presenza del Castello Medievale che sorge a 101 metri di altitudine e sovrasta il paese e il Golfo di Napoli. Edificato dal Duca di Sorrento come fortezza di frontiera del suo dominio, fu restaurato da Federico II di Svevia e poi ricostruito dagli Angioini. Non più adatto alle esigenze difensive del tempo, fu rifatto e rinforzato da Alfonso D’Aragona. Ancora funzionante nei secoli del viceregno spagnolo, cominciò a declinare nel XVIII secolo.

Da quel momento non si hanno notizie esatte del Castello ma si sa solo che fu abbandonato divenendo un rudere fino agli anni 1930, quando il castello fu acquistato da Eduardo De Martino, il quale ne iniziò il restauro che fu completato dal figlio. Oggi quindi è proprietà privata e lo si può vedere solo dall’esterno o durante gli eventi che vengono organizzati durante l’anno.

Una curiosità divertente che riguarda il territorio sorrentino coinvolge il munaciello o monaciello, uno spiritello leggendario del folclore napoletano, di natura sia benefica che dispettosa, che viene generalmente rappresentato come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura.

La figura del munaciello è molto radicata nella cultura di Castellammare di Stabia. Basti pensare che gli è stata intitolata una strada, «via Monaciello», poiché si dice che in tale luogo egli apparisse per aggredire i malcapitati di passaggio, approfittando del calar della notte.

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La grotta di San Biagio, originariamente dedicata ai santi Giasone e Mauro, è situata ai piedi della collina di Varano. Secondo studi recenti questo Ipogeo, cioè costruzione sotterranea, fu utilizzata dai romani per la costruzione delle loro ville di otium. Difatti questa grotta è costituita da materiale tufaceo, quindi, in origine, avrebbe potuto essere una grotta naturale, ampliata dai Romani per l’estrazione del tufo da costruzione. Secondo un’altra ipotesi, invece, la grotta è nata come strada di collegamento sotterranea tra la spiaggia e la Villa Arianna, che all’epoca si trovavano a pochi metri l’una dall’altra.

Le prime testimonianze di epoca post romana risalgono al V-VI secolo. Secondo alcuni autori questa grotta di epoca romana fu trasformata, forse, dai primi cristiani in catacomba e successivamente in chiesa dai monaci Benedettini, divenendo il centro spirituale della città, arricchito al suo interno da un pregevole ciclo di affreschi di epoca altomedievale. Recenti lavori di restauro hanno svelato l’esistenza di un cimitero paleocristiano.

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Tra i numerosi luoghi della cultura individuati dal MIBACT vi sono sicuramente gli scavi di Stabiae, luogo che aveva un importante ruolo strategico e commerciale già in età arcaica (VIII secolo a.C.). Il maggior addensamento abitativo va collocato tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.). In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorgono numerose ville in posizione panoramica, concepite prevalentemente a fini residenziali, con vasti quartieri abitativi, strutture termali, portici e ninfei splendidamente decorati.

Villa S. Marco prende il suo nome da una cappella dedicata a S. Marco che si trova nelle strette vicinanze. La struttura fu esplorata in epoca borbonica e riportata alla luce intorno alla metà del 1900. Essa conserva intatto il suo impianto, testimoniando il lussuoso abitare in età romana.

Villa Arianna, scavata in epoca borbonica, rivela un impianto particolare, fortemente condizionato dall’andamento del pianoro su cui si erge. Della villa si conservano, tra gli altri ambienti, il triclinio, con le pitture che si riferiscono al mito di Arianna, e l’atrio dal quale sono stati staccati eleganti quadretti di figure come quello della Flora. Gli affreschi, con frequenti soggetti di miniature, rivelano la finezza e la perizia di realizzazione.

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La penisola sorrentina, oltre alle numerose bellezze già citate, vanta una serie di spiagge Bandiera blu 2018, titolo che ne certifica la qualità ambientale, accrescendo il valore del territorio.

Consultate il nostro dataset completo con tutte le spiagge Bandiera blu 2018 in Campania per scegliere la vostra prossima meta da visitare!

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Il team di Hetor vi augura buone vacanze! Arrivederci a settembre.

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

 

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La settimana scorsa siamo giunti a Pietrastornina, da cui riprendiamo per raggiungere le tappe successive del nostro percorso.

Continuando il percorso si incontra il Castello Pignatelli della Leonessa di San Martino Valle Caudina. La sua costruzione, benché modificata più volte, è in buono stato di conservazione.

Della presenza di un fortilizio difensivo nel territorio di San Martino Valle Caudina si ha notizia già da un documento dell’837, da cui si evince la fondazione longobarda. Secondo alcune fonti il primo proprietario del castello fu lo sfortunato Mario d’Eboli, accecato dal re Manfredi per essersi ribellato al dominio della Casa Sveva. Da Mario il castello passò nelle mani di vari signori e fino al 1528 restò in quelle della famiglia della Leonessa, cui ritornò, dopo vari passaggi, nel 1556. I discendenti della famiglia, di cui il castello conserva anche il nome, ne detengono ancora oggi la proprietà. È tuttora, infatti, residenza del duca Giovanni Pignatelli della Leonessa, discendente dei duchi di San Martino.

Intorno al XVII secolo i duchi si San Martino costruirono un nuovo palazzo, ai piedi del paese in espansione. Non abbandonarono il castello ma ne modificarono l’assetto per accentuarne il ruolo di residenza signorile, venendo meno la sua utilità come fortificazione.

Il castello fu abbandonato per gran parte del XIX secolo e nel 1908 furono abbattute la parte superiore del mastio ed alcuni ambienti adiacenti. Solo tra gli anni ’50 e gli anni ’70 la costruzione fu restaurata per iniziativa della duchessa Melina Matarazzo, moglie di Carlo Pignatelli, e riabitata dai proprietari.

L’edificio, che si presenta di forma quasi rettangolare e circondato da un muro di cinta ornato da una serie di merli e alcune torri quadrangolari, ha un unico ingresso a sud-est, collegato ai vicoli del borgo. Varcato il portale ci si ritrova all’interno del giardino e, a destra, si trova una piccola cappella gentilizia, mentre di fronte è il palazzo che si articola in due piani. Al piano superiore troviamo stanze destinate perlopiù all’abitazione e il salone di rappresentanza, la stanza più grande del Castello, con pavimentazione lignea e con soffitto cassettonato. La grande sala è ricca di decorazioni e affreschi parietali dei secoli XVII-XVIII raffiguranti scene relative a episodi storici rilevanti per la casata della Leonessa.

Un po’ più giù si trova il borgo di Cervinara, menzionato per la prima volta nell’837, sviluppato intorno ad una fortezza edificata in epoca longobarda. La prima attestazione del Castello, invece, si ritrova in un documento del XII secolo.

Il Castello di Cervinara ha subito numerose modifiche rispetto all’assetto originario, soprattutto a causa dei saccheggi e delle distruzioni avvenute tra Ruggiero II e suo cognato, Rainulfo Butterico. Il fortilizio, infatti, fu ricostruito e ingrandito in epoca Normanna e, in seguito, in epoca Sveva quando il castello assunse la funzione di residenza dei feudatari. Ulteriori cambiamenti furono apportati in epoca Angioina.

L’assenza di sistematici interventi di consolidamento determinò il deperimento della struttura che già nel XV secolo si presentava fatiscente. Nel ‘600 il castello fu acquistato dai Caracciolo, a cui rimase fino all’abolizione dei diritti feudali nel 1806.

I ruderi del Castello Medioevale di Cervinara, cui gli abitanti locali si riferiscono come O’ Castellone, sono ben visibili sulla cima del colle che domina la frazione Castello. In particolare, si conserva ancora l’originaria pianta quadrata, alcune parti della cortina muraria e la Torre principale.

 

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Lungo la via Appia, a pochi chilometri da Benevento, alle pendici del massiccio del Partenio, sorge il borgo di Arpaia che, per la sua posizione strategica, rappresentava un punto difensivo capace di resistere agli assedi di una certa rilevanza militare. Per questo motivo, nel medioevo, divenne una vera e propria cittadella fortificata, di cui ancora oggi sono visibili due torrioni e la cinta muraria.
Il Castello di Arpaia, di cui oggi restano solo i ruderi, si erge su un largo terrazzo roccioso, le cui radici si perdono tra il secolo VIII e il secolo XII. Attualmente, del Castello-Fortezza, rimane osservabile la complessa planimetria, gli elementi portanti dei vari alloggiamenti e la cortina che conduce verso il nucleo centrale abitativo.

Continuando il nostro percorso giungiamo nella provincia di Caserta e, in particolare, nel comune di Arienzo. Il suo Castem Vetus, che domina oggi il territorio montuoso detto Monte Castello, risale al VII secolo e fu edificato dai Longobardi per difendere prima il Ducato e poi il Principato di Benevento.

Il Castello di Arienzo, per la sua posizione strategica, costituì un posto di vedetta su tutta la valle sottostante fino al XII secolo quando Ruggero II d’Altavilla, detto il Normanno, ne chiese l’abbattimento. Quest’ultimo, dovendo partire per la Sicilia, temeva che in sua assenza i soldati di Rainulfo potessero insediarsi nella fortezza e controllare dall’alto il vasto territorio. Il suo ordine fu eseguito solo in parte e in seguito il castello fu riedificato dal figlio Guglielmo. Tuttavia, successivamente, a causa della sua distruzione, gli abitanti scesero a valle dove costruirono un nuovo edificio detto “la Terra Murata”. La fortificazione fu, così, lentamente abbandonata e, oggi, non ne restano che pochi ruderi.

La tappa successiva è costituita dal Castello di Roccarainola, un comune appartenente alla provincia di Napoli ma il cui territorio si trova al confine con quella di Avellino. La sua costruzione è da collocare intorno al XII secolo, e probabilmente successiva al 1139.

Al suo interno si sono succedute numerose famiglie di feudatari fino al 1806, quando la fortezza apparteneva alla famiglia Mastrilli. Nel corso dei secoli successivi le strutture del castello hanno subito numerosi danni e devastazioni dovuti all’incuria dei successivi proprietari, che lo usavano prevalentemente come tenuta agricola: ancora oggi è circondato da boschi e uliveti.

Attualmente il castello versa in uno stato di abbandono ed incuria totale ma è ancora possibile ammirarne alcuni resti: le tre cinte murarie, conservate in buono stato, e la cosiddetta “torre angioina”, costruita probabilmente nel XIV secolo per rinforzare il lato più esposto agli attacchi.

 

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A soli 5 Km di distanza troviamo il Castello di Avella, noto anche come castello di San Michele per il culto verso l’Arcangelo dei Longobardi, che costruirono l’edificio nel VII secolo. Il Castello occupa una collina dai fianchi scoscesi situata sulla destra del fiume Clanio; alle sue spalle si stagliano i monti di Avella, barriera naturale che separa il comprensorio avellano-baianese dalla Valle Caudina.

Il sito gode di una posizione strategica di controllo del territorio circostante, a guardia di un itinerario naturale che attraverso il passo di Monteforte Irpino mette in comunicazione la pianura campana con la valle del Sabato e conduce verso la Puglia e la costa adriatica.

La sommità della collina è occupata dalle strutture della rocca, sovrastata da un’imponente torre cilindrica su base troncoconica, circondata da due cinte murarie, una longobarda e l’altra normanna, che si estendono lungo le pendici della collina. Delle due cinte, la prima a pianta ellittica, la seconda a pianta poligonale, si conservano le torri e le semitorri. Tra le due cinte si conservano invece resti di numerosi ambienti riferibili a strutture abitative; l’unico edificio conservato per intero è una grande cisterna a pianta rettangolare.

Nonostante rappresenti dal punto di vista monumentale uno dei complessi medievali più rilevanti della Campania, solo in anni recenti il Castello è stato oggetto di esplorazioni sistematiche grazie a finanziamenti destinati alla realizzazione di un parco archeologico.

Risalendo verso la provincia di Avellino troviamo le ultime due tappe del nostro percorso: il Castello di Sirignano e il Castello del Litto di Quadrelle.

Del Castello di Sirignano, conosciuto oggi come Palazzo Caravita, non abbiamo notizie certe circa la sua costruzione ma l’ipotesi più accreditata è che sia stato costruito in epoca normanna dai locali feudatari, mentre era già disabitato e in completo stato di abbandono nel XVI secolo, quando era proprietà della famiglia Caracciolo.

La prima notizia documentata del castello risale al catasto onciario del 1754, quando era ancora proprietà dei Caracciolo. Poco dopo, il complesso passò prima ai Gioiosa e in seguito a Giuseppe Caravita, principe di Sirignano, il quale restaurò l’intero castello trasformandolo in un palazzo feudale, centro di ritrovo per nobili e artisti dell’epoca.
Oggi, l’edificio, che ha perso il suo aspetto di castello, appare come una massiccia costruzione di forma irregolare in stile neogotico che chiude per l’intera lunghezza il lato est di quella che un tempo era la piazza principale del paese.

Anche il Castello di Quadrelle fu costruito in epoca normanna, sulle alture del Monte Litto (da cui il nome con cui è conosciuto).
Dell’antica fortificazione, suddivisa in tre aree e circondata da cinte murarie, oggi sono visibili solo alcuni ruderi, tra cui il Mastio che domina la collina, semisepolti nella vegetazione.

 

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Come si evince da questo breve excursus, i castelli di questo territorio si trovano, per la maggior parte, in uno scarso stato di conservazione. Per questo motivo il Parco Regionale del Partenio ha realizzato una serie di progetti finalizzati all’incremento dell’offerta turistica mediante azioni di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio storico e naturalistico del suo territorio.

In particolare, il progetto L’Antica via del Partenio propone un percorso di sentieri che si inerpicano lungo l’omonimo complesso montuoso che custodisce le tracce di un passato da riscoprire, fatto di castelli, torri e chiese monumentali che testimoniano il susseguirsi di tutte le culture che hanno lasciato il segno del proprio passaggio sul territorio.

Insomma, conoscere il Partenio significa rivivere le emozioni di una storia millenaria in simbiosi con la Natura!

Vacanze in Costiera Sorrentina

Questa volta Hetor vi propone un itinerario tra le meraviglie della Costiera sorrentina, tra arte cultura ed enogastronomia…
Un viaggio da non perdere!

 

Massa Lubrense

Il nostro viaggio parte da Massa Lubrense, una tra le mete turistiche più famose d’Italia grazie ai suoi splendidi scenari naturalistici e alle sue antiche tradizioni radicate nel territorio.

Tra i numerosi e ridenti casali che la compongono, l’antico borgo dell’Annunziata rappresenta il più ricco di memorie storiche. Distrutto dagli Angioini e ancora dagli Aragonesi, fu parzialmente riedificato nel Cinquecento. Anche le mura furono rifatte dopo la catastrofe del 1558: ancora oggi si può ammirare parte dell’antica cinta muraria che sorgeva attorno al Castello Aragonese. Della struttura difensiva restano una torre cilindrica ed i bastioni, ma la veduta che si gode dal castello è tra le più suggestive della Costiera Sorrentina.

Il 6 luglio il Castello è stato riaperto al pubblico ed è possibile visitarlo dal venerdì alla domenica dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00.

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Il territorio di Massa Lubrense è conosciuto anche per la presenza di paesaggi naturali incontaminati; ricordiamo, infatti, che il territorio comprende la Baia di IerantoPunta Campanella. Se ve li siete persi, potete trovare tutte le curiosità che riguardano questi luoghi negli articoli precedenti.

 

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Tra i prodotti di eccellenza che troviamo nella zona sorrentina sicuramente degno di nota è il limone IGP, utilizzato per gustose ricette come la famosissima delizia al limone o il liquore di cioccolato al limoncello che fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tipici della Campania.

Proprio questa settimana sarà possibile gustare il limone di Sorrento in tutte le sue gustose varianti tipiche durante la Festa dei Limoni che si terrà dal 13 al 15 luglio nel Largo Vescovado a Massa Lubrense.

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Sorrento

Una delle caratteristiche fondamentali della città di Sorrento è la sua particolare disposizione su di un blocco tufaceo a pareti ripide. Il mare a nord e i profondi burroni circostanti sugli altri lati hanno infatti delimitato naturalmente, per molti secoli, la città antica. Ciò significa che il centro antico, di origine greco-osca, ha all’incirca coinciso con l’area compresa nella cinta muraria cinquecentesca (1551 – 1561) ancora oggi diffusamente in vista.

Della cinta difensiva greca rimane la murazione esistente sotto il piano stradale della Porta Parsano Nuova, visibile attraverso una grata. La città romana si è sovrapposta all’insediamento greco osservandone la pianta urbana e la stessa cinta muraria, che è rimasta a difesa di Sorrento durante tutta l’epoca medievale fino al 1551, quando ebbe inizio il suo rifacimento, completato soltanto nel 1561, dopo la tragica invasione dei turchi.

La nuova cinta muraria di Sorrento fu realizzata dai vicerè spagnoli che conclusero il piano con un Castello a guardia del Paino verso Napoli. Dopo la demolizione del Castello e delle porte principali a fine ‘800, è rimasto solo il tratto meridionale dell’antica mutazione del ‘500. Oggi, le mura vicereali rappresentano l’unico esempio, nell’Italia Meridionale, di cinta muraria dell’epoca spagnola.

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Nel luogo che oggi ospita il Cimitero civico un tempo sorgeva un Monastero intitolato a San Renato, che ha ospitato Torquato Tasso nel 1577 e dove si pensa che lo stesso santo abbia vissuto anticamente.

L’epoca in cui fu eretto il Monastero di San Renato è estremamente incerta. Secondo alcuni questo avrebbe inglobato un preesistente convento dei monaci di Montecassino, la cui presenza a Sorrento è testimoniata da un documento del 778. Tuttavia, alla fine dell’800 fu deciso di abbattere tutto per costruire il camposanto che porta lo stesso nome dell’antico Monastero.

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Sorrento ha ispirato numerosi artisti, scrittori e registi; tra le numerose canzoni dedicate a questa città, la più conosciuta è sicuramente Torna a Surriento, che fu cantata nel testo e nella musica attuali per la prima volta nel 1904 a Napoli, in occasione della Piedigrotta Garibaldi.

Inoltre, nel 1955 Sorrento costituì il set principale del film Pane amore e… per la regia di Dino Risi e con Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Piano di Sorrento

Piano di Sorrento si estende lungo la parte centrale della Penisola ed è racchiuso fra le due coste, quella meridionale, amalfitana, che si affaccia sul Golfo di Salerno, e quella settentrionale, sorrentina che si affaccia sul Golfo di Napoli. Ai tempi dei romani, questa zona veniva denominata Planum o Planities. Era infatti un territorio piano posto ad est del Municipium romano di Sorrento.

La città ospita il Museo archeologico territoriale della penisola sorrentina Georges Vallet, inaugurato il 17 luglio 1999, che è nato con l’intento di raccogliere i reperti archeologici ritrovati nella penisola sorrentina, fino a quel momento divisi tra vari musei.

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Il vino in Penisola Sorrentina ha una storia antichissima, basti pensare che già Plinio e Marziale nei loro scritti parlano della fabbricazione di speciali anfore costruite per contenere il nettare di Bacco. In particolare, vi sono due vitigni che hanno caratterizzato nei secoli la produzione vinicola della Penisola Sorrentina: il San Nicola, che lega il suo nome a un vino dal gusto amabile e dal bouquet molto delicato, riscontrabile solo sul territorio delle coste sorrentine e amalfitane; l’altro tipo di uva è la sanginella, riconoscibile da acini duri, grandi e ovali dal gusto particolarmente gradevole. Tuttavia, questi due vitigni originari, nell’ottica della trasformazione delle colture, stanno scomparendo per dare luogo a nuove vigne.

Piano di Sorrento è uno dei comuni compresi nella zona di produzione delle uve destinate al vino DOC “Penisola Sorrentina” ed è uno dei maggiori produttori, come è possibile vedere anche dalla datalet:

 

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Sant’Agnello

Oltre al vino, la costiera sorrentina offre tanti generosi prodotti dell’agricoltura, dalle noci alle arance, passando per i limoni IGP ed il famoso olio d’oliva DOP che hanno da tempo raggiunto una notorietà che supera i confini nazionali.

A Sant’Agnello, in particolare, viene coltivato il pomodoro sorrentino, che è un ortaggio da mensa rotondeggiante e costoluto, di colore rosso con sfumature verdi alla raccolta, dal sapore dolce e delicato.

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Sant’Agnello è un piccolo centro compreso tra i comuni di Piano di Sorrento e Sorrento. Anche se divenuto autonomo solo nel 1866, la sua storia affonda le radici nella preistoria. Lungo la costa ancora oggi sopravvivono importanti testimonianze archeologiche, fra cui la peschiera sottostante il promontorio di Punta san Francesco, a cui si accede attraverso un sentiero scavato in parte nel costone tufaceo e che collega il mare con Villa Nicolini, una splendida dimora costruita all’inizio del Novecento e recentemente ristrutturata.

Altre importanti testimonianze del passato sono la calata a mare de “Il Pizzo”, forse l’ultimo grande polmone verde della penisola sorrentina sottratto alla cementificazione selvaggia degli ultimi decenni, e l’approdo del Golfo del Pecoriello, un meraviglioso angolo di natura selvaggia dominato dalla splendida villa che fu dello scrittore americano Francis Marion Crawford che scelse di vivere a Sant’Agnello e dove ancora oggi riposa.

La prima parte del nostro tour finisce qui… ma non temete, torneremo la prossima settimana per completare il viaggio tra le bellezze della Costiera Sorrentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

Il Parco Regionale del Partenio

Il Parco Regionale del Partenio, istituito nel 2002, occupa una superficie di 14.870,24 ettari e comprende 22 comuni di 4 province campane, variamente distribuiti nell’ambito territoriale, sia nella parte appenninica del Partenio, che nelle valli adiacenti, Valle Caudina, Valle Del Sabato e Vallo di Lauro-Baianese:

  • In provincia di Avellino: Baiano, Cervinara, Mercogliano, Avella, Monteforte Irpino, Mugnano del Cardinale, Ospedaletto d’Alpinolo, Pietrastornina, Quadrelle, Rotondi, Sant’Angelo a Scala, San Martino Valle Caudina, Sirignano, Sperone, Summonte.
  • In provincia di Benevento: Arpaia, Forchia, Pannarano, Paolisi.
  • In provincia di Caserta: Arienzo, San Felice a Cancello.
  • In provincia di Napoli: Roccarainola.
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I centri urbani, in prevalenza appartenenti alle province di Avellino e di Benevento, sono dislocati soprattutto nella fascia pedemontana e le strade che li collegano formano un circuito che circonda l’intero complesso montuoso del Partenio.

Il parco persegue delle importanti politiche di sviluppo sostenibile al fine di conservare, valorizzare, promuovere e rendere fruibili le risorse naturalistiche, ambientali, storico-religiose e culturali dell’area protetta.
A tal proposito, è stato creato un marchio collettivo geografico “Qualità Partenio” al fine di caratterizzare tutti i prodotti locali attraverso un’immagine unitaria e un’unica identità.

Il territorio del Partenio è caratterizzato dalla presenza del fiume Calore e da una serie di piccoli corsi d’acqua, originati da sorgenti montane. La struttura fondamentale del territorio è, infatti, la roccia calcarea ma è formato anche da materiali piroclastici, cioè di origine vulcanica, provenienti dal vicino complesso vulcanico del Somma – Vesuvio.
E’ proprio la diversa morfologia del territorio che ha consentito, negli anni, lo sviluppo di boschi e di una flora e fauna diversificate, di terreni fertili e di paesaggi suggestivi.

Nel Parco Regionale del Partenio sono presenti vari punti di interesse a cominciare dall’Oasi WWF Montagna di Sopra, situata presso le grotte di San Silvestro, e il Campus di ingegneria naturalistica dove si può osservare un paesaggio di enorme suggestione naturalistica e ambientale con notevoli boschi di castagni.

 

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Il Partenio è un luogo ricco di preghiera e tradizioni religiose, come testimoniano i tanti luoghi di culto. Di notevole interesse sono anche le varie grotte e ritrovamenti fossili presenti sul territorio, che ne sottolineano l’importanza storica. Ma è anche un luogo in cui si intrecciano e si fondono elementi culturali, artistici e folcloristici di assoluta eccellenza.

All’interno del Parco sono ubicati una ventina di borghi, che presentano realtà urbanistiche, edifici religiosi e palazzi di rilevante interesse storico-artistico. Nel corso della sua storia questo territorio è stato segnato soprattutto dalle dominazioni longobarda e normanna.

Lungo il percorso, infatti, castelli arroccati, imponenti torri e monumentali chiese, circondate da una rigogliosa vegetazione, testimoniano il susseguirsi delle diverse culture, ognuna delle quali ha lasciato sul territorio il segno del proprio passaggio, coinvolgendo il visitatore in un affascinante percorso di storia, arte e tradizioni millenarie.

I Castelli del Parco

Tra i siti di maggiore interesse storico-culturale, nel territorio del Parco troviamo 13 castelli che è possibile visitare seguendo la nostra mappa, partendo da quello di Monteforte Irpino.

 

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Il Castello di Monteforte Irpino sorge sulla collina di S. Martino e attorno ad esso si sviluppò il borgo medievale da cui ebbe origine l’attuale centro abitato. Fu probabilmente costruito dai Longobardi tra il VII e il IX secolo e fu ampliato dai normanni, dagli Angioini e successivamente dagli Aragonesi. Tuttavia, il castello fu abbandonato già a partire dal XVI secolo: la leggenda vuole che in esso vi fossero sepolti numerosi tesori, il che diede modo ai numerosi saccheggi di completarne la distruzione.
Il castello conserva oggi parte delle mura perimetrali in pietra, una torre a pianta circolare e un camino.

Proseguendo nel percorso si incontra il Castello di Mercogliano che si trova nella zona del centro antico, conosciuta con il nome di Capocastello. Esso fu costruito nella seconda metà dell’XI secolo, su committenza nobiliare longobarda, con pianta irregolare e circondato da una cinta muraria e cammino di ronda che si affaccia sul borgo sottostante.

Il Castello fu teatro di numerose battaglie durante il periodo di dominazione Sveva, Angioina e Aragonese che, unitamente all’incendio del 1656 e al sisma del 1732, arrecarono gravi danni al complesso architettonico. Esso fu così demolito, nella seconda metà del XVIII secolo, per ricavarne materiale per la costruzione di nuovi edifici privati.

Oggi, grazie ai lavori effettuati dalla Sovrintendenza, è possibile ammirarne una torre e parte della cinta muraria e, nello specifico, una delle cinque porte di accesso, conosciuta come Porta dei Santi, grazie all’affresco nella parte superiore raffigurante S. Modestino, S. Fiorentino e S. Flaviano.

A meno di 7 Km di distanza si trova la torre angioina di Summonte, parte del complesso Castellare, un sistema difensivo che rappresentò uno dei punti fortificati più avanzati dell’Avellinese. Il castello, documentato per la prima volta nel 1094, fu conquistato, distrutto e ricostruito secondo il modello del balium (un recinto di forma quadrata, rettangolare o trapezoidale formato da mura di non grande altezza, rafforzate agli angoli da piccole torri a sezione circolare o quadrata) da Ruggero II nel 1134.

In epoca angioina la struttura fu trasformata in una torre d’avvistamento, abbandonando, così, il modello precedente. L’elemento superstite di questo originario sistema difensivo è proprio la torre. Essa si compone di cinque livelli, il più basso dei quali conteneva la cisterna per la raccolta di acqua piovana, mentre il più alto ospita una terrazza dalla quale è possibile ammirare tutto il panorama.

Oggi, all’interno del complesso, sorge il Museo civico di Summonte, costituito da due sezioni: una dedicata agli armamenti medievali, l’altra ai reperti archeologici rinvenuti nel castello nel corso delle indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza tra il 1994 e il 2005.

 

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A pochi chilometri di distanza tra di loro si trovano poi il Castello di Sant’Angelo a Scala e il Castello di Pietrastornina.
Il primo, costruito nella seconda metà dell’XI secolo, sorge su una guglia rocciosa. Esso fu teatro di numerose battaglie e fu dimora di diverse famiglie, tra cui si ricorda quella dei Carafa che, nel XV secolo, ordinò la completa ristrutturazione dell’edificio fortificato per la creazione di una residenza gentilizia.

Sebbene il castello fosse molto grande (tanto da includere quasi 360 stanze al suo interno) oggi possiamo vedere solo qualche tratto delle cortine murarie poiché la spiana su cui sorgeva è stata cementata e pavimentata.

Anche il Castello di Pietrastornina sorge su una guglia rocciosa che corona l’abitato del borgo medievale. Le prime notizie sul castello risalgono al 774; dopo il periodo longobardo, il fortilizio ricompare nelle fonti documentarie nel 1239, quando sotto l’amministrazione statale di Federico II di Svevia, venne inclusa la fortificazione rupestre nella lista dei cosiddetti Castra exempta.
Grazie a queste fonti sappiamo che il fortilizio era composto da almeno due corpi di fabbrica di diverse dimensioni, posti ad altezze diverse: un sistema di camminamenti e scalinate estendevano il sistema difensivo all’intera rupe, rendendo la stessa guglia rocciosa parte della fortificazione.

Probabilmente il castello fu presto abbandonato: già nel 1837 l’amministrazione di Pietrastornina ne decise l’abbattimento, poiché i suoi ruderi costituivano un costante pericolo per l’abitato sottostante. Sull’immobile, di cui oggi non restano che poche tracce, è stato avviato nel 2003 il procedimento di “dichiarazione di interesse particolarmente importante”.

Continuate a seguirci nel nostro viaggio alla scoperta delle bellezze del Parco Regionale del Partenio…a presto per la seconda parte!

Il Parco Archeologico e il Teatro di Pausilypon

Tra antichità e panorami mozzafiato

A Napoli, nel Quartiere Posillipo, c’è una delle aree archeologiche più belle ed affascinanti della Campania: il Parco Archeologico – Ambientale del Pausilypon.

Il parco archeologico del Pausilypon, aperto nel 2009 ed accessibile attraverso l’imponente Grotta di Seiano, comprende i resti del Teatro, dell’Odeon e di una Villa con complesso residenziale, di cui alcune strutture oggi fanno parte del Parco Sommerso di Gaiola.

L’area si estende dalle pendici della collina tra la baia di Trentaremi, le isole della Gaiola, le Cale di San Francesco e dei Lampi, fino a Marechiaro.

Il complesso residenziale apparteneva al ricco cavaliere Publio Vedio Pollione, importante personaggio politico all’epoca di Augusto e alla sua morte divenne proprietà imperiale.

Al complesso si accedeva attraverso la Grotta di Seiano, una galleria artificiale, lunga circa 770 metri, pressoché rettilinea ma con cunicoli che si affacciano a strapiombo e che offrono un panorama mozzafiato. Inutilizzata e dimenticata per anni, fu ritrovata casualmente durante i lavori per una nuova strada nel 1841 e subito riportata alla luce e resa percorribile per volontà di Ferdinando II di Borbone, diventando meta di turisti. Nel corso della Seconda guerra mondiale fu utilizzata come rifugio antiaereo per gli abitanti di Bagnoli; gli eventi bellici ed alcune frane nel corso degli anni cinquanta la riportarono in uno stato di abbandono.

 

 

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Le strutture

Giunti nell’area del Parco archeologico, oltre ai paesaggi affascinanti che offre il Golfo, si possono ammirare i resti dell’imponente Teatro, dell’Odeon e di alcune sale di rappresentanza della villa.

Il Teatro conta 13 ordini di sedili nella prima cavea e 6 in quella media ed una capienza complessiva di duemila posti, costruita sfruttando il pendio naturale della collina secondo una tecnica tipica dei teatri greci. L’emiciclo del teatro, orientato a Sud, presenta un’ima cavea divisa in tre cunei ed una media cavea aggiunta in seguito, entrambe accessibili da scale laterali inserite in torrette, oltre all’orchestra. L’area della scena è occupata inoltre da una vasca perpendicolare alla cavea, intorno alla quale vi era un giardino recintato da un muro curvilineo.

Al di sopra di quest’area si trova un altro giardino rettangolare circondato da una porticus triplex che formava anche la scena del vicino Odeon, l’antico teatro coperto destinato ad audizioni di poesia retorica o di musica, con una piccola cavea posizionata frontalmente al Teatro grande.

È inoltre possibile ammirare una Villa Imperiale, detta Villa di Pollione: fatta erigere nel I secolo a.C. dal cavaliere romano Publio Vedio Pollione, alla sua morte, avvenuta nel 15 a.C., la villa, grazie alla sua posizione molto ambita divenne residenza imperiale di Augusto, e di tutti i suoi successori.

La Villa conta un’estensione di ben 10 ettari, suddivisi in più padiglioni, ognuno con una specifica funzione: ad esempio, molto interessanti, sono le presenze delle condutture dell’acquedotto (rivestite in malta idraulica), segno di ulteriore opulenza di chi vi soggiornava.

Insieme a questi edifici, il complesso ospitava anche un Tempio o Sacrarium posto ad oriente del teatro e un Ninfeo posizionato nella zona occidentale.

 

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La Villa e tutti gli ambienti affini, risultano molto articolati, e sono ancora interessati da una campagna di scavo messa in atto dalla Soprintendenza Archeologica e che ha come obiettivo quello di restituire alla pubblica fruizione l’intero Parco archeologico-ambientale del Pausilypon.

Andando ancora avanti nel percorso si giungerà al belvedere che affaccia sulla Baia Trentaremi, con Nisida sullo sfondo e che ci mostra in lontananza Ischia e Procida.

Questo è un vero e proprio angolo di paradiso. Come dice l’etimologia stessa del suo nome, il Pausilypon è il “luogo che fa cessare il dolore” ed è sicuramente ciò che provavano un tempo i suoi abitanti e quello che provano oggi i suoi visitatori, osservando l’incanto e la bellezza di questo sito.

 

 

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Tutte le curiosità più interessanti sulle aree naturali della Campania

La settimana scorsa vi abbiamo presentato i Parchi e le Oasi in Campania. Questa settimana vogliamo dedicarci agli amanti del mare, raccontandovi le curiosità che riguardano il nostro splendido territorio.

LE RISERVE MARINE

Punta Licosa è parte della Riserva Marina di Castellabate, da Punta dell’Ogliastro alla Baia del Sambuco. L’isoletta è sotto tutela biologica marina e rappresenta uno dei primi esempi di parco marino in Italia, essendo stato istituito nel 1972.

Il suo nome deriva da una leggenda che racconta della trasformazione della sirena Leucosia che, dopo essersi gettata dalla rupe per un amore non corrisposto, si tramutò in scoglio.

Punta Licosa rappresenta un vero e proprio tesoro sia per la sua fascia costiera che per la riserva marina: spiagge, fondali ed insenature che si fondono in una naturale armonia. L’accesso a Punta Licosa è possibile attraverso due strade poste nelle frazioni di Ogliastro Marina e San Marco di Castellabate. Tuttavia, essa è raggiungibile solo a piedi o in bici e dona ai suoi esploratori panorami incredibili.

I PARCHI SOMMERSI

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Il Parco Archeologico Sommerso di Baia è stato istituito il 7 agosto 2002 e si estende lungo il litorale di Bacoli e Pozzuoli.

Alcune delle strutture sommerse al momento sono insabbiate ma sono già state studiate, altre sono state individuate solo tramite foto aeree. Tra i principali edifici sommersi, quelli visibili sono: il ninfeo imperiale di Punta Epitaffio, la villa dei Pisoni, la villa “a protiro”, così chiamata per la presenza di un portico all’ingresso. Inoltre, è possibile vedere i resti di un settore dello spazio urbano, in particolare alcune tabernae, i resti di un complesso termale e una peschiera a pianta semicircolare all’estremità meridionale dell’insenatura. Del Portus Julius, invece, è stata esplorata solo un’area campione.

Gli arredi scultorei di questi complessi edilizi, restituiti grazie agli scavi subacquei effettuati nel secolo scorso, sono attualmente esposti nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei, a Baia. Lo straordinario valore di tali siti è dato non solo dal notevole stato di conservazione dei reperti archeologici, ma anche dal loro valore storico archeologico oggettivo. Inoltre, la presenza di particolari ecosistemi sommersi rendono questi luoghi degli ambienti di valore naturalistico rilevante, quasi come una piccola Atlantide romana.

L’area è sempre aperta ma la visita si può effettuare solo previa prenotazione al centro visite AMP (Area Marina Protetta) Baia.

Il Parco Sommerso di Gaiola è stato istituito il 7 agosto 2002 e prende il nome dai due isolotti che sorgono a pochi metri di distanza dalla costa di Posillipo, nella parte nord occidentale del Golfo di Napoli. Con una superficie di appena 41,6 ettari, il Parco si estende dal Borgo di Marechiaro fino alla Baia di Trentaremi, racchiudendo verso il largo parte del grande banco roccioso della Cavallara.

Il Parco Sommerso di Gaiola deve la sua particolarità alla fusione tra aspetti vulcanologici, biologici e storico-archeologici. Infatti, rappresenta un importante sito di ricerca, formazione, divulgazione scientifica ed educazione ambientale per la riscoperta e valorizzazione del patrimonio naturalistico e culturale del Golfo di Napoli.

Nell’ambito delle attività finalizzate alla valorizzazione e divulgazione scientifica delle risorse naturalistiche e storico-archeologiche dell’Area Marina Protetta, vengono proposti diversi itinerari di visite guidate in compagnia degli esperti del Parco, per riscoprire le meraviglie di questa costa attraverso differenti punti di vista.

LE AREE MARINE

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L’Area Marina Protetta Punta Campanella è una riserva marina istituita nel 1997. È situata nella parte settentrionale del Golfo Di Salerno e si estende su una superficie a mare pari ad oltre 1500 ettari, tra il comune di Massa Lubrense e il comune di Positano.

Punta Campanella è un territorio affascinante e misterioso in cui storia e leggenda si fondono: secondo l’Odissea, fu il luogo in cui Ulisse incontrò le Sirene ammaliatrici; ma questo è anche il luogo in cui i Greci innalzarono un tempio alla dea Atena, poi convertito dai Romani al culto della dea Minerva.

Tuttavia,  il nome deriva dalla campana che fu costruita in cima alla torre, risalente al 1300, allo scopo di avvistare e lanciare l’allarme in caso di incursioni dei Saraceni che arrivavano dal mare. La “Campanella”, infatti,  suonava in caso di allarme propagando il segnale alle altre torri posizionate lungo la costa.

Sul pianoro di Punta Campanella si trova una fenditura nella roccia da dove parte una scalinata che porta fino ad una scogliera collegata ad una serie grotte sul livello del mare. Qui attraccavano le navi cariche di libagioni da offrire alla dea Minerva.

Alzando lo sguardo lungo il costone roccioso, si può anche scorgere una scritta in Osco incisa sulla pietra che indicava il punto di approdo per il Santuario della Dea Minerva.

L’Area Marina Protetta Regno di Nettuno  è stata istituita il 27 dicembre 2007 e si estende su una superficie a mare di 11 mila ettari, comprendendo il tratto marino che circonda l’arcipelago Flegreo, formato dalle isole di Ischia, Procida e Vivara. Le tre isole fanno parte di un grande complesso vulcanico tuttora attivo; tale vitalità è testimoniata dalla presenza di numerose fonti termali.

In tutte le zone non sono consentite attività che possono creare turbamento delle specie vegetali e animali, così come è vietata qualunque attività di cattura, raccolta e danneggiamento di reperti archeologici e di formazioni geologiche.

Il Regno di Nettuno deve la sua incredibile ricchezza anche alla sua particolare posizione su di un importante confine che divide l’area settentrionale del mediterraneo da quella meridionale. Tale fenomeno fa sì che vi sia la compresenza di tutte le specie presenti nel Mediterraneo, caratteristica che convinse Anton Dohrn, studioso tedesco amico di Charles Darwin, a stabilire tra Napoli ed Ischia i suoi studi ed a costruire il primo istituto di biologia marina al mondo, nel 1872, tuttora uno dei più prestigiosi.

L’Area Marina Protetta Santa Maria di Castellabate è un sito di importanza comunitaria, istituito nel 2009, con una superficie a mare di oltre 7.000 ettari ai quali si sommano 2 ettari di costa compresi tra la punta di Ogliastro e la baia del Sauco (confine nord con il comune di Agropoli), nel comune di Castellabate.

L’area comprende una zona incontaminata in corrispondenza del promontorio del Tresino e quello di Licosa, ed è situata nelle zone di tutela del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Le acque intorno al Tresino e Punta Licosa rappresentano una risorsa naturalistica di inestimabile valore, fonte di biodiversità. Infatti, sono presenti alcune specie animali e vegetali uniche al mondo e perciò soggette a particolari forme di tutela.

Tutto il litorale è ricchissimo di reperti archeologici: una vera e propria città sottomarina è stata scoperta recentemente di fronte a San Marco di Castellabate, con resti di un antico molo romano.

L’Area Marina Protetta Costa degli Infreschi è situata nel tratto di mare che si trova tra Punta dello Zancale, nel territorio comunale di Camerota, e Punta Spinosa, nel Comune di San Giovanni a Piro ed è compresa all’interno del  Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Essa occupa una superficie di mare di 2.332 ettari e si estende in corrispondenza di un tratto di costa lungo poco meno di 14 chilometri.

La costa offre uno spettacolare paesaggio di particolare pregio sotto il profilo naturalistico caratterizzato da un grado di eterogeneità ambientale unico, tanto da essere inserita in un Sito di Interesse Comunitario sottoposto a protezione speciale.

La bellezza di questi luoghi ha ispirato varie leggende: si racconta che nel XIII secolo una coppia di giovani sposi in contrasto con le famiglie per la loro relazione, avesse trascorso la luna di miele in una grotta oggi conosciuta come la “Grotta degli Innamorati”. Un’altra storia racconta di alcuni crociati diretti a Gerusalemme, che fecero scalo nel porto degli Infreschi dove si trovarono così bene da non voler più ripartire e che addirittura fu necessario l’intervento divino dei santi che li convinsero a riprendere il cammino verso la Terra Santa. La storia si conclude con la partenza dei crociati dalla baia e con il loro pentimento eterno per averla lasciata.

LE RISERVE NATURALI

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La Riserva Naturale Foce Volturno – Costa di Licola – Lago Falciano si estende al margine della Piana del Volturno, lungo la fascia litoranea nota come “Litorale Domizio”, tra le Provincie di Napoli e Caserta, sviluppandosi sul territorio dei Comuni di Giugliano in Campania, Castel Voltuno, Villa Literno, Mondragone e Falciano del Massico.

Istituita a partire dal 1993, la riserva occupa una superficie di 1.540 ettari e ha accorpato diversi territori e riserve con l’obiettivo di garantire in forma coordinata la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale.

È possibile distinguere diversi tipi di territori e habitat:

  • Il Lago di Patria
  • L’Oasi dei Variconi alla foce del Volturno
  • Le pinete di Castelvolturno e di Patria
  • La zona umida delle Soglitelle
  • La zona costiera di Licola

La Riserva Naturale Statale Isola di Vivara ha una superficie di ettari a terra pari a 35,63 e si presenta con una forma a mezzaluna. L’isola rappresenta il margine occidentale di un cratere vulcanico originatosi circa cinquantamila anni fa, oggi sommerso.

In origine era collegata a Procida, a una falesia oggi scomparsa e sostituita da un ponte lungo 362 metri che per anni ha segnato la linea di confine tra le due isole.  La Riserva è attualmente disabitata ed il suo litorale è compreso nell’Area marina protetta Regno di Nettuno.

L’origine del nome Vivara, di cui è attestata anche la forma Bivaro, è stata ed è tuttora oggetto di discussione: alcuni linguisti preferiscono riprendere la desueta denominazione Vivaro. La tesi più accreditata vorrebbe che il toponimo derivi dal latino vivarium, cioè «luogo in cui vivono animali»; ma esiste un’ulteriore ipotesi che vede l’origine del nome in una distorsione di quello del primo proprietario dell’isola, Giovanni Guevara, , duca di Bovino. Si è perfino osservato che, secondo una derivazione celtico-sassone, il termine significherebbe castoro, e che a Vivara fosse un tempo diffusa l’arvicola acquatica europea (Arvicola amphibius), roditore vagamente simile al castoro.

Vivara è caratterizzata dalla presenza di macchia mediterranea, da ruderi risalenti al 1600 e da un belvedere che consente di vedere Capri, Ischia, Procida e, sullo sfondo, Napoli con il Vesuvio. L’isola è tornata a essere fruibile l’anno scorso, dopo circa sedici anni. Nel 2002, infatti, l’isolotto era stato chiuso al pubblico, pur essendo una riserva di stato.

Le Riserve Naturali Foce Sele – Tanagro e Monti Eremita-Marzano istituite dalla Regione Campania nel 1993, si estendono per quasi diecimila ettari lungo la fascia litoranea che fiancheggia la foce del fiume Sele, sulle sponde dei fiumi Sele, Tanagro, Calore e sul massiccio dei monti Eremita e Marzano.

L’area naturale protetta interessa trentanove comuni, nelle province di Avellino e Salerno, e ben cinque comunità montane.

Si tratta di un territorio caratterizzato da qualità ambientale elevata, riconosciuta a livello europeo, come testimonia la presenza al suo interno di alcuni siti di importanza comunitaria: quello della fascia costiera nei comuni di Capaccio ed Eboli, quello alla confluenza dei fiumi Sele e Tanagro, quello dell’alto Calore Salernitano e quello del Monte Eremita.

Nel suo territorio è presente l’oasi naturalistica di Persano, una zona umida di interesse internazionale che ospita numerose e rarissime specie vegetali e animali e le sorgenti termali, note fin dall’epoca romana.

Le riserve danno la possibilità di scegliere tra 8 diversi sentieri che esplorano il territorio nei suoi vari e affascinanti aspetti.

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La Riserva Naturale Forestale di Protezione e Biogenetica Tirone Alto Vesuvio istituita a salvaguardia della cinta craterica del Vesuvio, occupa una superficie di 1.005 ettari lungo le pendici del vulcano, nei comuni di Boscotrecase, Ottaviano, Terzigno, Trecase e Torre del Greco.

La Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio si trova lungo le pendici meridionali del Vesuvio e rientra in uno dei sentieri proposti dall’Ente gestore del Parco Nazionale del Vesuvio. La zona è rivestita da grandi pini che si alternano a tratti di macchia mediterranea.

La Riserva Naturale Orientata Cratere degli Astroni si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria, nei Comuni di Pozzuoli e Napoli, ed è una Zona di protezione Speciale.

Il Cratere degli Astroni è un vulcano spento che fa parte del più complesso cratere di Agnano, inserito nella area vulcanica dei Campi Flegrei. Di questi è il più giovane dei crateri, con i suoi 3600 anni e si estende per 247 ettari. Il fondo del Cratere degli Astroni presenta alcuni rilievi tra i quali il Colle dell’Imperatore e il Colle della Rotondella che si sono formati in seguito all’attività eruttiva. Nel punto più basso del cratere si trovano tre laghetti, Lago Grande, Cofaniello Piccolo e Cofaniello Grande, con vegetazione tipica delle zone lacustri.

La Riserva naturale Cratere degli Astroni offre ai visitatori un vasto numero di sentieri. Ognuno di essi ha una sua peculiarità (botanica, zoologica, geologica) ma si intreccia e si completa con gli altri aspetti. Per le caratteristiche di grande naturalità o per motivi di ricerca e conservazione, alcuni itinerari possono essere chiusi in alcuni periodi dell’anno, pertanto la percorribilità di ciascun sentiero deve essere verificata in anticipo contattando l’Oasi.

Sempre attenti alla didattica e all’educazione ambientale dei più piccoli, quest’anno, dall’11 giugno al 27 luglio, il Cratere degli Astroni apre le porte ai ragazzi tra i 6 e i 15 anni per trascorrere con loro una settimana all’insegna della natura, con due proposte:

  • Jurassic Camp, il campo avventura rivolto ai piú piccoli e tutto dedicato alla scoperta dei rettili piú amati dai bambini;
  • Una settimana da ranger, il campo avventura rivolto ai più grandi e dedicato alla gestione della Riserva attraverso la collaborazione con i guardiaoasi.

La Riserva Naturale Orientata e Biogenetica Valle delle Ferriere è stata istituita nel 1972 ed è inserita tra le 41 biogenetiche italiane censite dal Consiglio d’Europa ed attualmente di proprietà del Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali. La riserva, che si estende su una superficie di circa 455 ettari, è situata nel versante amalfitano della penisola sorrentina in un’ampia valle tra i monti di Scala e il vallone Grevone, al confine tra Amalfi e Agerola.

Questa valle, una volta sede dei corpi di fabbrica (detti anche Ferriere) che servivano per la lavorazione artigianale della famosa carta di Amalfi, esposta a sud e protetta dai venti freddi, costituisce un ecosistema tipico delle zone subtropicali, riproducendo un ambiente naturale caratterizzato da elevata piovosità ed assenza di escursioni termiche.

La principale caratteristica che ha consentito alla Valle delle Ferriere il riconoscimento di Riserva Naturale Orientata è rappresentata dalla presenza di specie rare di felci, quali la Lingua cervina e la Woodwardia Radicans risalente ad epoche antichissime, che crescono e sopravvivono solo in questo ambiente.

Nella riserva l’accesso è consentito, previa autorizzazione del Corpo Forestale dello Stato, solo per motivi di studio, per fini educativi, per escursioni naturalistiche, per compiti amministrativi e di vigilanza, restando vietata qualsiasi altra attività.

LE AREE NATURALI

Chiudiamo la nostra carrellata con la Baia di Ieranto, di cui vi abbiamo raccontato la storia in un precedente articolo.

Si conclude così il nostro lungo viaggio tra la natura incontaminata e gli straordinari paesaggi che rendono il nostro territorio unico. Un patrimonio di inestimabile valore che bisogna tutelare e valorizzare ma prima di tutto conoscere!
Speriamo che le nostre storie vi abbiano ispirato. Buona esplorazione dal Team di Hetor!