Pasquetta in Campania

Come vivere una giornata all’insegna del divertimento e del relax grazie al patrimonio culturale campano.

Cosa fai a Pasquetta?” Lo sappiamo tutti che questa domanda ve la stanno ponendo già da settimane. Eppure, si sa, si arriva sempre all’ultimo minuto per scegliere come trascorrere questa giornata. Il motivo, probabilmente, è anche da ricercarsi nella vastità di opzioni che la nostra regione ci offre.

La Campania, infatti, è ricchissima di luoghi da scoprire ed è, al contempo, la più indicata per trascorrere il Lunedì dell’Angelo, visto il clima mite, tipicamente primaverile.

La Pasquetta è il giorno giusto, insomma, per una gita fuori porta con amici e familiari.

In questo articolo ecco qualche suggerimento di attività all’aperto per chi è a corto di idee.

 

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Gita culturale all’aperto

Una delle mete predilette per la scampagnata di Pasquetta è costituita, sicuramente, dalla Reggia di Caserta.

Il luogo, inserito in un’atmosfera che riporta ad un’altra epoca, costituisce un ottima opportunità per chi vuole unire la visita culturale alla passeggiata nella natura, grazie anche al biglietto unico che consente la visita sia agli appartamenti storici che al parco. E, per chi non ha voglia di fare la fila, si possono acquistare i biglietti anche online, sul sito ufficiale della reggia di Caserta.

  • Orario di apertura degli Appartamenti Storici: 8:30 – 19:30
  • Orario di apertura del Parco: 8:30 – ultimo ingresso- 18:00 -chiusura- 19:00
  • Orario di apertura del Giardino Inglese: 8:30 – ultimo ingresso- 17:00 -chiusura- 18:00

Situazione molto simile a quella della Reggia di Caserta viene offerta anche a Napoli, dove potrete trascorrere una giornata all’interno del Museo e Real Bosco di Capodimonte. Anche in questo caso, infatti, potrete organizzare una giornata all’insegna della cultura, senza, però, rinunciare alla passeggiata all’aperto e senza restare troppo in attesa.

Il sito del Museo di Capodimonte, infatti, offre anch’esso la possibilità di acquistare in anticipo il biglietto. Unica differenza dalla reggia vanvitelliana è l’ingresso gratuito per il parco.

  • Orari di apertura del Museo:
    Primo piano 8:30 – 19:30
    Secondo e terzo piano 9:30 – 17:00
  • Orari di apertura del Parco: 7:00 – 19:30

Non è cosa nuova, dunque, che gli immensi giardini della Reggia di Caserta e di Capodimonte siano sempre meta di scampagnate, ma l’occasione è anche ghiotta per vedere gli altri complessi culturali offerti dalla nostra terra. Uno di questi è costituito dagli scavi di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, che conservano alcuni dei tesori più importanti dell’intero patrimonio culturale mondiale.

Nello stesso anno, nel 1997, le 3 aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, infatti, sono state inserite all’interno della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

Tutti e 3 i siti hanno delle peculiarità che le rendono, seppur simili, estremamente diverse ma che insieme costituiscono una testimonianza completa e vivente della società e della vita quotidiana romana.

  • Orari di apertura delle 3 aree archeologiche: 8:30 – 19:30

 

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Gita nelle oasi naturali:

Per gli appassionati delle gite fuori porta e della natura, invece, potrebbe essere interessante trascorrere una giornata all’interno di una delle 42 Aree Naturali riconosciute presenti in Campania.

Ad esempio la Baia di Ieranto, posizionata tra le acque cristalline dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, dinanzi ai Faraglioni dell’isola di Capri.

Il bene, donato al FAI nel 1987, è raggiungibile esclusivamente a piedi attraverso un sentiero di media difficoltà di circa 40 minuti che parte da Nerano.

  • La Baia è aperta al pubblico tutti i giorni, dall’alba a un’ora prima del tramonto.
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Per chi, invece, desidera un luogo più facilmente raggiungibile in automobile, si consiglia l’Oasi di Persano.

L’Oasi WWF di Persano si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria tra i comuni di Campagna e Serre, nella provincia di Salerno. L’area, che si estende per circa 110 ettari ed è conosciuta soprattutto per la presenza della lontra, è infatti dotata di una grande area di parcheggio.

  • E’ visitabile tutto l’anno, dalle 10:00 alle 15:00 nei periodi invernali e dalle 9:00 alle 17:00 nei periodi estivi.

Gli appassionati di bird watching, invece, possono recarsi presso l’Oasi lago di Conza, che si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria nel Comune di Conza della Campania, in provincia di Avellino.

Le sue caratteristiche geografiche rendono l’area un punto di ristoro e riposo per gli uccelli durante la rotta migratoria tra Tirreno e Adriatico. All’interno di quest’oasi, infatti, sono state censite oltre 100 specie, tra cui gli aironi.

  • Il sito è aperto tutte le domeniche e i giorni festivi, dalle 9:00 alle 17:00.

 

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Gita vista mare

Pasquetta al mare, invece, più che una tendenza, è una speranza. La speranza che le condizioni climatiche siano favorevoli ai bagni. Non basta solo che ci sia il sole, ma deve anche far caldo.

In questo caso, sono numerose le zone dove poter trovare pace, tranquillità e paesaggi da cartolina.

Per esempio, nella Costiera Sorrentina, le spiagge di Sorrento e Vico Equense sono da sempre le più frequentate durante questa giornata: questo non solo per la bellezza del posto, ma anche perché, oltre a vedere il mare, si può decidere di fare anche una bella passeggiata nei vicoletti, con le soste alle tante botteghe tipiche dove acquistare souvenir e alimenti tradizionali del posto.

Nella Costiera Amalfitana, invece, possiamo immergerci nella struggente bellezza del lungomare di Maiori, passando per Amalfi, fino a giungere a Vietri. Qui, oltre al mare, si può andare alla scoperta delle famose ceramiche del luogo.

Da non dimenticare, poi, ci sono le isole di Procida, Capri, dove potrete percorrere un itinerario naturalistico a piedi, e Ischia.

Passare la Pasquetta a Ischia comporta numerosi vantaggi: si possono trovare spiagge accoglienti e fonti termali, sia a pagamento che gratuite, oppure si può organizzare una visita al famoso Castello Aragonese.

  • Il Castello Aragonese è aperto tutto l’anno, 7 giorni su 7, dalle ore 9 fino al tramonto
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Ora non vi resta che impacchettare la vostra frittata di maccheroni e il vostro casatiello e partire per una giornata all’insegna della cultura campana.

L’antica Telesia

Alla riscoperta del Parco Archeologico dell’antica Telesia

Telesia era una città romana di origine sannita situata nella Valle Telesina, nel territorio che oggi appartiene al comune di San Salvatore Telesino, in una fertile pianura alla confluenza del fiume Calore con il Volturno.

Tuttavia, secondo alcuni storici, la città si trovava originariamente sul monte Acero, dove ancora oggi si possono trovare i resti di un’antica fortificazione, ma il suo centro fu spostato in età romana nella piana dove ancora oggi si possono ammirare i resti. Probabilmente le ragioni sono da ricercare nella posizione strategica che il territorio offriva: la città, infatti, era collocata in una posizione chiave del sistema viario del Sannio meridionale essendo crocevia di cinque diverse strade provenienti da Venafro – Alife, Compulteria, Benevento, Caiazzo e Maddaloni.

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La città sannitica di Telesia è menzionata per la prima volta nel 217 a.C., quando fu conquistata da Annibale, che occupò Telesia per circa due anni fino a quando, nel 214 a.C., Quinto Fabio Massimo espugnò la città riconducendola sotto la potestà di Roma.

Diversi furono gli eventi storici che interessarono la zona: all’epoca dei Gracchi o di Silla vi fu dedotta la colonia di legionari romani Herculea Telesina; nell’alto Medioevo fece parte del ducato di Benevento e fu sede di un gastaldato; per la sua importanza strategica fu al centro delle sanguinose e lunghe lotte politico-dinastiche dei Longobardi meridionali e venne devastata dai Saraceni nell’847 e nell’863; intorno all’anno 1193 venne incendiata.

A causa di questi eventi una parte consistente degli abitanti abbandonò la città fondando nuovi centri sulle colline o in zone meglio difendibili. Nacquero così San Lorenzello, San Salvatore Telesino, Frasso Telesino e il primo nucleo dell’attuale Telese Terme.

Per finire nel 1349 fu distrutta da un rovinoso terremoto, che causò il definitivo abbandono della città.

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Negli ultimi anni il sito archeologico di Telesia, di proprietà statale, è stato oggetto di diverse campagne di scavo volte a riportare alla luce quanto più possibile della città antica che, tuttavia, risulta essere ancora, per la maggior parte, sottoterra.

Ad oggi, dell’antica città sannitica, si scorgono i resti delle mura, dell’anfiteatro, delle terme e dell’acquedotto.

Le mura di Telesia, alte sette metri e larghe due metri circa, hanno una struttura edilizia unica nel suo genere in epoca romana, che anticipa di secoli la tecnologia del forte bastionato. Esse, infatti, costruite in opus reticultaum, sono formate da segmenti arcuati aventi la concavità rivolta verso l’esterno, ad ognuno dei quali si trovano le torri, a base circolare o esagonale, che, nella maggior parte dei casi, hanno una struttura piena. Questa tecnica edilizia era dettata dall’esigenza di difendere il più possibile una città che, trovandosi in pianura, non poteva contare su difese naturali.

Lungo la cinta muraria si aprivano quattro porte principali ed alcune secondarie: una occidentale volgeva verso Capua; una a nord era volta verso Alife, Venafro e Cassino; la orientale era aperta in direzione dei paesi del Sannio beneventano; una volgeva verso il Volturno; una guardava a sud verso il fiume Calore.

I resti dell’anfiteatro, assieme a quelli delle mura, sono i resti più visibili della città romana. L’anfiteatro è ubicato fuori le mura, poco distante da porta di Capua, nel luogo detto Imperiale. Ancora oggi è possibile ammirare una pavimentazione in ceramica a piccolissime mattonelle quadrate di circa due centimetri di lato, dai colori variopinti. Nonostante la vegetazione, si possono facilmente riconoscere l’arena dalla forma circolare ellittica e la cavea, suddivisa in tre ordini di gradini.

La sua costruzione è coeva a quella dell’anfiteatro di Pompei. E, come nell’anfiteatro della vicina città, anche qui era presente una scuola di gladiatori, alcuni dei quali furono offerti da Tito Fabio Severo, come attesta un’epigrafe.

Dalle epigrafi si ha notizia anche dell’esistenza di un teatro, di cui, però, non sono state ancora reperite tracce.

All’interno dei resti della cinta muraria, tra i campi coltivati, si possono ancora distinguere frammenti di strade lastricate, i resti di tre edifici termali, di una cisterna e di un acquedotto.

L’acquedotto entrava in città da nord seguendo il naturale percorso delle acque che, provenienti dalla montagna di S. Angelo sopra Cerreto, andavano a raccogliersi nella cisterna. L’ingresso dell’acqua avveniva attraverso una torre esagonale posta a monte della cinta muraria con annesso serbatoio e cisterna, e la distribuzione avveniva per mezzo di condutture in piombo nelle varie zone della città.

Tutta l’opera restò in funzione fino all’arrivo dei Saraceni nel 847 d. C. che lo distrussero per ottenere la resa della città.

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Ulteriori scavi hanno messo in luce alcuni monumenti della città romana, e parti della necropoli, dalle cui tombe sono venuti alla luce vasi e suppellettili diverse.

I ritrovamenti dell’area archeologica sono stati in gran parte traslati nel Museo Archeologico di Telesia, ospitato nell’Abbazia del Santissimo Salvatore sita in San Salvatore Telesino. Al suo interno si possono trovare oggetti quotidiani, suppellettili, ornamenti preziosi, gioielli, statue, vasellame ed attrezzi da lavoro, tutti databili tra il IV secolo a.C. e il V secolo d.C..

Al museo si accede gratuitamente il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 13.00, mentre per gli altri giorni della settimana è necessaria la prenotazione.

 

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Souvenir gastronomici: consigli su quali prodotti acquistare di ritorno da Napoli.

Napoli è sicuramente una delle città più visitate in Italia. Chi la visita ha alte aspettative: non solo per le bellezze paesaggistiche ed architettoniche, viste in tante foto e libri di arte, che finalmente potrà vedere dal vivo, ma, probabilmente, sopra ogni cosa, quello che ci si aspetta di fare una volta arrivati a Napoli è…mangiare!

Pizza, dolci e vino…Napoli ha tanto da offrire a tavola e i turisti lo sanno bene.

Tra tante prelibatezze culinarie partenopee alcune sono anche “esportabili”: il caffè, le sfogliatelle calde, i babà, la pizza, sono prodotti unici e vanno gustati innanzitutto in loco per poterli apprezzare appieno. Ma in alcuni casi è possibile comprare dei Souvenir Gastronomici per poter conservare il buono del viaggio anche al ritorno.

In questo articolo dunque parleremo di quali alimenti acquistare per portare un pezzettino di Napoli a casa, di ritorno dal viaggio, così da tenere con sé un pezzettino della città e della sua bontà.

 

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Qual è la prima cosa che un turista (e non solo!) ordina da mangiare a Napoli? La pizza, ovvio! Peccato che non possa portarsela in viaggio…ma ci sono tante altre bontà culinarie da trasportare.

In primis, un bel pacco di Pasta di Gragnano I.G.P., magari acquistata proprio nel suo luogo madre, in uno dei tanti pastifici presenti o in una piccola bottega dove ancora si produce pasta artigianale. Una volta tornati a casa potete prepararla secondo la tradizionale ricetta dello “Scarpariello”, con dei bei pomodorini freschi ma anche con una conserva che si abbini ad hoc come quella fatta con il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P. oppure con il Pomodoro San Marzano D.O.P..

Un altro prodotto facilmente trasportabile è il tarallo. A Napoli tra i più apprezzati ci sono i Taralli sugna e pepe.

Il tarallo nasce alla fine del ‘700 e rappresentava uno dei cibi dei poveri per eccellenza. I fornai non si sognavano di buttare via nulla e così nascevano i taralli: si prendevano i ritagli della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare, con l’aggiunta della sugna insieme a generose quantità di pepe nero, si impastava con le mani fino a formare due striscioline che, attorcigliate tra di loro, formavano una specie di ciambellina; una volta cotta in forno dava nascita al tarallo.

Le mandorle, anch’esse protagoniste del tarallo, sembrerebbero invece essere state aggiunte nell’impasto solo più tardi, nell’800.
Il massimo sarebbe stati assaggiarli ben caldi, appena sfornati dai tanti “tarallari” presenti un tempo per strada, che li vendevano tenendoli avvolti in canovacci bollenti per preservarne la fragranza. Oggi la figura del tarallaro non esiste più ma i tradizionali taralli sugna e pepe si possono gustare nelle panetterie, nelle osterie o nei caratteristici chioschi per strada di cui il lungomare di Mergellina è pieno zeppo, così da assaporare questo sfizio tutto napoletano passeggiando tra le strade della città.

Come non citare l’imperdibile regina, la Mozzarella di Bufala D.O.P..

Mangiarla a Napoli è d’obbligo, da sola oppure accompagnata dai tanti salumi prodotti in Campania. Trasportarla non è semplice e soprattutto deve essere sempre consumata fresca, ma oggi tutti i caseifici sono attrezzati per farla viaggiare. D’altronde è il primo prodotto in assoluto che un buon terrone porta in visita ad un amico del Nord…

Se si vuole rimanere in ambito caseario, senza incorrere in qualche intoppo e minare così la genuinità della mozzarella fresca, si può portare con sé un altro formaggio tipico di Napoli, il Provolone del Monaco, anch’esso prodotto a marchio D.O.P..

La sua produzione si fa risalire al 1700 circa, quando l’espansione della città di Napoli determinò un massiccio fenomeno migratorio per cui molti agricoltori spostarono i loro allevamenti verso i Monti Lattari; fu proprio questa migrazione a segnare la fortuna di questo formaggio, unico al mondo e impossibile da imitare, proprio per le caratteristiche dovute al territorio dove viene prodotto.
Anche la nascita del suo nome ha una storia ricca di fascino. Si narra infatti che i maestri casari, approdando all’alba al porto di Napoli dalla Penisola Sorrentina dove il formaggio veniva prodotto, a causa del gran freddo e dell’umidità, si coprissero con mantelli di tela, guadagnandosi così l’appellativo di “monaci”, e di conseguenza le forme di formaggio che trasportavano ottennero la famosa denominazione di “provolone del monaco”.

 

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E’ impossibile andare a Napoli e non assaggiare i suoi dolci buonissimi!
Il babà, la pastiera, la delizia al limone, la monachina, la sfogliatella e la sua variante, la santa rosa…ma pochi di questi possono essere trasportati per essere mangiati altrove.
Fatta eccezione per la sfogliatella, frolla o riccia che sia, che non essendo tra i dolci più delicati che abbiamo citato, può sopravvivere ad un viaggio di breve percorrenza e soprattutto ben conservata e non strapazzata…certo, questo solo dopo averla gustata tiepida in una delle tante pasticcerie rinomate per la loro produzione.

Se invece si vuole andare sul sicuro si può portare con sé una confezione di Biscotti all’amarena, una delizia tutta partenopea. Sono semplici biscotti di pasta frolla che potete trovare in tutte le caffetterie e pastifici della città. Anche questi dolcetti sono frutto dell’inventiva di un pasticciere che li ha fatti con l’intento di utilizzare tutti gli avanzi che si trovava davanti: infatti il biscotto all’amarena è costituito da dolci avanzati come pan di spagna, il pandoro, ritagli di torta, il tutto amalgamato con il sapore dell’amarena sciroppata e del cacao e ricoperto di ghiaccia. Hanno una caratteristica forma rettangolare e in superficie vi si trovano tre linee realizzate con uno stecchino intinto nella marmellata di amarene. I biscotti all’amarena sono una vera delizia napoletana alla quale è difficile resistere. Una ricetta antica, che per certi versi riporta indietro nel tempo, ma attualissima per chi vive nel capoluogo campano.

Ovviamente non potete andare via dalla città senza aver acquistato un vino locale o un liquore tipico.
Oltre al più famoso Limoncello, prodotto localmente con il limone di Sorrento, c’è il Liquore di mandarino dei Campi Flegrei, liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino di varietà locale, prodotto nell’Area Flegrea, è caratterizzato da una colorazione accesa giallo-arancio ed ha un intenso profumo di mandarino; ma anche il Liquore Nespolino, prodotto a Napoli e nei comuni limitrofi (Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, isole di Procida ed Ischia), buonissimo liquore ottenuto dalla macerazione dei noccioli delle nespole, ottimo digestivo.

Il vino tipico della zona da gustarsi al rientro a casa, assaporando il gusto di questa terra, è senz’altro quello con denominazione Campi Flegrei D.O.C., una delle più importanti della regione Campania, coltivato direttamente a Napoli e zone limitrofe: Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, Marano di Napoli. Questa zona è nota per la sua attività vulcanica, il cui suolo è ricco di ceneri, lapilli, pomici, tufi, ricchi di microelementi che per la loro presenza determinano nelle uve e nei vini aromi e sapori assolutamente unici. I vini della denominazione Campi Flegrei D.O.C. si basano principalmente sui vitigni Falanghina, Piedirosso, Aglianico.

 

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Come abbiamo visto l’alimentazione e il buon cibo regnano sovrani a Napoli. Per cui quello che vi suggeriamo, oltre ad assaporare tutto ciò che potete in loco, nei caffè, nelle trattorie e nelle tante pizzerie che troverete in ogni angolo, è quello di lasciarvi un po’ di spazio in valigia e portare con voi un po’ di gastro-souvenir: ricordi della città di Napoli tutti da…mordere!

Il Castello dell’Abate

Il Castrum Abbatis e la sua storia

Castellabate è una zona abitata fin dall’epoca preistorica, come testimoniano i reperti in pietra rinvenuti ad Alano, San Marco e in località Sant’Antonio.

Il suo toponimo deriva dal castello di Sant’Angelo, costruito dall’abate Costabile Gentilcore sull’omonimo colle. Dopo la sua morte, la fortezza fu intitolata dalla popolazione locale al suo ideatore, dando origine al nome del borgo secondo questa linea etimologica: Castrum abbatis > Castello de lo abbate > Castello dell’abbate > Castellabate.

 

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Nel corso dei secoli sul territorio si insediarono diverse popolazioni come gli Enotri e i greci trezeni. Alcune testimonianze della presenza di una civiltà greca, come dimostrano i ritrovamenti in loco, si hanno sul promontorio di Licosa e dintorni, sede della città di Leucosia o Leukothèa. Da questa potrebbe derivare il nome della popolazione italica che nel IV secolo a.C. abitò la costa tra Poseidonia e Elea: i Leucanoi poi Lucani.

I patrizi Romani, dopo la conquista della zona denominata integralmente da loro Lucania, costruirono numerose ville (di cui permangono i ruderi) nella regione della fascia costiera che va da Licosa a Tresino, che comprendeva il porto greco-romano della città di Erculia (San Marco).

Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente iniziò il lungo periodo delle dominazioni barbariche.

I Longobardi e i Normanni sono tra le popolazioni che hanno lasciato nella zona un forte segno tangibile della loro presenza.

 

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I Longobardi inizialmente depredarono queste terre, ma dopo la loro conversione al cristianesimo operata dai benedettini ne divennero i benefattori attraverso l’imposizione feudale. Essi, data la loro profonda devozione per san Michele Arcangelo, denominarono colle Sant’Angelo l’altura su cui sarebbe sorta Castellabate e la sua fortezza, la cui costruzione si lega alla figura di San Costabile Gentilcore.

San Costabile Gentilcore, quarto abate della Badia di Cava avviò i lavori di costruzione del castello di Sant’Angelo nello stesso anno in cui fu eletto abate (10 ottobre 1123). Tuttavia, data la sua morte prematura l’anno successivo, i lavori furono completati dal suo successore, l’abate Simeone.

Grazie al castello, che diventa sicuro rifugio per gli abitanti della zona e allo sviluppo dei traffici e dei commerci, Castellabate diventa nel tempo la più ricca baronia del Cilento.

Nel corso dei secoli se lo disputarono non solo per la sua robustezza come fortezza, ma anche per la bellezza della sua posizione naturale.

Dal 1194 al 1266 il feudo fu sotto il dominio svevo, per passare poi sotto quello angioino. Il castello si rivelò un valido presidio e Castellabate, grazie anche ai benefici derivati dalla sua posizione naturale, divenne col tempo la più importante baronia del Cilento.

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Durante la guerra angioina-aragonese il castello subì gravi danni e venne conquistato nel 1286 dagli Almugaveri agli ordini di Giacomo I di Sicilia, che lo tennero fino al 1299 quando fu ripreso dagli Angioini di re Carlo II d’Angiò. Nel 1302 questi lo laicizzò, nominando Giacomo di Sant’Amando capitano del castello e concedendo agli abati cavensi, ritenuti responsabili di scarsa vigilanza, esclusivamente di dimorare.

Castellabate quindi ospitò un presidio della corona fino al 1349, quando fu restituito completamente alla Badia di Cava dalla regina Giovanna I di Napoli, per poi essere riconquistato con violenza nel 1357 da Nicola Vulture di Rocca Cilento.

Nel corso dei secoli il Castello subì numerose modifiche e attacchi, fino a quando nel 1835 fu venduto ad un privato per soli 1000 ducati.

Oggi, la struttura, completamente restaurata, è visitabile ed è diventata un punto di riferimento per manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale. Al suo interno, infatti, è possibile ammirare le miniature dei fabbricati del paese di Castellabate, e le opere pittoriche e di sculture di artisti del luogo.

L’esterno da un senso di imponenza e maestosità, avendo 4 torri e 5 ingressi e offrendo un panorama sul litorale cilentino spettacolare.

Dal 2011 l’amministrazione comunale ne ha affidato la gestione alla cooperativa Castrum Abbatis che, oltre ad occuparsi dell’apertura e chiusura del castello, si occupa dell’organizzazione di visite guidate. Alla cooperativa Castrum Abbatis è affidata la tutela, la conservazione e l’utilizzazione del castello anche allo scopo di aumentare il numero di visitatori, attraverso un’adeguata promozione turistica e culturale.

 

 

I siti Unesco in Campania

Continuiamo oggi l’itinerario alla scoperta dei siti dichiarati patrimonio Unesco in Campania, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

 

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Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, con i siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula

Il 1998 è l’anno in cui arriva il riconoscimento per il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, i siti archeologici di Paestum e Velia, e la Certosa di Padula.

Il Cilento, infatti, durante la Preistoria e il Medioevo, è stato il principale crocevia culturale, politico e commerciale, creando un panorama culturale di notevole significato e qualità.

 

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Il Parco

Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, secondo parco in Italia per dimensioni e primo geoparco in Italia, si estende dalla costa tirrenica fino ai piedi dell’appennino campano – lucano, e comprende le cime degli Alburni, del Cercati e del Gelbison, nonché parte del Monte Bulgheria e del Monte Stella.

Esso costituisce il parco mediterraneo per eccellenza grazie alla tipologia ambientale che lo contraddistingue, con lecci, ulivi, pinete e vestigia di tutte le civiltà che hanno attraversato questo territorio, dal Paleolitico agli insediamenti di Paestum e Velia, dagli insediamenti medievali fini alla Certosa di Padula.

Il popolamento floristico del Parco è costituito da circa 1800 specie diverse di piante autoctone spontanee, a cui si aggiungono altrettante comunità faunistiche, tra cui spiccano il falco pellegrino e l’aquila reale.

Elea/Velia

Elea, denominata in epoca romana Velia, è un’antica polis della Magna Grecia, la cui area archeologica è localizzata in contrada Piana di Velia, nel comune di Ascea.

La città nacque nel VI secolo a.C., quando una spedizione di coloni focesi provenienti dalla Turchia giunse sulla costa tirrenica della Lucania e sviluppò una città su un promontorio affacciato sul mare.

Dell’antica città, i cui scavi sono visitabili tutti i giorni, eccetto il martedì, restano numerosi monumenti: l’area portuale, le terme ellenistiche, le terme romane, l’Agorà, l’Acropoli, il Quartiere Meridionale, il Quartiere Arcaico, il teatro romano, Porta Marina e Porta Rosa.

Quest’ultima, di indiscusso valore, è un prestigioso monumento che svolgeva la duplice funzione di collegamento dei due quartieri della città, e di viadotto congiungente le due sommità dell’acropoli.

Tra i motivi che hanno reso Velia patrimonio dell’umanità va, inoltre, menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, tra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e Melisso di Samo.

 

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Paestum

Paestum è un’antica città della Magna Grecia, fondata nel VII secolo a.C. con il nome di Poseidonia, in onore del dio del Mare Poseidone, ma molto devota ad Era e Atena.

Essa si trova nell’area appartenente oggi al comune di Capaccio e la sua estensione è ancora oggi riconoscibile grazie alle mura greche che la cingono. La cinta si sviluppa per circa 4,75 Km e segue l’andamento de banco di travertino sul quale sorge la città. In corrispondenza dei 4 punti cardinali si aprono le 4 porte principali d’ingresso: Porta Sirena, Porta Giustizia, Porta Marina e Porta Aurea.

All’interno della cinta si trovano i resti dell’antica città, che si possono considerare, insieme a quelli di Atene ed Agrigento, i più grandi esempi dell’età classica giunti fino a noi.

In particolare si possono ancora osservare oggi la via Sacra, il Foro e tre Templi:

Tempio di Hera: conosciuto come la “Basilica”, esso è, in realtà, un tempio periptero (9 x 18 colonne) di ordine dorico dedicato molto probabilmente a Era, dea della fertilità, della vita e della nascita. Esso è il più antico dei tre grandi edifici, e appartiene alla prima generazione dei grandi templi in pietra, iniziato intorno al 560 a.C..

Tempio di Hera II: il tempio, conosciuto anche con il nome di Tempio di Nettuno, è assimilabile a quello dedicato a Zeus ad Olimpia, ed è il più grande della città, motivo per cui la sua dedicazione è ancora problematica. Le ipotesi più accreditate lo vogliono dedicato ad Era o a Zeus o ad Apollo; l’attribuzione a Nettuno è, invece, un errore compiuto dagli studiosi nel XIX secolo, ai quali sembrò inevitabile che il tempio più grande fosse dedicato alla medesima divinità protettrice della città.

Tempio di Atena: il tempio, il più piccolo tra gli edifici templari, è l’unico di cui si sa con certezza a quale divinità fosse dedicato, Atena, la dea dell’artigianato e della guerra.

Tra i templi, che sorgono nella parte centrale della città, era collocato il Mercato, cioè la piazza centrale, dove si tenevano le assemblee dei cittadini e si venerava la tomba del mitico fondatore di Paestum; intorno ai templi e al mercato si estendevano poi i quartieri abitativi.

Tra i numerosi ritrovamenti nel sito archeologico, spicca senz’altro la famosa Tomba del Tuffatore, l’unica testimonianza di pittura greca figurativa. Essa prende il nome dalla raffigurazione sulla lastra di copertura: un giovane nudo che si tuffa nell’oceano, immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte.

La tomba sarà visibile fino al 7 ottobre nella mostra “L’immagine invisibile – La Tomba del Tuffatore” presso il Museo dell’area archeologica di Paestum.

Certosa di Padula

Nell’altopiano del Vallo di Diano si trova, infine, la Certosa di San Lorenzo a Padula che, con la sua superficie di 51.500 m², è il più vasto complesso monastico dell’Italia meridionale, nonché uno dei più ricchi di tesori artistici.

I lavori di costruzione della Certosa iniziarono nel 1306 e proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. I Certosini lasciarono Padula nel 1807, durante il decennio francese del Regno di Napoli, allorché furono privati dei loro possedimenti nel Vallo, nel Cilento, nella Basilicata e nella Calabria. Le ricche suppellettili e tutto il patrimonio artistico e librario andarono quasi interamente dispersi e il monumento conobbe uno stato di precarietà e abbandono.

Dichiarato monumento nazionale nel 1882, la Certosa è stata presa in consegna dalla Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno e nel 1982 sono cominciati i lavori di restauro.

Le trasformazioni più rilevanti del complesso risalgono al ‘500 e al ‘600, tanto che lo stile architettonico prevalente è il Barocco, lasciando poche tracce del complesso trecentesco.

La certosa conta circa 350 stanze e numerosi luoghi per il lavoro e la contemplazione, secondo la regola certosina: il chiostro grande (il più grande del mondo), 4 chiostri più piccoli, numerose cappelle, i cortili, la biblioteca, la cucina, le lavanderie, le cantine, la foresteria, la sacrestia, stalle e granai.

Dal 1957 ospita il Museo Archeologico provinciale della Lucania occidentale e, dal 2014, fa parte dei beni gestiti dal Polo Museale della Campania.

 

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I Longobardi in Italia – I luoghi del potere

I Longobardi in Italia: i luoghi del potere è un sito seriale italiano inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio Mondiale nel 2011. La serie comprende sette località in cui sono custodite testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell’arte longobarda:

  • Cividale del Friuli
  • Brescia
  • Castelseprio
  • Spoleto
  • Campello sul Clitunno
  • Monte Sant’Angelo
  • Benevento

A Benevento, in particolare, le testimonianze longobarde riconosciute dall’Unesco sono raccolte nel complesso monumentale che si articola intorno alla Chiesa di Santa Sofia.

Fondata dal duca Arechi II nel 760 sul modello della cappella palatina di Liutprando a Pavia, la chiesa di Santa Sofia è una delle strutture longobarde più complesse e meglio conservate dell’epoca. Sulle pareti, infatti, mostra ancora importanti brani dei cicli pittorici altomedievali.

La chiesa presenta piccole proporzioni, con una circonferenza di circa 23,50 m di diametro, con al centro sei colonne disposte ai vertici di un esagono e collegate da archi che sostengono la cupola. L’esagono interno è poi circondato da un anello con 8 pilastri e due colonne ai fianchi dell’entrata.

Del complesso fanno parte anche un monastero e un chiostro che oggi ospita il Museo de Sannio.

Il Patrimonio Immateriale Unesco in Campania

Al grande patrimonio materiale italiano e campano inserito all’interno del patrimonio mondiale Unesco si affianca anche il patrimonio immateriale, che comprende 8 beni in tutta Italia.

Tra questi 2 sono quelli che appartengono anche alla nostra regione: i gigli di Nola e l’arte della pizza, che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento rispettivamente nel 2013 e nel 2017.

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Le macchine dei Santi: I gigli di Nola

La Rete delle grandi macchine a spalla italiane è un’associazione, nata nel 2006, che include quattro feste religiose cattoliche italiane: la Macchina di Santa Rosa di Viterbo, la Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi e la Faradda di li candareri di Sassari. Dal 2013 la rete è inserita nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco.

La Festa dei Gigli, in particolare, è una festa popolare cattolica che si tiene ogni anno a Nola, in provincia di Napoli, in occasione della festività patronale dedicata a San Paolino.

Con questo evento si ricorda il ritorno in città di Ponzio Meropio Paolino, vescovo di Nola, dalla prigionia ad opera dei barbari, avvenuto nella prima metà del V secolo.

La leggenda vuole che i cittadini abbiano accolto il Vescovo al suo rientro con dei fiori, dei gigli per l’appunto, e che lo abbiano scortato fino alla sede vescovile alla testa dei gonfaloni delle corporazioni dee arti e dei mestieri.

In memoria di questo evento, Nola ha tributato nei secoli la sua devozione a San Paolino portando dei ceri addobbati in processione, posti prima su strutture rudimentali, poi su cataletti, infine diventati torri piramidali in legno.

Tali costruzioni, che hanno preso il nome di Gigli, sono realizzate in legno e decorate con cartapesta o stucchi, e hanno una altezza di 25 metri, con un peso di oltre 25 quintali. Esse sono portate in processione a spalla dagli addetti al trasporto, che assumono il nome di “cullatori”.

La festa si svolge la domenica successiva al 22 giugno e consiste nella processione danzante degli 8 Gigli e della Barca, una struttura bassa a forma di barca che simboleggia il ritorno in patria di San Paolino.

La manifestazione copre l’intero arco della giornata. Nel corso della mattinata, i Gigli e la Barca vengono trasportati in piazza Duomo, la piazza principale di Nola, dove avviene la solenne benedizione da parte del vescovo.

L’arte dei Pizzaiuoli Napoletani

Nel 2017 arriva il riconoscimento anche ad un altro importante patrimonio immateriale campano: l’arte della pizza.
Il riconoscimento arriva in seguito alla campagna di raccolta firme aperta a tutti i cittadini del mondo presentata dal Consiglio Direttivo della CNIU all’Unesco e firmata da circa 2 milioni di persone.

Questo riconoscimento rappresenta la terza iscrizione nazionale italiana nell’ambito della tradizione enogastronomica (dopo la Dieta mediterranea e la vite ad alberello di Pantelleria) raggiungendo il Giappone che fino ad allora deteneva il primato con le sue tre iscrizioni enogastronomiche.

Tra le motivazioni, vi sono la capacità dell’arte della pizza di fornire alla comunità, di generazione in generazione, un senso di identità e continuità, e di promuovere il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

In questo senso, l’arte del pizzaiolo napoletano diventa espressione di una cultura che si manifesta in modo unico e fa sì che questo prodotto sia percepito come marchio di italianità in tutto il mondo.

Un simbolo storico e contemporaneo della nostra tradizione gastronomica, di una solida identità culturale che nasce come cittadina, diventa orgoglio regionale, vanto nazionale e unicità mondiale.

 

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I siti Unesco in Campania

8 meraviglie tutte da scoprire

Il nostro Paese è ricco di meraviglie dal valore culturale, architettonico e naturale inestimabile, tanto che si pone ai primi posti per siti appartenenti al patrimonio mondiale Unesco: sono, infatti, 53 i beni dichiarati patrimonio materiale e 8 quelli appartenenti al patrimonio immateriale.

Il primo sito italiano a ricevere questo riconoscimento è stato il Sito preistorico della Valle Camonica in Lombardia e, da allora, sempre più regioni hanno cercato di promuovere i propri tesori artistici e culturali.

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I primi siti Unesco in Campania sono stati riconosciuti solo a partire dal 1995. Nonostante il ritardo, però, la Campania oggi è tra le regioni italiane a vantare il maggior numero di beni e siti riconosciuti dalla Convenzione, ponendosi al 4 posto con i siti appartenenti esclusivamente al suo territorio.

La lista dei patrimoni materiali dell’Unesco in Campania include 6 luoghi. Molti di essi, però, sono aree molto vaste della regione, che comprendono al loro interno numerosi siti archeologici e, a volte, interi comuni:

– Centro Storico di Napoli
– Costiera Amalfitana
– Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata
– Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio
– Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano con i Siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula
– I Longobardi in Italia. I luoghi del potere

A questi 6 siti, si aggiungono 2 beni immateriali presenti all’interno della lista:

– Le Macchine dei Santi
– L’arte dei pizzaiuoli napoletani

L’itinerario che vi proponiamo oggi è alla scoperta di queste bellezze naturali, delle testimonianze archeologiche, delle ricchezze storico-artistiche e dei prodotti tipici locali, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

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Centro storico di Napoli

Il centro storico di Napoli, diviso in due dalla celebre strada Spaccanapoli, rappresenta il nucleo più antico della città fondata nel VI secolo a.C. con il nome di Neapolis.

Culla delle correnti artistiche di ogni epoca, da quella greco – romana a quella bizantina, da quella normanna a quella rinascimentale, fino alle opere contemporanee, essa risulta la più vasta area antica d’Europa: occupa 17 Km quadrati, cioè circa il 14,5% dell’intera superficie urbana.

L’area accoglie al suo interno numerosi quartieri: Avvocata, Montecalvario, San Giuseppe, Porto, Pendino, Mercato, Stella, San Carlo all’Arena, Chiaia, San Ferdinando, San Lorenzo, Vicarìa e parte delle colline del Vomero e Posillipo.

Dichiarato patrimonio dell’Umanità Unesco nel 1995, il centro storico di Napoli fu il primo bene in Campania ad essere inserito nella lista dei beni da tutelare.

Tra le motivazioni e i criteri si fa riferimento al valore universale e senza uguali della ricchezza del tessuto urbano, degli edifici e delle strade che conservano e testimoniano una storia millenaria ricca di eventi, che ha visto succedersi ed incrociarsi popoli e culture provenienti da tutta Europa.

Napoli, infatti, è una città molto antica, che racchiude 27 secoli di storia, sviluppatasi secondo un percorso storico che l’ha esposta a numerose influenze culturali, che hanno lasciato il segno nella struttura urbanistica e architettonica della città.

Il centro storico, in particolare, mostra ancora oggi lo schema urbano dell’antica Neapolis, che costituisce il modulo fondante del tessuto attuale del centro storico della città.

Al suo interno si possono trovare un numero particolarmente elevato di risorse culturali e artistiche: obelischi, monasteri, chiostri, musei, catacombe, statue, monumenti, palazzi storici, le vie del presepe e numerosi scavi archeologici, sia all’aperto che sotterranei.

Napoli, infatti, si caratterizza per il suo sviluppo in “altezza”: il fatto che la città poggi su di un terreno tufaceo ha favorito pratiche di sopraelevazione di edifici preesistenti, attingendo il materiale dalle cave sotterranee già utilizzate sin dal primo nascere della città.

Pochi resti possiamo vedere ancora oggi della città Greca delle origini, tra cui i resti delle mura difensive e alcuni elementi in via Mezzocannone. Sono più numerose, invece, le testimonianze dell’epoca Romana: si possono ancora vedere i resti del teatro antico, delle catacombe e vari reperti, alcuni visibili nei Musei mentre altri visibili all’interno delle zone archeologiche della città, tra cui l’area di San Lorenzo Maggiore.

Dell’epoca Svevo – Normanna, invece, l’edificio più celebre è sicuramente il Castel dell’Ovo. Costruito nel I secolo a.C. sull’isolotto di Megaride come villa di Lucio Licinio Lucullo, il sito cambiò diverse volte funzione e aspetto nel corso dei secoli, fino all’arrivo di Ruggiero il Normanno che, conquistando Napoli nel XII secolo, fece del sito la sede del proprio Castello.

A causa di diversi eventi che hanno in parte distrutto l’originario aspetto normanno e grazie ai successivi lavori di ricostruzione avvenuti durante il periodo angioino ed aragonese, la linea architettonica del castello mutò drasticamente fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi.

Il Castello, annesso oggi allo storico rione di Santa Lucia, è oggi visitabile; al suo interno si svolgono mostre, convegni e manifestazioni mentre alla sua base esterna sorge il porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da bar e ristoranti e sede di numerosi circoli nautici.

Al periodo successivo di dominazione Angioina risalgono, invece, gli altri due castelli simbolo della città: Castel Nuovo, anche conosciuto come Maschio Angioino, e Castel Capuano.

Periodo di fortificazioni difensive fu anche quello Aragonese, epoca a cui risale il Palazzo Reale che, insieme alla Basilica di San Francesco di Paola, incornicia Piazza del Plebiscito. L’edificio oggi è sede di una delle più grandi biblioteche d’Italia, la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III.

E’ al XIX secolo, però, che risale la grande riorganizzazione degli spazi e della planimetria cittadina, che rese Napoli la metropoli che possiamo vedere oggi. Una città che riesce a fondere antico e moderno come nessun’altra.

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Costiera Amalfitana

Due anni dopo l’iscrizione alla lista Unesco del primo sito in Campania, arriva il riconoscimento anche per un altro grande centro urbano: la Costiera Amalfitana.

Essa si trova lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale e si estende per circa 11.000 ettari tra il golfo di Napoli e il golfo di Salerno.

Prende il nome dalla città di Amalfi, nucleo centrale della Costiera non solo geograficamente ma anche storicamente e comprende ben 13 comuni della provincia di Salerno: Amalfi, Atrani, Cetara, Conca dei Marini, Furore, Maiori, Minori, Positano, Praiano, Ravello, Scala, Tramonti, Vietri sul Mare.

I suoi paesaggi mediterranei dal grandissimo valore culturale e naturale l’hanno resa, specialmente a partire dagli anni ’50, una delle mete predilette dall’élite mondiale: la first lady Jacqueline Kennedy, il re Vittorio Emanuele III di Savoia, l’imprenditore Gianni Agnelli, le attrici Grace Kelly, Greta Garbo e Sophia Loren, nonché il ballerino Rudolf Nureyev hanno tutti scelto la Costa d’Amalfi per i loro soggiorni.

Sebbene i comuni costieri siano diversi l’uno dall’altro, ognuno con le sue tradizioni e le sue peculiarità, sono tutti caratterizzati dalla presenza di numerose testimonianze storico – artistiche che ne rappresentano l’identità delle origini: dalle ville romane di Minori e Positano all’architettura medievale, dalle torri costiere alle cattedrali romaniche, dai preziosi manufatti dell’oreficeria alle meraviglie naturalistiche.

A questo si aggiungono i numerosi prodotti tipici, come il Limone Costa d’Amalfi e le Alici di Cetara.

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Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata

Nello stesso anno, nel 1997, anche le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata sono state inserite all’interno della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

La motivazione è da ricercare nella unicità di questi luoghi: essi costituiscono una testimonianza completa e vivente della società e della vita quotidiana romana, e non trovano equivalente in nessuna parte del mondo.

Come è noto, le 3 città furono sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., facendo di esse dei resti archeologici, progressivamente portati alla luce e resi accessibili al pubblico a partire dalla metà del secolo XVIII.

Tutte e 3 le aree hanno delle peculiarità che le rendono, seppur simili, estremamente diverse: la vasta estensione della città commerciale di Pompei sicuramente contrasta con i resti, più ridotti ma meglio conservati, della città di Ercolano; gli splendidi affreschi di Torre Annunziata, ben conservati, invece, mostrano lo stile di vita di cui godevano i ceti più facoltosi dell’impero.

Pompei

Pompei sicuramente è l’unica delle 3 città ad essere in grado di fornire un quadro completo dell’antica città romana. Nonostante, infatti, fosse una città di villeggiatura del popolo romano, essa custodisce al suo interno una serie di edifici domestici, allineati lungo strade ben pavimentate, tra cui spiccano senz’altro la Casa del Chirurgo, la Casa del Fauno e dei Casti Amanti.

La piazza principale, invece, è affiancata da numerosi edifici pubblici imponenti, come il Capitolium, la Basilica e i templi. Al suo interno troviamo, ancora, i bagni pubblici, due teatri ed un anfiteatro.

Sicuramente l’edificio più importante è la Villa dei Misteri: un’enorme edificio che prende il nome dai suoi splendidi affreschi, raffiguranti i riti di iniziazione (i misteri, appunto) del culto di Dioniso. La villa, costruita nel II secolo a.C. ebbe il suo periodo di massimo splendore durante l’età augustea, quando fu notevolmente ampliata ed abbellita, ma cadde in rovina in seguito al terremoto del 62 d.C. Fu trasformata, infatti, in villa rustica con l’aggiunta di numerosi ambienti ed attrezzi agricoli, come i torchi per la spremitura dell’uva.

Ercolano

Di Ercolano, il cui nome deriva dalla leggendaria fondazione della città da parte di Ercole, sappiamo molto meno a causa della profondità a cui è stata sepolta. Tuttavia, i pochi edifici portati alla luce risultano meglio conservati di quelli della città vicina: i Bagni, il Collegio dei Sacerdoti di Augusto e il teatro sono quasi intatti.

Si conservano, inoltre, la casa del Bicentenario e la Casa dei Cervi, che hanno ampi cortili e una ricca decorazione, e diverse botteghe commerciali, in cui sono stati ritrovati diversi orci e giare, utilizzati per il trasporto delle derrate alimentari.

Infine, uno degli edifici più noti è la Villa dei Papiri, così chiamata per la presenza al suo interno di una biblioteca con oltre 1800 papiri.

La villa, appartenuta con ogni probabilità a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, è una costruzione opulenta: costruita a strapiombo sul mare, ha una lunghezza di oltre duecentocinquanta metri e si innalza su 3 livelli. Il suo ingresso, che affacciava direttamente sul mare, è preceduto da un portico con colonne, simile a quello della Villa dei Misteri a Pompei. Progettata con una serie di cunicoli nel XVIII secolo, solo una piccola parte oggi risulta accessibile.

Torre Annunziata

Gli scavi di Oplontis si trovano al centro della moderna città di Torre Annunziata e costituiscono un centro decisamente più piccolo delle vicine Ercolano e Pompei, di cui, probabilmente, costituiva un quartiere suburbano residenziale.

Il suo nome, sulle cui origini ci sono ancora molti dubbi, è attestato nella Tabula Peutingeriana, una copia medievale di una antica mappa relativa alle strade dell’epoca romana: in questa mappa si indicavano con questo nome alcune strutture posizionate proprio tra Pompei ed Ercolano.

Essa costituiva un rinomato luogo di villeggiatura, con saline e complessi termali. Al suo interno si trovano numerose ville importanti, di cui l’unica visitabile è la Villa di Poppea, attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone.

Costruita nel I secolo a.C., l’architettura dell’abitazione conserva i caratteri fondamentali della tradizione romana: la sua pianta risulta molto complessa e viene generalmente divisa in 4 aree, anche se ancora oggi non è stata redatta con certezza in quanto non esplorata totalmente.

Al suo interno si trovano pitture e affreschi in ottimo stato di conservazione che rappresentano animali, tra i quali magnifici pavoni, maschere teatrali e nature morte.

 

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Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio

Ancora nel 1997, ad un terzo sito campano fu assegnato il riconoscimento Unesco: il complesso monumentale di Caserta. Esso fu scelto in quanto rappresentante del capolavoro del genio creativo dell’architetto Luigi Vanvitelli, al quale il re Caro di Borbone aveva affidato, nel 1750, la realizzazione di quella che doveva essere la nuova capitale del Regno di Napoli, al cui centro sorgeva la reggia.

Il sito è composto dal sontuoso Palazzo con il parco, i giardini, una zona boscosa, l’Acquedotto Carolino e il complesso industriale di San Leucio, destinato alla produzione di tessuti in seta.

Il complesso reale, fulcro dell’intera composizione, si ispira ai modelli delle grandi residenze europee del tempo come Versailles o il Palazzo Reale della Granja di San Ildefonso. Dal punto di vista architettonico, la reggia è un’opera che ha fortemente influenzato lo sviluppo urbanistico delle aree limitrofe, ponendosi come mirabile esempio della sintesi tra tradizione barocca e nuovi influssi neoclassici.

L’enorme parco di 120 ettari, che si sviluppa in lunghezza per circa 3 km, è solo una versione ridotta di quello che Luigi Vanvitelli aveva progettato: dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, subentrò il figlio Carlo che mostrò al nuovo re Ferdinando IV un nuovo progetto, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l’esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero delle fontane nella seconda parte del parco.

Le fontane del parco sono alimentate dall’Acquedotto Carolino, che fu inaugurato nel 1762 da re Ferdinando IV. Quest’opera, che attinge l’acqua a 41 km di distanza, è per la maggior parte costruita in gallerie, che attraversano 6 rilievi, e 3 viadotti.

Esso costituisce una vera e propria infrastruttura a servizio non solo del palazzo e dei giardini ma anche delle ferriere, dei mulini, delle industrie manifatturiere disposte lungo il percorso e, infine, del complesso di San Leucio.

La colonia di San Leucio rappresenta una tappa fondamentale della cultura illuministica settecentesca e, soprattutto, dello sviluppo industriale e tecnologico del territorio campano. Essa si sviluppa intorno al palazzo nobiliare, costruito dai principi Acquaviva nel XVI secolo e acquistato da Carlo di Borbone con l’obiettivo di ottenere una “bella vista”, da cui il nome di “Belvedere di San Leucio”.

L’antico Casino del Belvedere fu trasformato dai Borbone in luogo di “Reali Delizie”, cioè di svago e divertimento ma anche di caccia e sviluppo agricolo.

Con l’arrivo di re Ferdinando IV di Borbone, il palazzo venne ristrutturato: la grande sala delle feste fu trasformata in chiesa parrocchiale, dedicata a San Ferdinando Re; in seguito, il re affidò all’architetto Francesco Collecini il compito di ampliare tutto l’edificio, destinato ad ospitare un opificio serico.

L’antico Casino divenne così il corpo centrale di un grande edificio rettangolare con cortile interno comprendente, oltre agli appartamenti reali, e abitazioni per i maestri e direttori della fabbrica, una scuola, una sala per la filanda, un incannatoio, un filatoio e altri locali per la manifattura.

L’obiettivo del re era quello di dar vita ad una comunità autonoma di lavoratori (chiamata Ferdinandopoli), a cui venivano garantite case, scuole, l’assistenza medica e tutti i servizi, simbolo di un modello di società basato sui valori del lavoro e dell’uguaglianza.

Gli edifici (che sono ancora oggi abitati) furono progettati secondo le regole urbanistiche dell’epoca e fin dall’inizio furono dotati di acqua corrente e servizi igienici.

Il Belvedere di San Leucio è oggi sede del Museo della Seta, all’interno del quale si possono ammirare alcuni antichi telai e macchinari originali per la filatura della seta.

Vi aspetto la prossima settimana per la seconda parte di questo itinerario sui siti Unesco in Campania.

 

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Vacanze in Costiera Sorrentina

Il nostro viaggio tra le bellezze della Costiera sorrentina continua…
Meta

Il piccolo borgo di Meta si trova nella parte finale della costiera sorrentina e proprio la sua posizione geografica ha dato il nome a questo luogo. Infatti, la chiesa più importante del paese, la Basilica della Madonna del Lauro, è stata costruita sui resti di un antico tempio dedicato alla dea Minerva che segnalava il punto finale della penisola. Ed è proprio la chiesa del Lauro ad annunciare ai visitatori provenienti da Punta Scutolo, l’arrivo nel comune di Meta.

Meta offre ai visitatori non solo panorami mozzafiato ma anche prodotti enogastronomici di eccellenza. L’intera costiera sorrentina, infatti, può vantare la presenza di una serie di aziende biologiche che accrescono l’importanza del territorio.

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Vico Equense

Il territorio di Vico Equense è il più esteso della Penisola sorrentina perché comprende, oltre la cittadina omonima, una serie di piccoli borghi, detti Casali, posti su morbide alture fitte di agrumeti, viti ed olivi e sorti come estremo rifugio degli abitanti di queste zone.

In effetti, Vico Equense era priva di qualsiasi costruzione difensiva e per questa ragione fu preda di numerosi attacchi. Fu solo alla fine del XIII secolo che la città fu circondata da mura difensive e fu costruito il castello Giusso, una struttura militare e residenziale. La tradizione vuole che il castello sia stato edificato da Carlo II d’Angiò, con lo scopo sia di difendere il piccolo borgo di Vico Equense, sia di utilizzarlo come residenza estiva; tuttavia l’ipotesi più accreditata è che il maniero sia stato costruito dal feudatario Sparano di Bari, ottenendo anche un finanziamento dal re angioino.

Nel corso degli anni la struttura ha subito notevoli mutamenti che ne hanno alterato l’aspetto originario. Oggi viene utilizzato per cerimonie, meeting ed esposizioni d’arte. Della sua fisionomia originale rimane ben poco, solo parte della cinta muraria ed una terrazza sul mare.

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Per i turisti che fanno tappa a Vico Equense vi è anche la possibilità di visitare alcuni importanti musei:

  • Museo Mineralogico Campano: la struttura culturale è stata inaugurata il 22 ottobre del 1992 e costituisce uno dei musei scientifici più importanti della Regione Campania per il numero, la varietà e la rarità dei campioni esposti.
  • Antiquarium “Silio Italico”: Il museo ospita circa 200 reperti di varie civilta (greca, etrusca, italiche) disposti in tre sale, testimonianza dell’antico insediamento urbano che comprende un periodo che va dal VII al III secolo a.C. Il moderno allestimento attraverso pannelli didattici ricostruisce anche le vicende della Necropoli dove, in varie fasi a partire dal 1956, sono state rinvenute circa 200 tombe.
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Il territorio di Vico Equense e della Penisola Sorrentina in generale vanta una lunga tradizione di cultura cinematografica. Per tale ragione è stata allestita una mostra permanente della cultura filmica con l’intento di creare un vero e proprio “Museo del Cinema del territorio e della Penisola Sorrentina” ove sia possibile ripercorrere, attraverso centinaia di immagini, manifesti, documenti d’epoca e testimonianze multimediali, quella che appare come la vera epopea del cinema nel territorio.

L’importanza che il cinema riveste sul territorio è ulteriormente testimoniata dal Social World Film Festival, la Mostra Internazionale del Cinema Sociale, un festival che vuole coniugare la passione per il cinema dei giovani con importanti temi sociali, il tutto nella splendida cornice della Costiera Sorrentina. Quest’anno la 8a edizione si terrà dal 29 luglio al 5 agosto a Vico Equense.

Il Social World è promotore del primo ed unico monumento al cinema in Italia, The Wall of Fame che raccoglie gli autografi dei grandi della cinematografia italiana ed internazionale.

Castellammare di Stabia

Castellammare di Stabia trae il suo nome dalla presenza del Castello Medievale che sorge a 101 metri di altitudine e sovrasta il paese e il Golfo di Napoli. Edificato dal Duca di Sorrento come fortezza di frontiera del suo dominio, fu restaurato da Federico II di Svevia e poi ricostruito dagli Angioini. Non più adatto alle esigenze difensive del tempo, fu rifatto e rinforzato da Alfonso D’Aragona. Ancora funzionante nei secoli del viceregno spagnolo, cominciò a declinare nel XVIII secolo.

Da quel momento non si hanno notizie esatte del Castello ma si sa solo che fu abbandonato divenendo un rudere fino agli anni 1930, quando il castello fu acquistato da Eduardo De Martino, il quale ne iniziò il restauro che fu completato dal figlio. Oggi quindi è proprietà privata e lo si può vedere solo dall’esterno o durante gli eventi che vengono organizzati durante l’anno.

Una curiosità divertente che riguarda il territorio sorrentino coinvolge il munaciello o monaciello, uno spiritello leggendario del folclore napoletano, di natura sia benefica che dispettosa, che viene generalmente rappresentato come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura.

La figura del munaciello è molto radicata nella cultura di Castellammare di Stabia. Basti pensare che gli è stata intitolata una strada, «via Monaciello», poiché si dice che in tale luogo egli apparisse per aggredire i malcapitati di passaggio, approfittando del calar della notte.

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La grotta di San Biagio, originariamente dedicata ai santi Giasone e Mauro, è situata ai piedi della collina di Varano. Secondo studi recenti questo Ipogeo, cioè costruzione sotterranea, fu utilizzata dai romani per la costruzione delle loro ville di otium. Difatti questa grotta è costituita da materiale tufaceo, quindi, in origine, avrebbe potuto essere una grotta naturale, ampliata dai Romani per l’estrazione del tufo da costruzione. Secondo un’altra ipotesi, invece, la grotta è nata come strada di collegamento sotterranea tra la spiaggia e la Villa Arianna, che all’epoca si trovavano a pochi metri l’una dall’altra.

Le prime testimonianze di epoca post romana risalgono al V-VI secolo. Secondo alcuni autori questa grotta di epoca romana fu trasformata, forse, dai primi cristiani in catacomba e successivamente in chiesa dai monaci Benedettini, divenendo il centro spirituale della città, arricchito al suo interno da un pregevole ciclo di affreschi di epoca altomedievale. Recenti lavori di restauro hanno svelato l’esistenza di un cimitero paleocristiano.

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Tra i numerosi luoghi della cultura individuati dal MIBACT vi sono sicuramente gli scavi di Stabiae, luogo che aveva un importante ruolo strategico e commerciale già in età arcaica (VIII secolo a.C.). Il maggior addensamento abitativo va collocato tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.). In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorgono numerose ville in posizione panoramica, concepite prevalentemente a fini residenziali, con vasti quartieri abitativi, strutture termali, portici e ninfei splendidamente decorati.

Villa S. Marco prende il suo nome da una cappella dedicata a S. Marco che si trova nelle strette vicinanze. La struttura fu esplorata in epoca borbonica e riportata alla luce intorno alla metà del 1900. Essa conserva intatto il suo impianto, testimoniando il lussuoso abitare in età romana.

Villa Arianna, scavata in epoca borbonica, rivela un impianto particolare, fortemente condizionato dall’andamento del pianoro su cui si erge. Della villa si conservano, tra gli altri ambienti, il triclinio, con le pitture che si riferiscono al mito di Arianna, e l’atrio dal quale sono stati staccati eleganti quadretti di figure come quello della Flora. Gli affreschi, con frequenti soggetti di miniature, rivelano la finezza e la perizia di realizzazione.

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La penisola sorrentina, oltre alle numerose bellezze già citate, vanta una serie di spiagge Bandiera blu 2018, titolo che ne certifica la qualità ambientale, accrescendo il valore del territorio.

Consultate il nostro dataset completo con tutte le spiagge Bandiera blu 2018 in Campania per scegliere la vostra prossima meta da visitare!

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Il team di Hetor vi augura buone vacanze! Arrivederci a settembre.

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

 

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La settimana scorsa siamo giunti a Pietrastornina, da cui riprendiamo per raggiungere le tappe successive del nostro percorso.

Continuando il percorso si incontra il Castello Pignatelli della Leonessa di San Martino Valle Caudina. La sua costruzione, benché modificata più volte, è in buono stato di conservazione.

Della presenza di un fortilizio difensivo nel territorio di San Martino Valle Caudina si ha notizia già da un documento dell’837, da cui si evince la fondazione longobarda. Secondo alcune fonti il primo proprietario del castello fu lo sfortunato Mario d’Eboli, accecato dal re Manfredi per essersi ribellato al dominio della Casa Sveva. Da Mario il castello passò nelle mani di vari signori e fino al 1528 restò in quelle della famiglia della Leonessa, cui ritornò, dopo vari passaggi, nel 1556. I discendenti della famiglia, di cui il castello conserva anche il nome, ne detengono ancora oggi la proprietà. È tuttora, infatti, residenza del duca Giovanni Pignatelli della Leonessa, discendente dei duchi di San Martino.

Intorno al XVII secolo i duchi si San Martino costruirono un nuovo palazzo, ai piedi del paese in espansione. Non abbandonarono il castello ma ne modificarono l’assetto per accentuarne il ruolo di residenza signorile, venendo meno la sua utilità come fortificazione.

Il castello fu abbandonato per gran parte del XIX secolo e nel 1908 furono abbattute la parte superiore del mastio ed alcuni ambienti adiacenti. Solo tra gli anni ’50 e gli anni ’70 la costruzione fu restaurata per iniziativa della duchessa Melina Matarazzo, moglie di Carlo Pignatelli, e riabitata dai proprietari.

L’edificio, che si presenta di forma quasi rettangolare e circondato da un muro di cinta ornato da una serie di merli e alcune torri quadrangolari, ha un unico ingresso a sud-est, collegato ai vicoli del borgo. Varcato il portale ci si ritrova all’interno del giardino e, a destra, si trova una piccola cappella gentilizia, mentre di fronte è il palazzo che si articola in due piani. Al piano superiore troviamo stanze destinate perlopiù all’abitazione e il salone di rappresentanza, la stanza più grande del Castello, con pavimentazione lignea e con soffitto cassettonato. La grande sala è ricca di decorazioni e affreschi parietali dei secoli XVII-XVIII raffiguranti scene relative a episodi storici rilevanti per la casata della Leonessa.

Un po’ più giù si trova il borgo di Cervinara, menzionato per la prima volta nell’837, sviluppato intorno ad una fortezza edificata in epoca longobarda. La prima attestazione del Castello, invece, si ritrova in un documento del XII secolo.

Il Castello di Cervinara ha subito numerose modifiche rispetto all’assetto originario, soprattutto a causa dei saccheggi e delle distruzioni avvenute tra Ruggiero II e suo cognato, Rainulfo Butterico. Il fortilizio, infatti, fu ricostruito e ingrandito in epoca Normanna e, in seguito, in epoca Sveva quando il castello assunse la funzione di residenza dei feudatari. Ulteriori cambiamenti furono apportati in epoca Angioina.

L’assenza di sistematici interventi di consolidamento determinò il deperimento della struttura che già nel XV secolo si presentava fatiscente. Nel ‘600 il castello fu acquistato dai Caracciolo, a cui rimase fino all’abolizione dei diritti feudali nel 1806.

I ruderi del Castello Medioevale di Cervinara, cui gli abitanti locali si riferiscono come O’ Castellone, sono ben visibili sulla cima del colle che domina la frazione Castello. In particolare, si conserva ancora l’originaria pianta quadrata, alcune parti della cortina muraria e la Torre principale.

 

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Lungo la via Appia, a pochi chilometri da Benevento, alle pendici del massiccio del Partenio, sorge il borgo di Arpaia che, per la sua posizione strategica, rappresentava un punto difensivo capace di resistere agli assedi di una certa rilevanza militare. Per questo motivo, nel medioevo, divenne una vera e propria cittadella fortificata, di cui ancora oggi sono visibili due torrioni e la cinta muraria.
Il Castello di Arpaia, di cui oggi restano solo i ruderi, si erge su un largo terrazzo roccioso, le cui radici si perdono tra il secolo VIII e il secolo XII. Attualmente, del Castello-Fortezza, rimane osservabile la complessa planimetria, gli elementi portanti dei vari alloggiamenti e la cortina che conduce verso il nucleo centrale abitativo.

Continuando il nostro percorso giungiamo nella provincia di Caserta e, in particolare, nel comune di Arienzo. Il suo Castem Vetus, che domina oggi il territorio montuoso detto Monte Castello, risale al VII secolo e fu edificato dai Longobardi per difendere prima il Ducato e poi il Principato di Benevento.

Il Castello di Arienzo, per la sua posizione strategica, costituì un posto di vedetta su tutta la valle sottostante fino al XII secolo quando Ruggero II d’Altavilla, detto il Normanno, ne chiese l’abbattimento. Quest’ultimo, dovendo partire per la Sicilia, temeva che in sua assenza i soldati di Rainulfo potessero insediarsi nella fortezza e controllare dall’alto il vasto territorio. Il suo ordine fu eseguito solo in parte e in seguito il castello fu riedificato dal figlio Guglielmo. Tuttavia, successivamente, a causa della sua distruzione, gli abitanti scesero a valle dove costruirono un nuovo edificio detto “la Terra Murata”. La fortificazione fu, così, lentamente abbandonata e, oggi, non ne restano che pochi ruderi.

La tappa successiva è costituita dal Castello di Roccarainola, un comune appartenente alla provincia di Napoli ma il cui territorio si trova al confine con quella di Avellino. La sua costruzione è da collocare intorno al XII secolo, e probabilmente successiva al 1139.

Al suo interno si sono succedute numerose famiglie di feudatari fino al 1806, quando la fortezza apparteneva alla famiglia Mastrilli. Nel corso dei secoli successivi le strutture del castello hanno subito numerosi danni e devastazioni dovuti all’incuria dei successivi proprietari, che lo usavano prevalentemente come tenuta agricola: ancora oggi è circondato da boschi e uliveti.

Attualmente il castello versa in uno stato di abbandono ed incuria totale ma è ancora possibile ammirarne alcuni resti: le tre cinte murarie, conservate in buono stato, e la cosiddetta “torre angioina”, costruita probabilmente nel XIV secolo per rinforzare il lato più esposto agli attacchi.

 

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A soli 5 Km di distanza troviamo il Castello di Avella, noto anche come castello di San Michele per il culto verso l’Arcangelo dei Longobardi, che costruirono l’edificio nel VII secolo. Il Castello occupa una collina dai fianchi scoscesi situata sulla destra del fiume Clanio; alle sue spalle si stagliano i monti di Avella, barriera naturale che separa il comprensorio avellano-baianese dalla Valle Caudina.

Il sito gode di una posizione strategica di controllo del territorio circostante, a guardia di un itinerario naturale che attraverso il passo di Monteforte Irpino mette in comunicazione la pianura campana con la valle del Sabato e conduce verso la Puglia e la costa adriatica.

La sommità della collina è occupata dalle strutture della rocca, sovrastata da un’imponente torre cilindrica su base troncoconica, circondata da due cinte murarie, una longobarda e l’altra normanna, che si estendono lungo le pendici della collina. Delle due cinte, la prima a pianta ellittica, la seconda a pianta poligonale, si conservano le torri e le semitorri. Tra le due cinte si conservano invece resti di numerosi ambienti riferibili a strutture abitative; l’unico edificio conservato per intero è una grande cisterna a pianta rettangolare.

Nonostante rappresenti dal punto di vista monumentale uno dei complessi medievali più rilevanti della Campania, solo in anni recenti il Castello è stato oggetto di esplorazioni sistematiche grazie a finanziamenti destinati alla realizzazione di un parco archeologico.

Risalendo verso la provincia di Avellino troviamo le ultime due tappe del nostro percorso: il Castello di Sirignano e il Castello del Litto di Quadrelle.

Del Castello di Sirignano, conosciuto oggi come Palazzo Caravita, non abbiamo notizie certe circa la sua costruzione ma l’ipotesi più accreditata è che sia stato costruito in epoca normanna dai locali feudatari, mentre era già disabitato e in completo stato di abbandono nel XVI secolo, quando era proprietà della famiglia Caracciolo.

La prima notizia documentata del castello risale al catasto onciario del 1754, quando era ancora proprietà dei Caracciolo. Poco dopo, il complesso passò prima ai Gioiosa e in seguito a Giuseppe Caravita, principe di Sirignano, il quale restaurò l’intero castello trasformandolo in un palazzo feudale, centro di ritrovo per nobili e artisti dell’epoca.
Oggi, l’edificio, che ha perso il suo aspetto di castello, appare come una massiccia costruzione di forma irregolare in stile neogotico che chiude per l’intera lunghezza il lato est di quella che un tempo era la piazza principale del paese.

Anche il Castello di Quadrelle fu costruito in epoca normanna, sulle alture del Monte Litto (da cui il nome con cui è conosciuto).
Dell’antica fortificazione, suddivisa in tre aree e circondata da cinte murarie, oggi sono visibili solo alcuni ruderi, tra cui il Mastio che domina la collina, semisepolti nella vegetazione.

 

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Come si evince da questo breve excursus, i castelli di questo territorio si trovano, per la maggior parte, in uno scarso stato di conservazione. Per questo motivo il Parco Regionale del Partenio ha realizzato una serie di progetti finalizzati all’incremento dell’offerta turistica mediante azioni di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio storico e naturalistico del suo territorio.

In particolare, il progetto L’Antica via del Partenio propone un percorso di sentieri che si inerpicano lungo l’omonimo complesso montuoso che custodisce le tracce di un passato da riscoprire, fatto di castelli, torri e chiese monumentali che testimoniano il susseguirsi di tutte le culture che hanno lasciato il segno del proprio passaggio sul territorio.

Insomma, conoscere il Partenio significa rivivere le emozioni di una storia millenaria in simbiosi con la Natura!

Vacanze in Costiera Sorrentina

Questa volta Hetor vi propone un itinerario tra le meraviglie della Costiera sorrentina, tra arte cultura ed enogastronomia…
Un viaggio da non perdere!

 

Massa Lubrense

Il nostro viaggio parte da Massa Lubrense, una tra le mete turistiche più famose d’Italia grazie ai suoi splendidi scenari naturalistici e alle sue antiche tradizioni radicate nel territorio.

Tra i numerosi e ridenti casali che la compongono, l’antico borgo dell’Annunziata rappresenta il più ricco di memorie storiche. Distrutto dagli Angioini e ancora dagli Aragonesi, fu parzialmente riedificato nel Cinquecento. Anche le mura furono rifatte dopo la catastrofe del 1558: ancora oggi si può ammirare parte dell’antica cinta muraria che sorgeva attorno al Castello Aragonese. Della struttura difensiva restano una torre cilindrica ed i bastioni, ma la veduta che si gode dal castello è tra le più suggestive della Costiera Sorrentina.

Il 6 luglio il Castello è stato riaperto al pubblico ed è possibile visitarlo dal venerdì alla domenica dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00.

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Il territorio di Massa Lubrense è conosciuto anche per la presenza di paesaggi naturali incontaminati; ricordiamo, infatti, che il territorio comprende la Baia di IerantoPunta Campanella. Se ve li siete persi, potete trovare tutte le curiosità che riguardano questi luoghi negli articoli precedenti.

 

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Tra i prodotti di eccellenza che troviamo nella zona sorrentina sicuramente degno di nota è il limone IGP, utilizzato per gustose ricette come la famosissima delizia al limone o il liquore di cioccolato al limoncello che fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tipici della Campania.

Proprio questa settimana sarà possibile gustare il limone di Sorrento in tutte le sue gustose varianti tipiche durante la Festa dei Limoni che si terrà dal 13 al 15 luglio nel Largo Vescovado a Massa Lubrense.

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Sorrento

Una delle caratteristiche fondamentali della città di Sorrento è la sua particolare disposizione su di un blocco tufaceo a pareti ripide. Il mare a nord e i profondi burroni circostanti sugli altri lati hanno infatti delimitato naturalmente, per molti secoli, la città antica. Ciò significa che il centro antico, di origine greco-osca, ha all’incirca coinciso con l’area compresa nella cinta muraria cinquecentesca (1551 – 1561) ancora oggi diffusamente in vista.

Della cinta difensiva greca rimane la murazione esistente sotto il piano stradale della Porta Parsano Nuova, visibile attraverso una grata. La città romana si è sovrapposta all’insediamento greco osservandone la pianta urbana e la stessa cinta muraria, che è rimasta a difesa di Sorrento durante tutta l’epoca medievale fino al 1551, quando ebbe inizio il suo rifacimento, completato soltanto nel 1561, dopo la tragica invasione dei turchi.

La nuova cinta muraria di Sorrento fu realizzata dai vicerè spagnoli che conclusero il piano con un Castello a guardia del Paino verso Napoli. Dopo la demolizione del Castello e delle porte principali a fine ‘800, è rimasto solo il tratto meridionale dell’antica mutazione del ‘500. Oggi, le mura vicereali rappresentano l’unico esempio, nell’Italia Meridionale, di cinta muraria dell’epoca spagnola.

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Nel luogo che oggi ospita il Cimitero civico un tempo sorgeva un Monastero intitolato a San Renato, che ha ospitato Torquato Tasso nel 1577 e dove si pensa che lo stesso santo abbia vissuto anticamente.

L’epoca in cui fu eretto il Monastero di San Renato è estremamente incerta. Secondo alcuni questo avrebbe inglobato un preesistente convento dei monaci di Montecassino, la cui presenza a Sorrento è testimoniata da un documento del 778. Tuttavia, alla fine dell’800 fu deciso di abbattere tutto per costruire il camposanto che porta lo stesso nome dell’antico Monastero.

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Sorrento ha ispirato numerosi artisti, scrittori e registi; tra le numerose canzoni dedicate a questa città, la più conosciuta è sicuramente Torna a Surriento, che fu cantata nel testo e nella musica attuali per la prima volta nel 1904 a Napoli, in occasione della Piedigrotta Garibaldi.

Inoltre, nel 1955 Sorrento costituì il set principale del film Pane amore e… per la regia di Dino Risi e con Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Piano di Sorrento

Piano di Sorrento si estende lungo la parte centrale della Penisola ed è racchiuso fra le due coste, quella meridionale, amalfitana, che si affaccia sul Golfo di Salerno, e quella settentrionale, sorrentina che si affaccia sul Golfo di Napoli. Ai tempi dei romani, questa zona veniva denominata Planum o Planities. Era infatti un territorio piano posto ad est del Municipium romano di Sorrento.

La città ospita il Museo archeologico territoriale della penisola sorrentina Georges Vallet, inaugurato il 17 luglio 1999, che è nato con l’intento di raccogliere i reperti archeologici ritrovati nella penisola sorrentina, fino a quel momento divisi tra vari musei.

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Il vino in Penisola Sorrentina ha una storia antichissima, basti pensare che già Plinio e Marziale nei loro scritti parlano della fabbricazione di speciali anfore costruite per contenere il nettare di Bacco. In particolare, vi sono due vitigni che hanno caratterizzato nei secoli la produzione vinicola della Penisola Sorrentina: il San Nicola, che lega il suo nome a un vino dal gusto amabile e dal bouquet molto delicato, riscontrabile solo sul territorio delle coste sorrentine e amalfitane; l’altro tipo di uva è la sanginella, riconoscibile da acini duri, grandi e ovali dal gusto particolarmente gradevole. Tuttavia, questi due vitigni originari, nell’ottica della trasformazione delle colture, stanno scomparendo per dare luogo a nuove vigne.

Piano di Sorrento è uno dei comuni compresi nella zona di produzione delle uve destinate al vino DOC “Penisola Sorrentina” ed è uno dei maggiori produttori, come è possibile vedere anche dalla datalet:

 

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Sant’Agnello

Oltre al vino, la costiera sorrentina offre tanti generosi prodotti dell’agricoltura, dalle noci alle arance, passando per i limoni IGP ed il famoso olio d’oliva DOP che hanno da tempo raggiunto una notorietà che supera i confini nazionali.

A Sant’Agnello, in particolare, viene coltivato il pomodoro sorrentino, che è un ortaggio da mensa rotondeggiante e costoluto, di colore rosso con sfumature verdi alla raccolta, dal sapore dolce e delicato.

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Sant’Agnello è un piccolo centro compreso tra i comuni di Piano di Sorrento e Sorrento. Anche se divenuto autonomo solo nel 1866, la sua storia affonda le radici nella preistoria. Lungo la costa ancora oggi sopravvivono importanti testimonianze archeologiche, fra cui la peschiera sottostante il promontorio di Punta san Francesco, a cui si accede attraverso un sentiero scavato in parte nel costone tufaceo e che collega il mare con Villa Nicolini, una splendida dimora costruita all’inizio del Novecento e recentemente ristrutturata.

Altre importanti testimonianze del passato sono la calata a mare de “Il Pizzo”, forse l’ultimo grande polmone verde della penisola sorrentina sottratto alla cementificazione selvaggia degli ultimi decenni, e l’approdo del Golfo del Pecoriello, un meraviglioso angolo di natura selvaggia dominato dalla splendida villa che fu dello scrittore americano Francis Marion Crawford che scelse di vivere a Sant’Agnello e dove ancora oggi riposa.

La prima parte del nostro tour finisce qui… ma non temete, torneremo la prossima settimana per completare il viaggio tra le bellezze della Costiera Sorrentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

Il Parco Regionale del Partenio

Il Parco Regionale del Partenio, istituito nel 2002, occupa una superficie di 14.870,24 ettari e comprende 22 comuni di 4 province campane, variamente distribuiti nell’ambito territoriale, sia nella parte appenninica del Partenio, che nelle valli adiacenti, Valle Caudina, Valle Del Sabato e Vallo di Lauro-Baianese:

  • In provincia di Avellino: Baiano, Cervinara, Mercogliano, Avella, Monteforte Irpino, Mugnano del Cardinale, Ospedaletto d’Alpinolo, Pietrastornina, Quadrelle, Rotondi, Sant’Angelo a Scala, San Martino Valle Caudina, Sirignano, Sperone, Summonte.
  • In provincia di Benevento: Arpaia, Forchia, Pannarano, Paolisi.
  • In provincia di Caserta: Arienzo, San Felice a Cancello.
  • In provincia di Napoli: Roccarainola.
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I centri urbani, in prevalenza appartenenti alle province di Avellino e di Benevento, sono dislocati soprattutto nella fascia pedemontana e le strade che li collegano formano un circuito che circonda l’intero complesso montuoso del Partenio.

Il parco persegue delle importanti politiche di sviluppo sostenibile al fine di conservare, valorizzare, promuovere e rendere fruibili le risorse naturalistiche, ambientali, storico-religiose e culturali dell’area protetta.
A tal proposito, è stato creato un marchio collettivo geografico “Qualità Partenio” al fine di caratterizzare tutti i prodotti locali attraverso un’immagine unitaria e un’unica identità.

Il territorio del Partenio è caratterizzato dalla presenza del fiume Calore e da una serie di piccoli corsi d’acqua, originati da sorgenti montane. La struttura fondamentale del territorio è, infatti, la roccia calcarea ma è formato anche da materiali piroclastici, cioè di origine vulcanica, provenienti dal vicino complesso vulcanico del Somma – Vesuvio.
E’ proprio la diversa morfologia del territorio che ha consentito, negli anni, lo sviluppo di boschi e di una flora e fauna diversificate, di terreni fertili e di paesaggi suggestivi.

Nel Parco Regionale del Partenio sono presenti vari punti di interesse a cominciare dall’Oasi WWF Montagna di Sopra, situata presso le grotte di San Silvestro, e il Campus di ingegneria naturalistica dove si può osservare un paesaggio di enorme suggestione naturalistica e ambientale con notevoli boschi di castagni.

 

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Il Partenio è un luogo ricco di preghiera e tradizioni religiose, come testimoniano i tanti luoghi di culto. Di notevole interesse sono anche le varie grotte e ritrovamenti fossili presenti sul territorio, che ne sottolineano l’importanza storica. Ma è anche un luogo in cui si intrecciano e si fondono elementi culturali, artistici e folcloristici di assoluta eccellenza.

All’interno del Parco sono ubicati una ventina di borghi, che presentano realtà urbanistiche, edifici religiosi e palazzi di rilevante interesse storico-artistico. Nel corso della sua storia questo territorio è stato segnato soprattutto dalle dominazioni longobarda e normanna.

Lungo il percorso, infatti, castelli arroccati, imponenti torri e monumentali chiese, circondate da una rigogliosa vegetazione, testimoniano il susseguirsi delle diverse culture, ognuna delle quali ha lasciato sul territorio il segno del proprio passaggio, coinvolgendo il visitatore in un affascinante percorso di storia, arte e tradizioni millenarie.

I Castelli del Parco

Tra i siti di maggiore interesse storico-culturale, nel territorio del Parco troviamo 13 castelli che è possibile visitare seguendo la nostra mappa, partendo da quello di Monteforte Irpino.

 

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Il Castello di Monteforte Irpino sorge sulla collina di S. Martino e attorno ad esso si sviluppò il borgo medievale da cui ebbe origine l’attuale centro abitato. Fu probabilmente costruito dai Longobardi tra il VII e il IX secolo e fu ampliato dai normanni, dagli Angioini e successivamente dagli Aragonesi. Tuttavia, il castello fu abbandonato già a partire dal XVI secolo: la leggenda vuole che in esso vi fossero sepolti numerosi tesori, il che diede modo ai numerosi saccheggi di completarne la distruzione.
Il castello conserva oggi parte delle mura perimetrali in pietra, una torre a pianta circolare e un camino.

Proseguendo nel percorso si incontra il Castello di Mercogliano che si trova nella zona del centro antico, conosciuta con il nome di Capocastello. Esso fu costruito nella seconda metà dell’XI secolo, su committenza nobiliare longobarda, con pianta irregolare e circondato da una cinta muraria e cammino di ronda che si affaccia sul borgo sottostante.

Il Castello fu teatro di numerose battaglie durante il periodo di dominazione Sveva, Angioina e Aragonese che, unitamente all’incendio del 1656 e al sisma del 1732, arrecarono gravi danni al complesso architettonico. Esso fu così demolito, nella seconda metà del XVIII secolo, per ricavarne materiale per la costruzione di nuovi edifici privati.

Oggi, grazie ai lavori effettuati dalla Sovrintendenza, è possibile ammirarne una torre e parte della cinta muraria e, nello specifico, una delle cinque porte di accesso, conosciuta come Porta dei Santi, grazie all’affresco nella parte superiore raffigurante S. Modestino, S. Fiorentino e S. Flaviano.

A meno di 7 Km di distanza si trova la torre angioina di Summonte, parte del complesso Castellare, un sistema difensivo che rappresentò uno dei punti fortificati più avanzati dell’Avellinese. Il castello, documentato per la prima volta nel 1094, fu conquistato, distrutto e ricostruito secondo il modello del balium (un recinto di forma quadrata, rettangolare o trapezoidale formato da mura di non grande altezza, rafforzate agli angoli da piccole torri a sezione circolare o quadrata) da Ruggero II nel 1134.

In epoca angioina la struttura fu trasformata in una torre d’avvistamento, abbandonando, così, il modello precedente. L’elemento superstite di questo originario sistema difensivo è proprio la torre. Essa si compone di cinque livelli, il più basso dei quali conteneva la cisterna per la raccolta di acqua piovana, mentre il più alto ospita una terrazza dalla quale è possibile ammirare tutto il panorama.

Oggi, all’interno del complesso, sorge il Museo civico di Summonte, costituito da due sezioni: una dedicata agli armamenti medievali, l’altra ai reperti archeologici rinvenuti nel castello nel corso delle indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza tra il 1994 e il 2005.

 

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A pochi chilometri di distanza tra di loro si trovano poi il Castello di Sant’Angelo a Scala e il Castello di Pietrastornina.
Il primo, costruito nella seconda metà dell’XI secolo, sorge su una guglia rocciosa. Esso fu teatro di numerose battaglie e fu dimora di diverse famiglie, tra cui si ricorda quella dei Carafa che, nel XV secolo, ordinò la completa ristrutturazione dell’edificio fortificato per la creazione di una residenza gentilizia.

Sebbene il castello fosse molto grande (tanto da includere quasi 360 stanze al suo interno) oggi possiamo vedere solo qualche tratto delle cortine murarie poiché la spiana su cui sorgeva è stata cementata e pavimentata.

Anche il Castello di Pietrastornina sorge su una guglia rocciosa che corona l’abitato del borgo medievale. Le prime notizie sul castello risalgono al 774; dopo il periodo longobardo, il fortilizio ricompare nelle fonti documentarie nel 1239, quando sotto l’amministrazione statale di Federico II di Svevia, venne inclusa la fortificazione rupestre nella lista dei cosiddetti Castra exempta.
Grazie a queste fonti sappiamo che il fortilizio era composto da almeno due corpi di fabbrica di diverse dimensioni, posti ad altezze diverse: un sistema di camminamenti e scalinate estendevano il sistema difensivo all’intera rupe, rendendo la stessa guglia rocciosa parte della fortificazione.

Probabilmente il castello fu presto abbandonato: già nel 1837 l’amministrazione di Pietrastornina ne decise l’abbattimento, poiché i suoi ruderi costituivano un costante pericolo per l’abitato sottostante. Sull’immobile, di cui oggi non restano che poche tracce, è stato avviato nel 2003 il procedimento di “dichiarazione di interesse particolarmente importante”.

Continuate a seguirci nel nostro viaggio alla scoperta delle bellezze del Parco Regionale del Partenio…a presto per la seconda parte!