Coda di Volpe: il bianco inaspettato

 

La Campania è una regione splendida, anche per la presenza di una grande varietà di vitigni autoctoni, unici e capaci di esprimere vini tipici di ogni territorio. Uno tra questi è il vino Coda di Volpe, vitigno a bacca bianca autoctono della regione.

 

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Il Coda di Volpe prende il suo nome dalla caratteristica forma del grappolo, il quale somiglia appunto alla forma di una coda di volpe.

È un vitigno molto antico, risalente all’epoca romana: era già presente nel trattato naturalistico scritto da Plinio il Vecchio intitolato Naturalis Historia con il nome di Cauda Vulpium.

Fino a pochi anni fa il Coda di Volpe era impiegato quasi esclusivamente come uva da taglio: non avendo problemi a completare la fase di maturazione e non essendo particolarmente acida, veniva utilizzata per addolcire bianchi decisamente più acidi, resi tali dall’influsso che i terreni vulcanici in cui vengono coltivati forniscono ai vini. Ma adesso è passato da essere un vitigno minore da utilizzare per operazioni di uvaggio con altre varietà della zona a diventare un vino vero e proprio, molto apprezzato grazie all’impegno messo in campo dai viticoltori Campani.

E dopo un po’ di curiosità sul Coda di Volpe, adesso passiamo ad elencarne le caratteristiche.

 

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Caratteristiche del vitigno

Foglia: grande, pentalobata, di colore verde chiaro.
Grappolo: grosso, spargolo, a volte serrato, di forma piramidale, alato, dalla forma caratteristica.
Acino: piccolo e regolare, sub-rotondo.
Buccia: consistente giallastra e pruinosa.

Caratteristiche visive

Il risultato del vitigno Coda di Volpe è un vino dal colore giallo paglierino carico, a volte con riflessi dorati, limpidi e di buona consistenza.

Caratteristiche olfattive

Il Coda di Volpe ha un odore particolarmente intenso, dato dalle note floreali della ginestra, e dalle note fruttate della mela cotogna, dell’ananas, della banana, delle pesche gialle, dall’albicocca.

Caratteristiche gustative

Il gusto è pieno e fresco, leggermente acido, secco e decisamente persistente.

Abbinamenti

Un accostamento tipico è con le pietanze a base di pesce come sautè di vongole e cozze, crostacei e zuppe di pesce; si sposa bene anche con le carni bianche, formaggi non molto stagionati e zuppe di verdure. Va servito ad una temperatura compresa tra i 10 e i 12 gradi.

 

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Adesso non vi resta altro che berne un bel bicchiere. Salute!

Souvenir gastronomici: consigli su quali prodotti acquistare di ritorno da Napoli.

Napoli è sicuramente una delle città più visitate in Italia. Chi la visita ha alte aspettative: non solo per le bellezze paesaggistiche ed architettoniche, viste in tante foto e libri di arte, che finalmente potrà vedere dal vivo, ma, probabilmente, sopra ogni cosa, quello che ci si aspetta di fare una volta arrivati a Napoli è…mangiare!

Pizza, dolci e vino…Napoli ha tanto da offrire a tavola e i turisti lo sanno bene.

Tra tante prelibatezze culinarie partenopee alcune sono anche “esportabili”: il caffè, le sfogliatelle calde, i babà, la pizza, sono prodotti unici e vanno gustati innanzitutto in loco per poterli apprezzare appieno. Ma in alcuni casi è possibile comprare dei Souvenir Gastronomici per poter conservare il buono del viaggio anche al ritorno.

In questo articolo dunque parleremo di quali alimenti acquistare per portare un pezzettino di Napoli a casa, di ritorno dal viaggio, così da tenere con sé un pezzettino della città e della sua bontà.

 

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Qual è la prima cosa che un turista (e non solo!) ordina da mangiare a Napoli? La pizza, ovvio! Peccato che non possa portarsela in viaggio…ma ci sono tante altre bontà culinarie da trasportare.

In primis, un bel pacco di Pasta di Gragnano I.G.P., magari acquistata proprio nel suo luogo madre, in uno dei tanti pastifici presenti o in una piccola bottega dove ancora si produce pasta artigianale. Una volta tornati a casa potete prepararla secondo la tradizionale ricetta dello “Scarpariello”, con dei bei pomodorini freschi ma anche con una conserva che si abbini ad hoc come quella fatta con il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P. oppure con il Pomodoro San Marzano D.O.P..

Un altro prodotto facilmente trasportabile è il tarallo. A Napoli tra i più apprezzati ci sono i Taralli sugna e pepe.

Il tarallo nasce alla fine del ‘700 e rappresentava uno dei cibi dei poveri per eccellenza. I fornai non si sognavano di buttare via nulla e così nascevano i taralli: si prendevano i ritagli della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare, con l’aggiunta della sugna insieme a generose quantità di pepe nero, si impastava con le mani fino a formare due striscioline che, attorcigliate tra di loro, formavano una specie di ciambellina; una volta cotta in forno dava nascita al tarallo.

Le mandorle, anch’esse protagoniste del tarallo, sembrerebbero invece essere state aggiunte nell’impasto solo più tardi, nell’800.
Il massimo sarebbe stati assaggiarli ben caldi, appena sfornati dai tanti “tarallari” presenti un tempo per strada, che li vendevano tenendoli avvolti in canovacci bollenti per preservarne la fragranza. Oggi la figura del tarallaro non esiste più ma i tradizionali taralli sugna e pepe si possono gustare nelle panetterie, nelle osterie o nei caratteristici chioschi per strada di cui il lungomare di Mergellina è pieno zeppo, così da assaporare questo sfizio tutto napoletano passeggiando tra le strade della città.

Come non citare l’imperdibile regina, la Mozzarella di Bufala D.O.P..

Mangiarla a Napoli è d’obbligo, da sola oppure accompagnata dai tanti salumi prodotti in Campania. Trasportarla non è semplice e soprattutto deve essere sempre consumata fresca, ma oggi tutti i caseifici sono attrezzati per farla viaggiare. D’altronde è il primo prodotto in assoluto che un buon terrone porta in visita ad un amico del Nord…

Se si vuole rimanere in ambito caseario, senza incorrere in qualche intoppo e minare così la genuinità della mozzarella fresca, si può portare con sé un altro formaggio tipico di Napoli, il Provolone del Monaco, anch’esso prodotto a marchio D.O.P..

La sua produzione si fa risalire al 1700 circa, quando l’espansione della città di Napoli determinò un massiccio fenomeno migratorio per cui molti agricoltori spostarono i loro allevamenti verso i Monti Lattari; fu proprio questa migrazione a segnare la fortuna di questo formaggio, unico al mondo e impossibile da imitare, proprio per le caratteristiche dovute al territorio dove viene prodotto.
Anche la nascita del suo nome ha una storia ricca di fascino. Si narra infatti che i maestri casari, approdando all’alba al porto di Napoli dalla Penisola Sorrentina dove il formaggio veniva prodotto, a causa del gran freddo e dell’umidità, si coprissero con mantelli di tela, guadagnandosi così l’appellativo di “monaci”, e di conseguenza le forme di formaggio che trasportavano ottennero la famosa denominazione di “provolone del monaco”.

 

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E’ impossibile andare a Napoli e non assaggiare i suoi dolci buonissimi!
Il babà, la pastiera, la delizia al limone, la monachina, la sfogliatella e la sua variante, la santa rosa…ma pochi di questi possono essere trasportati per essere mangiati altrove.
Fatta eccezione per la sfogliatella, frolla o riccia che sia, che non essendo tra i dolci più delicati che abbiamo citato, può sopravvivere ad un viaggio di breve percorrenza e soprattutto ben conservata e non strapazzata…certo, questo solo dopo averla gustata tiepida in una delle tante pasticcerie rinomate per la loro produzione.

Se invece si vuole andare sul sicuro si può portare con sé una confezione di Biscotti all’amarena, una delizia tutta partenopea. Sono semplici biscotti di pasta frolla che potete trovare in tutte le caffetterie e pastifici della città. Anche questi dolcetti sono frutto dell’inventiva di un pasticciere che li ha fatti con l’intento di utilizzare tutti gli avanzi che si trovava davanti: infatti il biscotto all’amarena è costituito da dolci avanzati come pan di spagna, il pandoro, ritagli di torta, il tutto amalgamato con il sapore dell’amarena sciroppata e del cacao e ricoperto di ghiaccia. Hanno una caratteristica forma rettangolare e in superficie vi si trovano tre linee realizzate con uno stecchino intinto nella marmellata di amarene. I biscotti all’amarena sono una vera delizia napoletana alla quale è difficile resistere. Una ricetta antica, che per certi versi riporta indietro nel tempo, ma attualissima per chi vive nel capoluogo campano.

Ovviamente non potete andare via dalla città senza aver acquistato un vino locale o un liquore tipico.
Oltre al più famoso Limoncello, prodotto localmente con il limone di Sorrento, c’è il Liquore di mandarino dei Campi Flegrei, liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino di varietà locale, prodotto nell’Area Flegrea, è caratterizzato da una colorazione accesa giallo-arancio ed ha un intenso profumo di mandarino; ma anche il Liquore Nespolino, prodotto a Napoli e nei comuni limitrofi (Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, isole di Procida ed Ischia), buonissimo liquore ottenuto dalla macerazione dei noccioli delle nespole, ottimo digestivo.

Il vino tipico della zona da gustarsi al rientro a casa, assaporando il gusto di questa terra, è senz’altro quello con denominazione Campi Flegrei D.O.C., una delle più importanti della regione Campania, coltivato direttamente a Napoli e zone limitrofe: Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, Marano di Napoli. Questa zona è nota per la sua attività vulcanica, il cui suolo è ricco di ceneri, lapilli, pomici, tufi, ricchi di microelementi che per la loro presenza determinano nelle uve e nei vini aromi e sapori assolutamente unici. I vini della denominazione Campi Flegrei D.O.C. si basano principalmente sui vitigni Falanghina, Piedirosso, Aglianico.

 

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Come abbiamo visto l’alimentazione e il buon cibo regnano sovrani a Napoli. Per cui quello che vi suggeriamo, oltre ad assaporare tutto ciò che potete in loco, nei caffè, nelle trattorie e nelle tante pizzerie che troverete in ogni angolo, è quello di lasciarvi un po’ di spazio in valigia e portare con voi un po’ di gastro-souvenir: ricordi della città di Napoli tutti da…mordere!

I prodotti per rimettersi in forma dopo le vacanze

  1. Rimettersi in forma dopo le vacanze?
    Si può!
    Con i prodotti della nostra terra è più semplice.

 

Settembre inoltrato.
Le vacanze ormai sono finite quasi per tutti e si è tornati alla solita routine, al lavoro e alla vita di tutti i giorni.
Ma l’estate, oltre i residui della tintarella, porta spesso con sé gli strascichi dell’alimentazione scorretta che si tiene in vacanza. Come rimediare? Ve lo suggeriamo noi, proponendovi un esempio di pasto completo che include alcuni prodotti certificati del nostro territorio che vi aiuteranno a rimettervi in forma!

 

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Partiamo dal primo piatto, un gustoso scarpariello, piatto popolarissimo della tradizione napoletana. Un pasto molto veloce da preparare, nato per permettere ai calzolai di prepararsi un piatto di pasta anche con poco tempo a disposizione: infatti il nome scarpariello deriva da scarparo cioè calzolaio in napoletano, un mestiere che molti svolgevano a Napoli.
La ricetta prevede ingredienti semplicissimi: penne o mezzani, filetti di pomodoro, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, il tutto da arricchire con abbondanti foglie di basilico fresco e formaggio grattugiato a fine cottura.

Per il secondo consigliamo di gustare dei latticini freschi, preferendo quelli più leggeri come il fiordilatte o la scamorza di latte vaccino, ma anche il primosale, in particolare quello stagionato di Cuffiano, prodotto con latte intero di vacca e di animali allevati nell’area di produzione, dal sapore delicato, acidulo, fresco.

Si consiglia di accompagnare non con del semplice pane, ma con il biscotto di grano integrale, tra i più antichi prodotti della tradizione di Agerola, il comune in provincia di Napoli dove è stata inventata la loro ricetta e dove, negli anni, continuano a venire prodotti secondo le antiche tecniche e con gli antichi ingredienti, sebbene oggi la loro diffusione abbia superato i confini regionali.
L’impasto è fatto di acqua, crescito, farina integrale e farina bianca, e viene fatto lievitare all’aria per oltre 3 ore, conferendo al prodotto la sua tipica leggerezza e digeribilità.

Immancabili per concludere e rendere completo il pasto una bella porzione di frutta e verdura.

Consigliamo vivamente di consumare prodotti di stagione: in primis i broccoli, i cosiddetti friarielli, seminati a partire dai primi di luglio fino ai primi di ottobre. Sebbene la loro preparazione più conosciuta sia fritti in padella con aglio olio e peperoncino, sono davvero ottimi anche lessi o stufati conditi con un leggero filo d’olio.

La zucca lunga di Napoli, detta anche cucozza zuccarina, coltivata soprattutto nella zona dell’Agro Nocerino-Sarnese, oggi si è diffusa in tutti gli orti della provincia Napoletana. La zucca lunga di Napoli si semina tra aprile e maggio e si raccoglie da fine luglio a settembre, rimanendo fresche anche per diversi mesi. Si può consumare cruda, nelle insalate, marinata, cotta al vapore o al forno, e può essere impiegata in preparazioni salate come in quelle dolci.

Infine non dimentichiamoci dei pomodori:

  • il pomodoro San Marzano D.O.P., coltivato in particolare a Napoli e Salerno, presenta un sapore agrodolce che lo rende indicato per il consumo crudo, cotto come salsa oppure fatto seccare e messo sott’aceto;
  • il pomodorino corbarino, coltivato nell’omonimo comune in provincia di Salerno, a ridosso dei vigneti. La sua inconfondibile forma a pera, il colore vivo e il suo sapore sono dati dal terreno di produzione, fatto di lapilli del Vesuvio e di materiale piroclastico. È un ottimo prodotto da consumare fresco, in gustose insalate o da lavorare per la realizzazione di sughi; è inoltre ottimo cucinato col pesce;
  • il pomodoro di Sorrento, coltivato nell’omonimo comune in provincia di Napoli, dalla polpa carnosa e dal sapore dolce e delicato; ha grosse dimensioni ed è di forma rotondeggiante. Viene utilizzato crudo per la preparazione di insalate, prima tra tutte la famosa “caprese”, preparata con mozzarella, olio e basilico.

Oltre ad essere molto utile in cucina, il pomodoro può aiutarci a stare meglio grazie alle sue proprietà antiossidanti, vitamine e betacarotene.

 

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Infine una bella porzione di frutta, da consumare dopo il pasto o, se si preferisce, come spuntino.

Tra i prodotti del periodo troviamo la melannurca campana I.G.P., uno dei prodotti tipici campani più apprezzati in tutta Italia, e non solo. La melannurca,  raccolta proprio nel corso del mese di settembre, è coltivata principalmente in due zone, quella di Sant’Agata dei Goti e quella del giuglianese.
Sono molte le proprietà benefiche della Melannurca Campana: è curativa per la calcolosi delle vie urinarie, elimina l’acido urico nonché l’acidità gastrica, abbassa il colesterolo cattivo e rafforza i muscoli, la sua buccia, ricca di cellulosa, aiuta la digestione ed è particolarmente indicata per la dieta dei diabetici, mangiata cruda è astringente mentre cotta è lassativa.

Giunge a piena maturazione in questo periodo anche la pera pennata, prodotta ad Agerola, sui Monti Lattari, in provincia di Napoli. Si tratta di una varietà di pera di colore verde scuro, di forma rotondeggiante e sapore pastoso e dolce. È un frutto particolarmente digeribile e molto gustoso, pur contenendo pochissime calorie e per questo si presta bene a regimi dietetici, anche per il suo alto contenuto di fibra. Il consumo di questo frutto aiuta poi la regolazione della pressione sanguigna, favorisce l’abbassamento del colesterolo e ha un benefico effetto pulente sull’intestino, combattendo così la stitichezza. La pera si distingue anche per l’alto contenuto di potassio e una discreta presenza di vitamina C.

 

Non sempre mantenere un regime alimentare sano vuol dire mangiare poco, male o addirittura digiunare: con questo articolo vi abbiamo dimostrato che si può mangiare bene e sano ma soprattutto con gusto!
Basta seguire uno stile alimentare fatto di regole e di abitudini ispirate alla tradizione mediterranea, sfruttando i tanti prodotti che la nostra terra di offre.

 

 

Il Parco Archeologico e il Teatro di Pausilypon

Tra antichità e panorami mozzafiato

A Napoli, nel Quartiere Posillipo, c’è una delle aree archeologiche più belle ed affascinanti della Campania: il Parco Archeologico – Ambientale del Pausilypon.

Il parco archeologico del Pausilypon, aperto nel 2009 ed accessibile attraverso l’imponente Grotta di Seiano, comprende i resti del Teatro, dell’Odeon e di una Villa con complesso residenziale, di cui alcune strutture oggi fanno parte del Parco Sommerso di Gaiola.

L’area si estende dalle pendici della collina tra la baia di Trentaremi, le isole della Gaiola, le Cale di San Francesco e dei Lampi, fino a Marechiaro.

Il complesso residenziale apparteneva al ricco cavaliere Publio Vedio Pollione, importante personaggio politico all’epoca di Augusto e alla sua morte divenne proprietà imperiale.

Al complesso si accedeva attraverso la Grotta di Seiano, una galleria artificiale, lunga circa 770 metri, pressoché rettilinea ma con cunicoli che si affacciano a strapiombo e che offrono un panorama mozzafiato. Inutilizzata e dimenticata per anni, fu ritrovata casualmente durante i lavori per una nuova strada nel 1841 e subito riportata alla luce e resa percorribile per volontà di Ferdinando II di Borbone, diventando meta di turisti. Nel corso della Seconda guerra mondiale fu utilizzata come rifugio antiaereo per gli abitanti di Bagnoli; gli eventi bellici ed alcune frane nel corso degli anni cinquanta la riportarono in uno stato di abbandono.

 

 

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Le strutture

Giunti nell’area del Parco archeologico, oltre ai paesaggi affascinanti che offre il Golfo, si possono ammirare i resti dell’imponente Teatro, dell’Odeon e di alcune sale di rappresentanza della villa.

Il Teatro conta 13 ordini di sedili nella prima cavea e 6 in quella media ed una capienza complessiva di duemila posti, costruita sfruttando il pendio naturale della collina secondo una tecnica tipica dei teatri greci. L’emiciclo del teatro, orientato a Sud, presenta un’ima cavea divisa in tre cunei ed una media cavea aggiunta in seguito, entrambe accessibili da scale laterali inserite in torrette, oltre all’orchestra. L’area della scena è occupata inoltre da una vasca perpendicolare alla cavea, intorno alla quale vi era un giardino recintato da un muro curvilineo.

Al di sopra di quest’area si trova un altro giardino rettangolare circondato da una porticus triplex che formava anche la scena del vicino Odeon, l’antico teatro coperto destinato ad audizioni di poesia retorica o di musica, con una piccola cavea posizionata frontalmente al Teatro grande.

È inoltre possibile ammirare una Villa Imperiale, detta Villa di Pollione: fatta erigere nel I secolo a.C. dal cavaliere romano Publio Vedio Pollione, alla sua morte, avvenuta nel 15 a.C., la villa, grazie alla sua posizione molto ambita divenne residenza imperiale di Augusto, e di tutti i suoi successori.

La Villa conta un’estensione di ben 10 ettari, suddivisi in più padiglioni, ognuno con una specifica funzione: ad esempio, molto interessanti, sono le presenze delle condutture dell’acquedotto (rivestite in malta idraulica), segno di ulteriore opulenza di chi vi soggiornava.

Insieme a questi edifici, il complesso ospitava anche un Tempio o Sacrarium posto ad oriente del teatro e un Ninfeo posizionato nella zona occidentale.

 

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La Villa e tutti gli ambienti affini, risultano molto articolati, e sono ancora interessati da una campagna di scavo messa in atto dalla Soprintendenza Archeologica e che ha come obiettivo quello di restituire alla pubblica fruizione l’intero Parco archeologico-ambientale del Pausilypon.

Andando ancora avanti nel percorso si giungerà al belvedere che affaccia sulla Baia Trentaremi, con Nisida sullo sfondo e che ci mostra in lontananza Ischia e Procida.

Questo è un vero e proprio angolo di paradiso. Come dice l’etimologia stessa del suo nome, il Pausilypon è il “luogo che fa cessare il dolore” ed è sicuramente ciò che provavano un tempo i suoi abitanti e quello che provano oggi i suoi visitatori, osservando l’incanto e la bellezza di questo sito.

 

 

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Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Ecco la seconda parte del viaggio intrapreso settimana scorsa tra le bellezze del Parco Regionale del Matese: luoghi selvaggi, paesaggi mediterranei, grotte, aree archeologiche, borghi suggestivi e prelibatezze della tradizione locale.

 

In visita alle fortificazioni del luogo

Sappiamo che la Campania è una terra ricca di bellezze storiche ed architettoniche che si sposano perfettamente con le meraviglie naturali di questa regione.

 

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Fra i luoghi di maggior valore storico, è di dovere annoverare i suoi castelli. In particolare, l’area del Matese ne è ricca: con l’arrivo dei Saraceni, i centri si arroccarono tutti sui rilievi, in posizioni più riparate. La maggior parte di questi borghi conserva ancora perfettamente l’antica struttura medievale: le porte di accesso, le mura, le chiese, i castelli.

Uno degli esempi più significativi è il Castello di Prata Sannita, costruito nel XII secolo, perfettamente conservato. Esso è parte integrante di un piccolo borgo ancora parzialmente racchiuso dalle sue mura e si eleva su un costone roccioso che degrada verso il fiume Lete.

Lo stesso accade per il centro storico di Ailano, che conserva una struttura tipicamente medievale con stradine strette e tortuose che hanno origine dall’imponente castello medievale, costruito prima dell’anno 1000 sui resti di una villa romana e dotato ancora oggi di una possente torre circolare con base scarpata.

Altro paese costruito intorno al Castello di origine medievale è Cusano Mutri, dichiarato uno dei borghi più belli della Campania. Esso, infatti, sorge su uno sperone roccioso sull’estremo lembo orientale del massiccio del Matese e conserva ancora il suo fascino medievale, caratterizzato dalle strette stradine, dai portici e dalle case con portali e finestre in pietra lavorata. In piazza Lago sorgeva il Castello che dominava tutta quest’area di cui, oggi, non restano che alcuni ruderi poiché distrutto a causa di un’insurrezione popolare nel XVIII. Sull’origine del castello non si ha alcuna documentazione scritta anche se un forte era già citato nella bolla di papa Felice III che nel 490 elesse il primo parroco della chiesa di san Pietro, sita appunto presso le mura del castello.

Su un colle che domina gli abitati circostanti si trovano il Castello di Gioia Sannitica, di cui oggi restano cospicui resti su un’altura isolata in contrada Caselle, e il Castello di Letino, sito a 1200 metri sul livello del mare. Quest’ultimo si trova racchiuso in una poderosa cinta muraria, al cui interno si trovano il Santuario di Santa Maria del Castello e il cimitero del comune.

Cinto da possenti mura è anche il Castello di Cerreto Sannita, poco distante dall’attuale centro abitato, mentre nel cuore del borgo antico si trova il Castello di Faicchio: oggi location per matrimoni, risale al XIII secolo, come recita l’epigrafe posta sul portale d’ingresso ma fu ristrutturato e trasformato dal nobile napoletano Duca Gabriele De Martino.

Tra gli altri, si ricordano anche il Castello di Capriati a Volturno, facilmente individuabile grazie all’alta e possente torre circolare, il Castello ducale dei Gaetani d’Aragona di Piedimonte Matese, la torre di Pietraroja e il Castello del Matese, di cui si ammirano ancora le torri circolari con base a scarpa e dei tratti delle mura della fortezza.

Infine, posto tra i  comuni di Sant’Angelo d’Alife e di Raviscanina, si trova il Castello di Rupecanina, strategicamente ben posizionato nell’ambito dell’assetto viario della Media Valle del Volturno.

 

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Prelibatezze e prodotti naturali del territorio da assaggiare assolutamente

Immancabile dopo una visita alla bellezze del territorio, una sosta rigeneratrice. È questo il momento giusto per assaporare le prelibatezze che questa terra offre.

Sopra ogni cosa, visto anche il notevole sviluppo della pastorizia in queste aree, bisogna gustare i formaggi tipici: la marzellina, anche detta ricotta di pecora del Matese, o meglio Récotta Sécca, è frutto del lavoro delle popolazioni dei monti del Matese, che tradizionalmente e storicamente sono sempre state popolazioni di pastori, testimoniato dal grande numero di aziende ovine presenti sul territorio.

Prodotta in tutte le aree montane del Massiccio del Matese, ma soprattutto nei Comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese, è ottenuta dalla successiva lavorazione del siero di latte di pecora, residuo della lavorazione del pecorino, appena dopo l’estrazione della cagliata; la ricotta viene raccolta e versata in fuscelle cilindriche dove permane per 24 ore e poi, viene estratta, salata e messa ad asciugare su ampi tavole di legno di faggio; successivamente viene conservata in barattoli ermetici con l’aggiunta di poco olio e foglioline di pimpinella, cioè timo essiccato, a volte aromatizzate solo in superficie con del peperoncino.

Altro formaggio, prodotto principalmente nei comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese è la stracciata del Matese, altresì detta Stracciata ré Matese, il cui nome deriva dal gesto di “stracciare” la pasta che da forma al prodotto. Il sapore è piacevole, dolce e delicato; viene consumato fresco di giornata. Si differenzia dalla Stracciata irpina per la maggiore consistenza e per la forma data al prodotto, a mo’ di cordone, di dimensioni variabili e di peso che arriva fino ad 1 kg.

Altri formaggi tipici della zona sono: il formaggio duro e il formaggio morbido del Matese, il pecorino e il caso maturo.

 

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Da ricordare anche il prosciutto di Pietraroja, dall’aroma delicato ed inconfondibile, prodotto nell’omonimo comune del beneventano. Questa bontà è famosa e rinomata da secoli: in una collezione di stampe dell’archivio del Regno di Napoli il simbolo di questo piccolo paese del Beneventano rappresenta una donna con un prosciutto, mentre nel 1917, Antonio Iamalio, nella sua descrizione della provincia di Benevento, ci dice che “Fiorente vi è principalmente l’allevamento dei suini, donde i rinomati prosciutti di Pietraroja”. Purtroppo oggi la sua produzione si è ridotta di molto ed è per lo più destinato al consumo familiare.

Sempre nell’area di Pietraroja e di Cerreto Sannita crescono i virni, funghi tipicamente primaverili, molto ricercati per le ottime caratteristiche organolettiche. Le aree di crescita nella zona sono chiamate vernere, spesso caratterizzate da un’area a forma “di ferro di cavallo” con il colore dell’erba più scuro, fenomeno attribuito dalla fantasia popolare al passaggio di una janara, una strega. I virni sono presenti nei menù di tutti i ristoranti tipici della zona nel periodo di raccolta, regalando piatti come tagliatelle, frittate o uova strapazzate con formaggio, ma vengono consumati anche crudi.

Prodotto coltivato nell’area da almeno un secolo è la patata nera del Matese che costituiva la base dietetica delle popolazioni locali più povere, alimentando, in passato, un fiorente commercio che raggiungeva le città di Napoli e Caserta, che purtroppo oggi è quasi scomparsa: l’abbandono delle coltivazione a favore della pastorizia estensiva è sempre più frequente.

Veniva utilizzata soprattutto per minestre e, insieme ad altre varietà locali, è ingrediente base anche del pane di patate, ancora prodotto a Cusano Mutri. Veniva fatto in tutte le case, costituendo l’alimento base per ogni famiglia: di antica origine, la sua preparazione ed i suoi ingredienti sono rimasti pressoché identici ed invariati. Viene prodotto e consumato soltanto a livello locale, anche se è molto apprezzato dai visitatori delle sagre che hanno luogo nel comune di Cusano Mutri in estate.

Contestualmente alla raccolta dei tuberi viene seminata la segale sécena: un tempo impiegata per la panificazione, oggi viene utilizzata per l’alimentazione, soprattutto invernale, del bestiame.

Per chi volesse gustare un buon piatto di pasta della tradizione consigliamo i carrati: pasta fresca di grano duro realizzata lavorando rettangoli di pasta da cui si ricavano pezzetti di lunghezza variabile che vengono arrotolati, trainati o “carriati”, da cui il nome, con un veloce gesto delle dita unite attorno ad un ferretto, il quale è patrimonio di ogni famiglia e fa parte del corredo delle spose. Vengono conditi con ragù di pecora o gallina, ragù di carciofi, ragù di pomodoro con pecorino stagionato e noci. I carrati sono, nella tradizione pietrarojana, un cibo rituale, connesso alla stagione di semina del grano: la lunghezza del carrato, dovuta all’abilità della massaia, era direttamente proporzionale alla lunghezza delle spighe raccolte.

Prodotto tipico da assaggiare giunti a Sant’Angelo d’Alife sono i biscotti dell’Angelo, taralli dalla consistenza morbida e dal gusto delicato. È a tutti gli effetti un cibo rituale: non è confezionato a scopo di vendita ma solo per la festa di San Michele Arcangelo, celebrata il 29 settembre nell’omonimo santuario e relativa grotta dedicata al santo.
Un’altra ricetta che si tramanda di generazione in generazione è quella dei taralli di San Lorenzello.

 

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Anche la cipolla Alifana presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate: ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda. Vengono vendute e conservate nelle caratteristiche nzerte, intrecci realizzati con le foglie essiccate, da tenere rigorosamente appesi. La cipolla alifana viene utilizzata nella cucina tradizionale locale per la preparazione di minestre con fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.

Tra gli altri prodotti coltivati e prodotti all’interno dell’area del Massiccio del Matese troviamo:

  • la castagna Jonna, chiamata così da un termine che in dialetto significa “bionda” poiché ha una buccia con striature chiare: è la castagna che viene ampiamente utilizzata per la produzione dei buonissimi marron glacè;
  • il granturco di Gallo Matese, utilizzato per l’alimentazione umana e mai per l’alimentazione animale, per la produzione di polenta anche nella tradizionale forma del frattaccio;
  • il timo delle coste del monte Mutria, che cresce spontaneo in quest’area, viene utilizzato per tisane o per condire minestre ed arrosti, ma anche per la concia di formaggi e ricotta essiccata;
  • il fagiolo di Gallo Matese, ecotipo locale, ottimo per zuppe, minestre, oppure con il frattaccio, polenta raffreddata e tagliata in pezzi schiacciati;
  • il cece e le lenticchie di Valle Agricola, molto pregiati, dal sapore intenso, sono sfruttati soprattutto essiccati per la preparazione di piatti della cucina tradizionale locale.

L’area del Matese è da sempre considerata pura ed incontaminata, posta nel cuore della Campania, e da sempre ha destinato parte dei suoi terreni alla coltivazione della vite.

Sannio, Falanghina, Beneventano, sono solo alcuni esempi di vini con denominazione D.O.C., D.O.P. e I.G.T. che vengono alla luce proprio in questo territorio.

 

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In alcune aree la vite e la sua epoca vegetativa, scandiscono il tempo della vita della comunità locale, in particolare nelle aree tra il massiccio del Matese e il Taburno, e dalle pendici del Taburno al fiume Calore.

 

Dopo aver letto di questa terra e di tutto ciò che offre non vi è venuta voglia di ammirarla in tutta la sua bellezza?

Buona visita!

Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Parco Regionale del Matese : storia e nascita

Il Parco Regionale Matese occupa un’area di 33.326,53 ettari, istituito nel 1993 ma entrato in funzione solamente nel 2002.

Il territorio del parco comprende prevalentemente il massiccio montuoso del Matese: l’area si estende su due Province, Caserta e Benevento, per un totale di 20 comuni.

 

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Il parco, che prende il nome dal lago del Matese, è il paradiso degli escursionisti e degli sportivi, soprattutto vista la varietà di luoghi selvaggi, popolati da una ricca fauna come lupi ed aquile reali, ma anche paesaggi dolci, paesaggi mediterranei, fatti di uliveti, con laghi dalle acque azzurre in cui si specchiano le cime delle montagne.

La ricchezza dei pascoli, in particolare, ha permesso un notevole sviluppo della pastorizia che, insieme all’agricoltura ed allo sfruttamento dei boschi, ha rappresentato nel passato la principale fonte di reddito delle popolazioni dell’area.

Non mancano poi i centri storici originali e ottimamente conservati, che trasudano tanta storia, con reperti che spaziano dai Romani ai Sanniti, in cui si vive in una condizione di grande tranquillità e in cui si possono assaporare prodotti tipici unici e genuini.

 

Insediamenti romani sul territorio

Il Matese rappresenta innanzitutto un grande patrimonio di storia, tradizioni e cultura. Nei sui borghi è possibile camminare a piedi attraverso stradine in pietra che trasudano storia. Una storia che è raccontata anche all’interno del Museo archeologico dell’antica Alliphae.

Il Museo archeologico dell’antica Alliphae nasce nel 2004, in seguito al successo della mostra, inizialmente temporanea, dal titolo Ager Alliphanus che aveva l’obiettivo di illustrare la storia e la cultura delle popolazioni che abitarono nell’antichità il territorio del Matese – Casertano. Questa nasceva in seguito al ritrovamento di alcuni reperti di una necropoli databili dal VII al IV secolo a.C. e rinvenuti in occasione dei lavori per l’allargamento del cimitero del comune di Alife.

Il Museo statale, oggi, dipendente della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, è situato in uno stabile moderno di proprietà del Comune di Alife, dove trovano spazio anche l’Ufficio Archeologico territoriale e alcuni magazzini in cui sono stipati centinaia di altri reperti.

Al suo interno sono esposti i reperti archeologici provenienti dalla piana di Alife, testimonianze della lunga e stabile frequentazione dell’area dal tardo Neolitico sino all’età medievale: armi e strumenti litici, iscrizioni e sculture, vasellame ceramico e vitreo, oggetti in metallo, frammenti di affreschi e mosaici.

La sala, inoltre, ospita reperti provenienti da altre due necropoli: quella di Croce Santa Maria, scavata nel 1907 in un territorio a nord-ovest di Alife e che portò alla luce circa 50 tombe databili dal VII al IV secolo a.C., e quella in località Conca d’Oro, frutto di uno scavo avvenuto nel 1880, che portò alla luce anche alcune tombe dipinte.

L’istituzione ad Alife di un Museo Archeologico rientra in un piano globale per la creazione di una rete di musei territoriali, intesi a valorizzare il patrimonio storico-archeologico e a rivitalizzare, anche dai punti di vista turistico, socio-economico e culturale, significativi centri della Campania interna.

Il percorso espositivo del museo è stato concepito per permettere al visitatore di ripercorrere cronologicamente e topograficamente i vari rinvenimenti avvenuti sul territorio di Alife; l’ingresso al museo è gratuito ed è possibile dal martedì al sabato dalle 09.00 alle 19.00 e la domenica fino alle 13.00.

 

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All’interno di questa rete di musei volti a valorizzare il patrimonio storico – archeologico del territorio, si inserisce anche il recupero dell’Anfiteatro romano.

L’anfiteatro è databile ai primi decenni del I secolo d.C., grazie al rinvenimento di parte di un’iscrizione dedicatoria, e si imponeva sul panorama extraurbano della città antica.

Le dimensioni dell’Anfiteatro di Alliphae erano piuttosto significative, proprio a dimostrare quanto la città fosse importante all’interno dell’Impero. Con una capienza di circa 14.000 spettatori, il monumento era così grande, infatti, da ritrovarsi tra i più grandi dell’Impero Romano. Le assi maggiori misurano 107 metri per 84 e dovevano elevarsi fino ad un’altezza di 20 metri, così da avere una tribuna di spettatori a più piani. Tuttavia alcuni studi hanno evidenziato una seconda fase costruttiva che ne ridusse l’altezza ricavandone una tribuna interna destinata ai cittadini più illustri.

Il monumento fu poi progressivamente smantellato per il riuso dei materiali edilizi lapidei nella costruzione della vicina città, a partire dal V secolo, in seguito all’abolizione dei giochi anfiteatrali. L’anfiteatro venne così abbandonato, sommerso nel sottosuolo, fino ai giorni nostri: nonostante, infatti, già il Trutta nel VII secolo avesse individuato la sua posizione, riportando la notizia nelle sue Dissertazioni Istoriche delle Antichità Alifane, bisogna aspettare la fine del secolo scorso per l’individuazione precisa del monumento. Nel 1976, infatti, tramite a delle riprese aeree, si capì che l’assenza di vegetazione su un suolo agricolo, poteva essere sintomo di una struttura sottostante, la cui forma riportava alla mente proprio l’idea di un’arena romana.

Oggi il monumento, in seguito ad alcuni lavori di restauro, è parzialmente recuperato: sul territorio interessato dallo scavo sorgono alcune strutture abitative che ne impediscono il recupero totale. Al suo interno, comunque, si svolgono attività ricreative, eventi musicali e teatrali (dal 2001 rientra nel circuito “Teatri di Pietra”) ed è sempre possibile visitarlo.

 

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Il culto micaelico in rupe

Il territorio montuoso in cui si inserisce la Valle del Volturno è caratterizzato anche dalla presenza di grotte e cavità, sia naturali che artificiali. Le grandi protagoniste di queste montagne, infatti, non sono soltanto luoghi di esplorazione, di studio naturalistico e di avventura, ma anche scrigni di storia e d’arte.

Numerose sono le cavità naturali dedicate al culto di San Michele Arcangelo, di retaggio longobardo. Il culto micaelico, infatti, si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, avvenuta alla fine del VI secolo dopo il loro stanziamento in Italia. Questo popolo riservò una particolare venerazione all’Arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo riconosciute nel dio germanico Odino.

Il culto di San Michele Arcangelo è particolarmente radicato in Campania: si contano circa 90 tra chiese, monasteri, basiliche, santuari, grotte ed eremi dedicate al culto di Santo. Di questi, 70 sono di origine rupestre (chiese, santuari, grotte e basiliche) e diffusi in zone montuose dal Matese ai Picentini, fino al Cilento.

 

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Nel territorio del Matese, in particolare, si ricorda la Grotta di San Michele a Raviscanina.

Il centro medievale oggi chiamato Castello o Sant’Angelo vecchio, sito sulla sommità della collina tra Sant’Angelo d’Alife e Raviscanina, prende il suo nome dalla grotta dedicata a San Michele, sita alla base del colle dominato dai resti del castello e del borgo medievale. Essa custodisce tutt’oggi al suo interno la chiesa, il tabernacolo, nicchie e affreschi risalenti al IX secolo, mentre al XVIII secolo risale la cappella ubicata al suo esterno.

L’area fu dimora di uomini del periodo preistorico, come testimoniano tracce di antiche pitture purtroppo oggi non più visibili; divenne poi, con i Longobardi, santuario per il culto di San Michele Arcangelo, protettore della nazione Longobarda. La leggenda narra che proprio in questo luogo vi fu una lotta tra il Demonio e l’Arcangelo Michele.

Il culto oggi è praticato in una cappellina sita all’esterno ed a qualche metro dall’ingresso della grotta, largo circa 3,50 metri ed alto circa 7. A sinistra dell’ingresso su un tratto di roccia spianata artificialmente si notano scarsissimi resti di un affresco. Le pareti sono di roccia calcarea e il pavimento di humus caduto dall’alto; nella zona centrale ci sono delle costruzioni adibite al culto, tra cui un’imponente edicola coperta da una cupola di pietre legate da malta, sorretta da quattro pilastri collegati da archi a tutto sesto. Appoggiata ad uno dei pilastri si trova l’altare e la zona in cui si trovavano le edicole.

Molti degli elementi presenti in questa piccola grotta si trovano anche in altri luoghi di culto micaelici, come ad esempio l’edicola coperta a cupola, presente anche nella grotta di San Michele a Faicchio.

 

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Alla settimana prossima per la seconda parte di questo viaggio tra le bellezze e i luoghi del Parco Regionale del Matese!

Parco Regionale di Roccamonfina – Foce Garigliano

Il Parco Regionale Roccamonfina e Foce Garigliano è stato istituito nel 1993.

Conta circa 9.000 ettari di superficie che interessa alcuni comuni della provincia di Caserta: Sessa Aurunca, Teano e cinque comuni facenti parte della comunità montana di Monte Santa Croce, ossia Roccamonfina, per l’intero territorio, parzialmente Marzano Appio, Conca della Campania, Galluccio e Tora e Piccilli.

 

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A protezione dell’intera area troviamo l’apparato vulcanico di Roccamonfina, l’antico Mons Mefineus. Il Vulcano di Roccamonfina è il più antico apparato vulcanico della Campania, il quarto vulcano d’Italia ed il quinto per altitudine. Strutturalmente assomiglia molto al Vesuvio, ma ne è molto superiore per dimensioni avendo un diametro di oltre 15 km, e possiede una cerchia craterica esterna di circa 6 km di diametro al cui interno si trovano i coni vulcanici del Monte Santa Croce e del Monte Làttani, formatisi in epoche successive.

L’intero territorio è ricco d’acqua, che ne ha plasmato la morfologia. Il fiume Garigliano, che attraversa il Parco, scava il suo letto tra i terreni vulcanici del Roccamonfina ed i terreni calcarei dei Monti Aurunci. Oltre al Garigliano, i due corsi d´acqua più importanti del territorio sono il Fiume Savone ed il Fiume Peccia.

L’area del Parco è stata suddivisa in tre zone denominate: “A”, zona a tutela integrale, “B”, zona orientata alla protezione e “C”, che prevede la riqualificazione dei centri urbani e la loro promozione economica e sociale.

 

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Il territorio è caratterizzato geologicamente dalla presenza di lave e tufi, risultanti dall’attività del vulcano di Roccamonfina attivo tra i 630.000 e 50.000 anni fa.

Il parco gode di una fitta vegetazione, tra cui trovano ampia diffusione il castagno e la quercia sulle alture, mentre sulle colline prevalgono ulivi, vigneti e alberi da frutta. Ricco è anche il sottobosco, soprattutto in autunno, quando è popolato da numerose specie di funghi, tra il pregiato porcino.

Allo stesso modo nel parco è cospicua la fauna: per quanto riguarda i volatili ci sono il cuculo, il picchio, la civetta, il gufo, il merlo, il corvo, i falchi e le cicogne, oltre ad esemplari rarissimi e di grande interesse, come l’airone rosso. Troviamo inoltre la volpe, il cinghiale, il tasso, la faina, la lepre e tanti altri piccoli mammiferi.

Dalle alture del vulcano si godono paesaggi suggestivi che spaziano dalla pianura campana al basso Lazio, estendendosi fino alle isole del Golfo di Napoli e a quello di Gaeta.

 

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Oltre al parco si possono visitare i molti borghi presenti nell’area, tra tutti la suggestiva Sessa Aurunca, un importante centro storico ricco di arte e cultura con monumenti di età romana, medievale e barocca come il Teatro Romano.

Il Parco è liberamente visitabile, occupando un’area molto estesa e diversi comuni.

Il Parco racchiude un’area estremamente suggestiva: ci si può perdere passeggiando tra i boschi secolari di castagni e tra i borghi medievali che lo circondano; si possono assaporare i prodotti tipici, le castagne e le tante varietà di funghi locali, vivendo tradizioni gastronomiche uniche nella loro semplicità; si possono sorseggiare i vini prodotti localmente, dai sapori fruttati e dai gusti decisi; si può partecipare a feste e sagre di paese, che rievocano antichi folklori e tradizioni popolari.

 

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Dunque il Parco Regionale Roccamonfina – Foce Garigliano è una terra di grande ospitalità e di storia, che offre ai suoi visitatori una natura rigogliosa ed incontaminata, oltre che luoghi ricchi di arte, archeologia e tradizioni.

 

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Le insolite suggestioni del Piedirosso

Dopo l’Aglianico, il Piedirosso è il vitigno autoctono a frutto rosso più diffuso in Campania. La sua zona di coltivazione principale sono i Campi Flegrei, dove rappresenta il vitigno prevalente.

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Il suo nome dialettale, Per’ e palummo, deriva dalla forma e dal colore rosso degli acini che ricorda la zampa dei colombi, anche se è stato conosciuto per molti anni come Piede di Palombo: il vitigno sarà conosciuto come Piedirosso solo dal 1909.

Il Piedirosso ha origini antichissime ed era già noto ai tempi della Campania felix di Orazio e viene decantatato come nettare prelibatissimo nel Naturalis Historiae di Plinio.

Le caratteristiche che questo nobile vitigno esprime nei Campi Flegrei sono uniche se non rare: è molto vigoroso, con maturazione medio-tardiva nei primi 20 giorni di ottobre. Le rese sono nella media o basse, ma costanti. Presenta grappoli di dimensioni medio-grandi, a forma piramidale e a spargolo. I chicchi sono di media grandezza, sferici, con alte concentrazioni di pruina sulla spessa buccia di colore rosso-violaceo. Inoltre una sua caratteristica è la bassa e delicata componente tannica, che lo rende poco adatto all’affinamento in legno.

 

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Possiamo trovarlo vinificato in purezza oppure in uvaggio con altri vitigni locali quali l’Aglianico o lo Sciascinoso. In Campania è coltivato soprattutto nelle province di Napoli e Caserta. La produzione è consentita per la denominazione Campi Flegrei sul territorio dei comuni di Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto e parte di Marano di Napoli.

 

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Il vino che si ottiene dal vitigno Piedirosso è di colore rosso rubino, intenso. Al palato è fruttato, floreale, tannico, fine. È un vino che si beve facilmente e piacevolmente. È un vino decisamente secco e di buona sapidità, che si abbina al meglio con paste al pomodoro, parmigiana di melanzane, carni bianche al forno con patate, ma è adatto anche alla cucina di mare, zuppe di pesce.

 

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Caratteristiche organolettiche:

Rosso
• colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento
• odore: intenso caratteristico
• sapore: asciutto, armonico
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%. Il riserva ha un titolo alcolometrico totale minimo non inferiore al 12% dopo un periodo di invecchiamento di due anni.

Rosato
• colore: da rosa tenue a rosa cerasuolo
• odore: intenso, complesso, fine, fruttato
• sapore: secco, morbido, fresco, sapido
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%

Passito
• colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento
• odore: intenso, gradevole,caratteristico
• sapore: dal secco al dolce, armonico, morbido, caratteristico
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 17,00%, di cui almeno il 12,00 % per il dolce e 14,00% per il secco

San Michele Arcangelo al Monte Faito

Il santuario di San Michele Arcangelo a Faito è un santuario rupestre ubicato a Vico Equense, in provincia di Napoli, appunto sul Monte Faito.

Sicuramente tra le più belle chiese della costiera, dal santuario si gode di uno spettacolare panorama che parte da Capri ed arriva fino a Napoli ed oltre, scorgendo in lontananza anche la provincia di Caserta.

 

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Le origini del santuario sono antichissime: si dice sia stato costruito nei pressi del luogo dove, verso la fine del VI secolo, si raccolsero in meditazione e preghiera i Santi Catello e Antonino.

E infatti la nascita di questo luogo di culto è legata proprio alle figure di questi due Santi: Sant’Antonino, scappato dall’abbazia di Montecassino a seguito del saccheggio da parte dei longobardi, verso la fine del VI secolo arrivò a Stabia, dove il vescovo del tempo Catello gli affidò la diocesi, per ritirarsi alla vita contemplativa sul monte Faito.

Poco dopo, lo raggiunse lì anche Antonino, sia per desiderio di meditazione e per dedicarsi alla vita contemplativa, sia per avvicinarsi a buona parte della popolazione della zona, che, a causa delle incursioni longobarde, aveva deciso di rifugiarsi sulle pendici della montagna.

Una notte, San Michele arcangelo apparve in sogno ai due Santi, ordinando loro la costruzione di una cappella in suo onore che fu costruita in pochissimo tempo, sulla cima più alta dei monti Lattari, ossia Monte Sant’Angelo.

Grazie anche all’aiuto del Pontefice, la chiesa fu migliorata, divenendo meta di numerosi pellegrinaggi e ricevendo nel 1392 il titolo di abbazia.

 

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Sicuramente contribuì ad aumentare la fama e la notorietà del luogo il miracolo della sudorazione della manna dalla statua di San Michele, presentatosi per la prima volta nel 1558: la storia racconta che, durante l’invasione dei turchi a Sorrento, nel 1558, un gruppo di fuggitivi, riusciti a scampare al saccheggio e alla prigionia, si rifugiò sul Monte Faito per chiedere l’aiuto del santo, il quale fece sgorgare dalla statua gocce di sudore ed il giorno dopo la città fu liberata dagli invasori.

L’evento miracoloso si ripeté spesso negli anni successivi, rendendo questo luogo di culto vera e propria meta di pellegrinaggio per fedeli e devoti.

Ma gli eventi miracolosi non si conclusero qui.

Più in là negli anni, in occasione della festività di San Catello, il 19 Gennaio, il sacerdote Giuseppe Cerchia si recò in visita presso l’abbazia trovando davanti a sé un sorprendente spettacolo: il prato intorno alla chiesa era ricoperto di tulipani, fiore inconsueto sia per l’altezza che per la stagione. I fiori furono raccolti e mostrati alla popolazione, visti come segno divino della presenza del Santo.

Con il passar degli anni il santuario fu distrutto e ricostruito più volte, sia a causa di eventi naturali che a causa di saccheggi da parte dei briganti, finché vi cessò ogni forma di pellegrinaggio e cadde in rovina: la statua di San Michele, pesantemente vandalizzata e deturpata, fu recuperata e portata nella cattedrale di Castellammare di Stabia, dov’è custodita ancora oggi.

Bisognerà aspettare il XX secolo per vedere nuovamente avviati i lavori di costruzione del nuovo santuario, anche se in un luogo diverso da quello dov’era ubicata la vecchia abazia. La nuova chiesa fu consacrata il 24 settembre 1950, dopo una lunga interruzione dovuta allo scoppio della seconda guerra mondiale: tutti i mattoni che servirono per la costruzione furono portati dai devoti a piedi come dono a San Michele.

 

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Oggi il santuario rappresenta ancora un fondamentale luogo d’incontro per la popolazione del posto, tant’è che vi si recano a piedi in pellegrinaggio: la salita richiede due ore tra andata e ritorno, non presenta particolari difficoltà se non alcuni tratti di terreno ripido e roccioso.

Progetto Bellezz@ 2017 – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati

273 interventi in tutta Italia: oltre 150 milioni di euro per valorizzare i piccoli gioielli italiani

Per i beni culturali il 2017 si è chiuso in bellezza: il 29 dicembre è stato pubblicato l’elenco degli interventi approvati per recuperare i luoghi della cultura dimenticati.

Circa 150 milioni di euro sono i fondi approvati dalla Commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per finanziare i 273 siti di interesse culturale, sparsi in tutte le regioni d’Italia.

La spesa e lo sforzo sono significativi: i fondi saranno adoperati per il recupero e la valorizzazione di siti storici dimenticati, trascurati o abbandonati, per far si che non vengano esclusi dalle bellezze che il nostro territorio ha da offrire, attraverso degli interventi ad hoc.

Risultano interessanti anche le modalità di candidatura di questi siti, che prevedevano segnalazioni dal basso: infatti i luoghi da valorizzare sono stati individuati grazie all’aiuto dei cittadini.

 

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Numerosi sono i siti culturali che verranno finanziati in Campania.

Tra le migliaia di progetti segnalati, 10 sono stati riconosciuti alla provincia di Salerno, 4 a Napoli, 3 ad Avellino, 2 a Caserta e 1 a Benevento, per un totale di circa 15 milioni di euro.

 

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Dai dati emerge che, nonostante il numero di siti finanziati in Campania sia minore rispetto alle prime due regioni in classifica (35 per la Toscana, 31 per la Lombardia contro i  20 per la Campania), il totale dei finanziamenti è tra i più alti a livello nazionale.

 

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La Provincia di Salerno è il territorio a cui è stata riconosciuta la fetta più grande dei finanziamenti della Campania, con oltre 10 milioni di euro totali.

Tra i progetti approvati c’è un maxi intervento presso la Villa Romana di Positano, stanziamento che permetterà di continuare gli scavi e, in Costiera Amalfitana, più precisamente nel comune di Praiano, dove i fondi saranno utilizzati per il progetto NaturArte. Per il Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano,  piccolo comune della provincia, è stato finanziato un progetto da 94.632 euro che prevede il recupero e la valorizzazione della chiesa, luogo di incontro spirituale e, soprattutto, punto di ritrovo della comunità per eventi e manifestazioni.

Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano

 

Tra gli interventi finanziati, anche tre progetti localizzati in provincia di Avellino per un totale di quasi 3,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, a Vallesaccarda sono destinati 1.500.000 euro per la villa comunale; a Montemarano 1.683.000 euro per la Cripta medievale e la Cattedrale; a Fontanarosa 246.600 euro per Il “Carro”, un obelisco straordinario in legno, alto 28 metri, rivestito in paglia e montato su un carro agricolo che il 14 agosto viene tirato dai buoi in onore della Madonna della Misericordia, una delle manifestazioni più rappresentative  della cultura contadina dell’Irpinia.

 

Carro di Fontanarosa, 2015

 

Nella provincia di Napoli, tra i 273 siti di cui verrà sovvenzionato il recupero, troviamo il Sentiero della collina di Montevico “Progetto Mesa Lakkos”, che si è classificato al 53° posto con un finanziamento previsto di 116.000 euro. Un successo dell’Associazione Anusia che, dopo diversi tentativi, è riuscita finalmente nel suo scopo: ridare dignità a uno dei luoghi più sbalorditivi dell’isola d’Ischia.

 

Lacco Ameno – Isola di Ischia

Nella Penisola Sorrentina, parte dei finanziamenti è stata elargita per interventi su Villa Fondi de Sangro a Piano di Sorrento, mentre la restante parte è destinata alla Congrega del Corpo di Cristo, all’interno della Chiesa Collegiata di Santa Sofia a Giugliano e al Santuario Madonna degli Angeli di Cicciano.

 

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Gli interventi finanziari previsti nella provincia di Caserta sono destinati al Palazzo Ducale di Pietramelara e alla Fontana Carolina di San Tammaro, un tempo direttamente connessa al maestoso Acquedotto Carolino, edificata nella prima metà del 1700 per volere di Ferdinando di Borbone, in passato vittima di atti di vandalismo e che oggi versa oggi nel degrado più totale.

Nella provincia di Benevento i fondi, 356.714 euro, sono stati concessi ad un solo sito, quello delle vasche termali del Parco Bagni Vecchi di Telese Terme, meglio noto come Antiche Terme Jacobelli. Le terme furono fondate nel 1861 dal Cav. Achille Jacobelli e, dopo alterne vicende, furono abbandonate fino al 2008 quando vennero ristrutturate con fondi del P.O.R. Campania e vennero trasformate in un parco naturale. Con questo progetto si intendono risolvere alcuni inconvenienti tecnici, come l’oscillazione delle falde acquifere, che non hanno garantito il corretto funzionamento del sito.

 

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Questa iniziativa sembra andare in una direzione molto positiva per lo sviluppo territoriale in quanto sposta i riflettori dai grandi attrattivi verso siti meno conosciuti, che una volta visitati non lasciano indifferenti, valorizzando i luoghi della memoria delle comunità locali.

L’elenco completo è disponibile qui. Ma le informazioni mancanti sono ancora tante.

Contribuisci anche tu alla produzione di dati per la cultura!

Vai su Spod e partecipa alla discussione. E se sei interessato, puoi creare in prima persona i dati, collaborando alla rinascita di questi luoghi culturali dimenticati.

 

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