Coda di Volpe: il bianco inaspettato

 

La Campania è una regione splendida, anche per la presenza di una grande varietà di vitigni autoctoni, unici e capaci di esprimere vini tipici di ogni territorio. Uno tra questi è il vino Coda di Volpe, vitigno a bacca bianca autoctono della regione.

 

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Il Coda di Volpe prende il suo nome dalla caratteristica forma del grappolo, il quale somiglia appunto alla forma di una coda di volpe.

È un vitigno molto antico, risalente all’epoca romana: era già presente nel trattato naturalistico scritto da Plinio il Vecchio intitolato Naturalis Historia con il nome di Cauda Vulpium.

Fino a pochi anni fa il Coda di Volpe era impiegato quasi esclusivamente come uva da taglio: non avendo problemi a completare la fase di maturazione e non essendo particolarmente acida, veniva utilizzata per addolcire bianchi decisamente più acidi, resi tali dall’influsso che i terreni vulcanici in cui vengono coltivati forniscono ai vini. Ma adesso è passato da essere un vitigno minore da utilizzare per operazioni di uvaggio con altre varietà della zona a diventare un vino vero e proprio, molto apprezzato grazie all’impegno messo in campo dai viticoltori Campani.

E dopo un po’ di curiosità sul Coda di Volpe, adesso passiamo ad elencarne le caratteristiche.

 

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Caratteristiche del vitigno

Foglia: grande, pentalobata, di colore verde chiaro.
Grappolo: grosso, spargolo, a volte serrato, di forma piramidale, alato, dalla forma caratteristica.
Acino: piccolo e regolare, sub-rotondo.
Buccia: consistente giallastra e pruinosa.

Caratteristiche visive

Il risultato del vitigno Coda di Volpe è un vino dal colore giallo paglierino carico, a volte con riflessi dorati, limpidi e di buona consistenza.

Caratteristiche olfattive

Il Coda di Volpe ha un odore particolarmente intenso, dato dalle note floreali della ginestra, e dalle note fruttate della mela cotogna, dell’ananas, della banana, delle pesche gialle, dall’albicocca.

Caratteristiche gustative

Il gusto è pieno e fresco, leggermente acido, secco e decisamente persistente.

Abbinamenti

Un accostamento tipico è con le pietanze a base di pesce come sautè di vongole e cozze, crostacei e zuppe di pesce; si sposa bene anche con le carni bianche, formaggi non molto stagionati e zuppe di verdure. Va servito ad una temperatura compresa tra i 10 e i 12 gradi.

 

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Adesso non vi resta altro che berne un bel bicchiere. Salute!

“Ah, che bellu cafè, sulo a Napule ‘o sanno fa’”

Così cantava Modugno, e non solo lui… Pino Daniele con la sua “tazzulella e cafè” ha creato un vero e proprio atto di denuncia della societàMa non solo musica… Come dimenticare la celebre scena di Eduardo De Filippo nel film “Questi Fantasmi” in cui il grande maestro spiega la preparazione del caffè. Il mondo dell’arte napoletana è pieno di esempi come questi. Eppure… il prodotto della tradizione campana più amato non è certificato!

Il caffè a Napoli è una cosa seria!

Di mattina, il suo profumo invade le strade, lo si percepisce dappertutto. Per i napoletani non è una semplice bevanda da consumare al risveglio, dopo pranzo o al bar in compagnia. Il caffè a Napoli è un rituale, rappresenta un vero e proprio culto. E rifiutarlo, se offerto, equivale quasi ad un’offesa. Potremmo quasi affermare che i napoletani hanno il caffè nel sangue!

Eppure, un prodotto della tradizione così radicato nella cultura partenopea come il caffè non lo ritroviamo tra i prodotti certificati della Regione Campania.

Ma com’è nata la tradizione del caffè a Napoli? E come è diventato così famoso in tutto il mondo?

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TRA STORIA E LEGGENDE

E’ difficile pensare che a Napoli il caffè si sia diffuso molto più tardi rispetto ad altre città europee, eppure è proprio così!

La pianta del caffè è originaria dell’Abissinia, attuale Etiopia, e da qui si diffuse in Arabia e in Turchia. Nel Seicento, i chicchi neri dell’arabo qahwa giunsero in Europa a bordo delle navi dei mercanti veneziani, partendo proprio dalla Turchia, dove la parola kahve fu italianizzata in caffè. Ma fu Vienna la prima città europea che ne fece una vera e propria istituzione, dando vita, alla fine del XVII secolo, ai primi Kaffeehaus, i famosissimi caffè viennesi.

Ma come è arrivato il caffè a Napoli? Esistono diverse teorie e leggende, tuttavia una di quelle più ampiamente condivise è legata a Maria Carolina D’Asburgo, moglie di Ferdinando di Borbone. Si racconta che fu proprio lei a portare dalla capitale dell’impero austriaco la tradizione del caffè e, sotto consiglio della sorella Maria Antonietta di Francia, del croissant. Un fatto curioso racconta che addirittura Maria Carolina, prima di avviarsi al patibolo, fece richiesta di una tazza di caffè. Che si tratti di storia o leggenda, furono comunque le due sorelle austriache a diffondere in tutta Europa la bevanda che tanto amiamo, creando i presupposti per il più classico abbinamento mattiniero della colazione al bar: caffè e cornetto.

In principio il caffè a Napoli era consumato solo da una ristretta élite e addirittura si pensava portasse male. La Chiesa, infatti, pensava che fosse la bevanda del diavolo e si dice che Papa Clemente VIII abbia esclamato ai suoi cardinali: “Questa bevanda del diavolo è così buona… che dovremmo cercare di ingannarlo e battezzarlo”. Solo agli inizi dell’800, il caffè ha iniziato a essere apprezzato da tutti, tanto da far nascere una figura ormai scomparsa, il caffettiere ambulante: girando per le strade della città, i caffettieri ambulanti fornivano il caffè ai cittadini più frettolosi, gridando per strada anche il nome del Santo del giorno.

 

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L’ARTE DEL CAFFE’ NELLA CULTURA NAPOLETANA

Oggi i carrettini ambulanti non esistono più, anche se recentemente dei giovani ragazzi di Napoli stanno tentando di riportare in auge questa tradizione; ma il caffè, come duecento anni fa, è ancora parte integrante della cultura napoletana, un vero e proprio rito quotidiano, sinonimo di pausa, di incontro. “Ci prendiamo un caffè?” è una frase che tra amici potrebbe significare “ho bisogno di parlarti”. Agli ospiti la prima domanda che viene fatta è: “ti posso offrire un caffè?” ma a volte non viene neanche chiesto e si fa direttamente!

La preparazione del caffè “in casa” costituisce un vero e proprio rituale e ogni napoletano ha i suoi trucchi e i suoi procedimenti, proprio come un vero alchimista. Nella tradizione napoletana il caffè viene realizzato con la cuccumella, comunemente detta “caffettiera napoletana” o semplicemente “napoletana”. In realtà, non tutti sanno che la caffettiera napoletana ha origini francesi, essendo stata ideata dal parigino Morize nel 1819, e successivamente perfezionata a Napoli.

Nel corso degli anni, la cuccumella è stata sostituita dalla moka, inventata negli anni ’30 e commercializzata a partire dal secondo dopoguerra, poiché il suo utilizzo è più semplice e veloce.
Se già con la moka non è proprio facilissimo preparare un buon caffè, l’utilizzo della cuccumella richiede delle vere e proprie abilità. Pensate che fino ad alcuni decenni fa si doveva addirittura comprare il caffè in chicchi, tostarlo e infine macinarlo a mano, una vera e propria arte da veri intenditori.

 

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Ma non è finita qui, poiché il procedimento di preparazione non è meno complicato: prima di tutto, bisogna fare attenzione alla quantità di acqua e a posizionare e pressare in modo giusto la polvere nel filtro, trovare il punto giusto di bollitura, realizzare con estrema maestria il capovolgimento della caffettiera e la percolazione (cioè il processo di discesa dell’acqua), oltre a vari trucchi come il famoso cuppetiello suggerito da Eduardo De Filippo, e il mezzo cucchiaino di polvere nell’acqua ancora fredda, in modo che cominci ad aromatizzarsi mentre è ancora sul fuoco. Un rituale tanto minuzioso non può che dar vita ad un caffè straordinario.

Ma non temete! Se non possedete l’arte dell’alchimista napoletano, fuori casa, in ogni angolo di strada, è possibile gustare un tipico caffè napoletano, altrettanto preparato ad arte. Infatti, forse non tutti sanno che l’esecuzione dell’espresso napoletano deve rispettare cinque regole, le famose “5 M” codificate dai maestri caffettieri napoletani.

  • M-iscela. Una delle particolarità del caffè napoletano, che lo differenzia da quello delle altre regioni italiane, sta nella particolare tostatura dei chicchi, realizzata dalle sapienti mani dei torrefattori locali, lenta e ad alta temperatura, così da donare un colore più scuro al chicco. Inoltre, la miscela è composta di qualità arabica e robusta (in minore percentuale). Di qui il tipico gusto forte e intenso dell’espresso napoletano e la caratteristica formazione superficiale di uno strato denso e cremoso.
  • M-acchina. A differenza di altre zone d’Italia, i baristi napoletani prediligono la macchina a leva, che consente di preparare non solo un prodotto di maggior qualità ma un maggior numero di caffè contemporaneamente.
  • M-acina. Solo con una macina regolata in maniera corretta il caffè sarà realizzato ad arte.
  • M-ano. Quella del barista, che esegue il procedimento guidato dall’esperienza maturata con gli anni, con passione e curiosità per la materia.
  • M-anutenzione (e pulizia) della macchina e di ogni suo componente ed accessorio.

 

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Si dice che affinché l’espresso napoletano sia realizzato e gustato nel modo giusto, alle “5 M” devono aggiungersi due segreti: l’acqua di Napoli, dalle importanti qualità organolettiche, e la tazzina in ceramica bianca e senza decori interni, rigorosamente bollente, che fanno sì che il caffè conservi la temperatura di estrazione e non si alteri nel gusto e nell’aroma. Infatti, ben più nota delle “5 M” è la regola delle “4 C”: per un caffè espresso napoletano che si rispetti, dopo avere portato la tazzina alle labbra, l’avventore pronuncia la frase rituale comme coce chistu cafè”.

Senza le famose “4 C”, sarebbe soltanto un espresso e non un vero espresso napoletano. Inoltre, un ultimo appunto riguarda il servizio: a Napoli non si serve mai “soltanto” il caffè. Il rituale prevede che la tazzina sia accompagnata da un bicchiere d’acqua fresca, inclusa nel prezzo, e che questo venga sempre bevuto prima del caffè, in quanto pulisce il palato e aumenta la percezione dell’aroma del caffè. Attenzione, bere acqua subito dopo aver bevuto il caffé a Napoli è considerata una grave offesa nei confronti del barista che vi ha servito, poiché significa che il caffè non vi è piaciuto!

A Napoli il caffè costituisce anche un atto solidale: il caffè sospeso è una tradizione molto antica posta in essere dagli avventori dei bar di Napoli mediante il dono della consumazione di una tazzina di caffè espresso a beneficio di uno sconosciuto che ne fa richiesta. Oggi, questa pratica si è diffusa un po’ in tutto il mondo, ma a Napoli ebbe inizio durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, in tempi molto difficili, la gente era solita pagare due tazze di caffè: una per sé, ed una per chi non poteva permetterselo.

UN PRODOTTO DA TUTELARE

Il caffè costituisce una bevanda amata in tutto il mondo e per questo nel 2015 è stato istituito l’International Coffee Day, la Giornata Internazionale del Caffè, al fine di rendere visibile l’intero circuito che attraversa il raccolto del caffè, dalle aziende agricole fino alla preparazione nelle mense, nei bar e nei locali in genere.

A livello nazionale, dal 1998, il caffè viene tutelato e preservato dall’Istituto Nazionale Espresso Italiano, che si impegna a difendere l’espresso italiano di qualità attraverso una certificazione riconosciuta dal CSQA (certificato di conformità numero 214 del 24 settembre 1999, DTP 008 ed. 1) che prevede esclusivamente l’impiego di miscele certificate, macinadosatori e macchine qualificate e operatori abilitati.

Tuttavia, nel corso del nostro articolo abbiamo ampiamente messo in evidenza le particolarità del caffè napoletano, che si differenzia da quello delle altre regioni italiane, un vero e proprio prodotto tipico locale che però non ha avuto ancora un riconoscimento ufficiale. L’Associazione Espresso Napoletano, che ha sede nella Galleria Principe di Napoli, è nata allo scopo di tutelare e valorizzare il caffè espresso napoletano e l’arte del barista.

 

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Al pari dei prodotti tipici e delle specialità tradizionali, anche l’espresso costituisce un vero e proprio patrimonio partenopeo, sinonimo di “Italia” nel mondo. Come la pizza e l’arte dei pizzaioli, il caffè e l’arte dei baristi meritano azioni di tutela e valorizzazione e un riconoscimento ufficiale che ne certifichi e preservi il valore.

A questo punto è arrivato il momento di prepararci un buon caffè, seguendo le regole dell’arte napoletana, sperando che al più presto venga riconosciuta ufficialmente.

Souvenir gastronomici: consigli su quali prodotti acquistare di ritorno da Napoli.

Napoli è sicuramente una delle città più visitate in Italia. Chi la visita ha alte aspettative: non solo per le bellezze paesaggistiche ed architettoniche, viste in tante foto e libri di arte, che finalmente potrà vedere dal vivo, ma, probabilmente, sopra ogni cosa, quello che ci si aspetta di fare una volta arrivati a Napoli è…mangiare!

Pizza, dolci e vino…Napoli ha tanto da offrire a tavola e i turisti lo sanno bene.

Tra tante prelibatezze culinarie partenopee alcune sono anche “esportabili”: il caffè, le sfogliatelle calde, i babà, la pizza, sono prodotti unici e vanno gustati innanzitutto in loco per poterli apprezzare appieno. Ma in alcuni casi è possibile comprare dei Souvenir Gastronomici per poter conservare il buono del viaggio anche al ritorno.

In questo articolo dunque parleremo di quali alimenti acquistare per portare un pezzettino di Napoli a casa, di ritorno dal viaggio, così da tenere con sé un pezzettino della città e della sua bontà.

 

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Qual è la prima cosa che un turista (e non solo!) ordina da mangiare a Napoli? La pizza, ovvio! Peccato che non possa portarsela in viaggio…ma ci sono tante altre bontà culinarie da trasportare.

In primis, un bel pacco di Pasta di Gragnano I.G.P., magari acquistata proprio nel suo luogo madre, in uno dei tanti pastifici presenti o in una piccola bottega dove ancora si produce pasta artigianale. Una volta tornati a casa potete prepararla secondo la tradizionale ricetta dello “Scarpariello”, con dei bei pomodorini freschi ma anche con una conserva che si abbini ad hoc come quella fatta con il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P. oppure con il Pomodoro San Marzano D.O.P..

Un altro prodotto facilmente trasportabile è il tarallo. A Napoli tra i più apprezzati ci sono i Taralli sugna e pepe.

Il tarallo nasce alla fine del ‘700 e rappresentava uno dei cibi dei poveri per eccellenza. I fornai non si sognavano di buttare via nulla e così nascevano i taralli: si prendevano i ritagli della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare, con l’aggiunta della sugna insieme a generose quantità di pepe nero, si impastava con le mani fino a formare due striscioline che, attorcigliate tra di loro, formavano una specie di ciambellina; una volta cotta in forno dava nascita al tarallo.

Le mandorle, anch’esse protagoniste del tarallo, sembrerebbero invece essere state aggiunte nell’impasto solo più tardi, nell’800.
Il massimo sarebbe stati assaggiarli ben caldi, appena sfornati dai tanti “tarallari” presenti un tempo per strada, che li vendevano tenendoli avvolti in canovacci bollenti per preservarne la fragranza. Oggi la figura del tarallaro non esiste più ma i tradizionali taralli sugna e pepe si possono gustare nelle panetterie, nelle osterie o nei caratteristici chioschi per strada di cui il lungomare di Mergellina è pieno zeppo, così da assaporare questo sfizio tutto napoletano passeggiando tra le strade della città.

Come non citare l’imperdibile regina, la Mozzarella di Bufala D.O.P..

Mangiarla a Napoli è d’obbligo, da sola oppure accompagnata dai tanti salumi prodotti in Campania. Trasportarla non è semplice e soprattutto deve essere sempre consumata fresca, ma oggi tutti i caseifici sono attrezzati per farla viaggiare. D’altronde è il primo prodotto in assoluto che un buon terrone porta in visita ad un amico del Nord…

Se si vuole rimanere in ambito caseario, senza incorrere in qualche intoppo e minare così la genuinità della mozzarella fresca, si può portare con sé un altro formaggio tipico di Napoli, il Provolone del Monaco, anch’esso prodotto a marchio D.O.P..

La sua produzione si fa risalire al 1700 circa, quando l’espansione della città di Napoli determinò un massiccio fenomeno migratorio per cui molti agricoltori spostarono i loro allevamenti verso i Monti Lattari; fu proprio questa migrazione a segnare la fortuna di questo formaggio, unico al mondo e impossibile da imitare, proprio per le caratteristiche dovute al territorio dove viene prodotto.
Anche la nascita del suo nome ha una storia ricca di fascino. Si narra infatti che i maestri casari, approdando all’alba al porto di Napoli dalla Penisola Sorrentina dove il formaggio veniva prodotto, a causa del gran freddo e dell’umidità, si coprissero con mantelli di tela, guadagnandosi così l’appellativo di “monaci”, e di conseguenza le forme di formaggio che trasportavano ottennero la famosa denominazione di “provolone del monaco”.

 

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E’ impossibile andare a Napoli e non assaggiare i suoi dolci buonissimi!
Il babà, la pastiera, la delizia al limone, la monachina, la sfogliatella e la sua variante, la santa rosa…ma pochi di questi possono essere trasportati per essere mangiati altrove.
Fatta eccezione per la sfogliatella, frolla o riccia che sia, che non essendo tra i dolci più delicati che abbiamo citato, può sopravvivere ad un viaggio di breve percorrenza e soprattutto ben conservata e non strapazzata…certo, questo solo dopo averla gustata tiepida in una delle tante pasticcerie rinomate per la loro produzione.

Se invece si vuole andare sul sicuro si può portare con sé una confezione di Biscotti all’amarena, una delizia tutta partenopea. Sono semplici biscotti di pasta frolla che potete trovare in tutte le caffetterie e pastifici della città. Anche questi dolcetti sono frutto dell’inventiva di un pasticciere che li ha fatti con l’intento di utilizzare tutti gli avanzi che si trovava davanti: infatti il biscotto all’amarena è costituito da dolci avanzati come pan di spagna, il pandoro, ritagli di torta, il tutto amalgamato con il sapore dell’amarena sciroppata e del cacao e ricoperto di ghiaccia. Hanno una caratteristica forma rettangolare e in superficie vi si trovano tre linee realizzate con uno stecchino intinto nella marmellata di amarene. I biscotti all’amarena sono una vera delizia napoletana alla quale è difficile resistere. Una ricetta antica, che per certi versi riporta indietro nel tempo, ma attualissima per chi vive nel capoluogo campano.

Ovviamente non potete andare via dalla città senza aver acquistato un vino locale o un liquore tipico.
Oltre al più famoso Limoncello, prodotto localmente con il limone di Sorrento, c’è il Liquore di mandarino dei Campi Flegrei, liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino di varietà locale, prodotto nell’Area Flegrea, è caratterizzato da una colorazione accesa giallo-arancio ed ha un intenso profumo di mandarino; ma anche il Liquore Nespolino, prodotto a Napoli e nei comuni limitrofi (Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, isole di Procida ed Ischia), buonissimo liquore ottenuto dalla macerazione dei noccioli delle nespole, ottimo digestivo.

Il vino tipico della zona da gustarsi al rientro a casa, assaporando il gusto di questa terra, è senz’altro quello con denominazione Campi Flegrei D.O.C., una delle più importanti della regione Campania, coltivato direttamente a Napoli e zone limitrofe: Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, Marano di Napoli. Questa zona è nota per la sua attività vulcanica, il cui suolo è ricco di ceneri, lapilli, pomici, tufi, ricchi di microelementi che per la loro presenza determinano nelle uve e nei vini aromi e sapori assolutamente unici. I vini della denominazione Campi Flegrei D.O.C. si basano principalmente sui vitigni Falanghina, Piedirosso, Aglianico.

 

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Come abbiamo visto l’alimentazione e il buon cibo regnano sovrani a Napoli. Per cui quello che vi suggeriamo, oltre ad assaporare tutto ciò che potete in loco, nei caffè, nelle trattorie e nelle tante pizzerie che troverete in ogni angolo, è quello di lasciarvi un po’ di spazio in valigia e portare con voi un po’ di gastro-souvenir: ricordi della città di Napoli tutti da…mordere!

I prodotti per rimettersi in forma dopo le vacanze

  1. Rimettersi in forma dopo le vacanze?
    Si può!
    Con i prodotti della nostra terra è più semplice.

 

Settembre inoltrato.
Le vacanze ormai sono finite quasi per tutti e si è tornati alla solita routine, al lavoro e alla vita di tutti i giorni.
Ma l’estate, oltre i residui della tintarella, porta spesso con sé gli strascichi dell’alimentazione scorretta che si tiene in vacanza. Come rimediare? Ve lo suggeriamo noi, proponendovi un esempio di pasto completo che include alcuni prodotti certificati del nostro territorio che vi aiuteranno a rimettervi in forma!

 

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Partiamo dal primo piatto, un gustoso scarpariello, piatto popolarissimo della tradizione napoletana. Un pasto molto veloce da preparare, nato per permettere ai calzolai di prepararsi un piatto di pasta anche con poco tempo a disposizione: infatti il nome scarpariello deriva da scarparo cioè calzolaio in napoletano, un mestiere che molti svolgevano a Napoli.
La ricetta prevede ingredienti semplicissimi: penne o mezzani, filetti di pomodoro, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, il tutto da arricchire con abbondanti foglie di basilico fresco e formaggio grattugiato a fine cottura.

Per il secondo consigliamo di gustare dei latticini freschi, preferendo quelli più leggeri come il fiordilatte o la scamorza di latte vaccino, ma anche il primosale, in particolare quello stagionato di Cuffiano, prodotto con latte intero di vacca e di animali allevati nell’area di produzione, dal sapore delicato, acidulo, fresco.

Si consiglia di accompagnare non con del semplice pane, ma con il biscotto di grano integrale, tra i più antichi prodotti della tradizione di Agerola, il comune in provincia di Napoli dove è stata inventata la loro ricetta e dove, negli anni, continuano a venire prodotti secondo le antiche tecniche e con gli antichi ingredienti, sebbene oggi la loro diffusione abbia superato i confini regionali.
L’impasto è fatto di acqua, crescito, farina integrale e farina bianca, e viene fatto lievitare all’aria per oltre 3 ore, conferendo al prodotto la sua tipica leggerezza e digeribilità.

Immancabili per concludere e rendere completo il pasto una bella porzione di frutta e verdura.

Consigliamo vivamente di consumare prodotti di stagione: in primis i broccoli, i cosiddetti friarielli, seminati a partire dai primi di luglio fino ai primi di ottobre. Sebbene la loro preparazione più conosciuta sia fritti in padella con aglio olio e peperoncino, sono davvero ottimi anche lessi o stufati conditi con un leggero filo d’olio.

La zucca lunga di Napoli, detta anche cucozza zuccarina, coltivata soprattutto nella zona dell’Agro Nocerino-Sarnese, oggi si è diffusa in tutti gli orti della provincia Napoletana. La zucca lunga di Napoli si semina tra aprile e maggio e si raccoglie da fine luglio a settembre, rimanendo fresche anche per diversi mesi. Si può consumare cruda, nelle insalate, marinata, cotta al vapore o al forno, e può essere impiegata in preparazioni salate come in quelle dolci.

Infine non dimentichiamoci dei pomodori:

  • il pomodoro San Marzano D.O.P., coltivato in particolare a Napoli e Salerno, presenta un sapore agrodolce che lo rende indicato per il consumo crudo, cotto come salsa oppure fatto seccare e messo sott’aceto;
  • il pomodorino corbarino, coltivato nell’omonimo comune in provincia di Salerno, a ridosso dei vigneti. La sua inconfondibile forma a pera, il colore vivo e il suo sapore sono dati dal terreno di produzione, fatto di lapilli del Vesuvio e di materiale piroclastico. È un ottimo prodotto da consumare fresco, in gustose insalate o da lavorare per la realizzazione di sughi; è inoltre ottimo cucinato col pesce;
  • il pomodoro di Sorrento, coltivato nell’omonimo comune in provincia di Napoli, dalla polpa carnosa e dal sapore dolce e delicato; ha grosse dimensioni ed è di forma rotondeggiante. Viene utilizzato crudo per la preparazione di insalate, prima tra tutte la famosa “caprese”, preparata con mozzarella, olio e basilico.

Oltre ad essere molto utile in cucina, il pomodoro può aiutarci a stare meglio grazie alle sue proprietà antiossidanti, vitamine e betacarotene.

 

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Infine una bella porzione di frutta, da consumare dopo il pasto o, se si preferisce, come spuntino.

Tra i prodotti del periodo troviamo la melannurca campana I.G.P., uno dei prodotti tipici campani più apprezzati in tutta Italia, e non solo. La melannurca,  raccolta proprio nel corso del mese di settembre, è coltivata principalmente in due zone, quella di Sant’Agata dei Goti e quella del giuglianese.
Sono molte le proprietà benefiche della Melannurca Campana: è curativa per la calcolosi delle vie urinarie, elimina l’acido urico nonché l’acidità gastrica, abbassa il colesterolo cattivo e rafforza i muscoli, la sua buccia, ricca di cellulosa, aiuta la digestione ed è particolarmente indicata per la dieta dei diabetici, mangiata cruda è astringente mentre cotta è lassativa.

Giunge a piena maturazione in questo periodo anche la pera pennata, prodotta ad Agerola, sui Monti Lattari, in provincia di Napoli. Si tratta di una varietà di pera di colore verde scuro, di forma rotondeggiante e sapore pastoso e dolce. È un frutto particolarmente digeribile e molto gustoso, pur contenendo pochissime calorie e per questo si presta bene a regimi dietetici, anche per il suo alto contenuto di fibra. Il consumo di questo frutto aiuta poi la regolazione della pressione sanguigna, favorisce l’abbassamento del colesterolo e ha un benefico effetto pulente sull’intestino, combattendo così la stitichezza. La pera si distingue anche per l’alto contenuto di potassio e una discreta presenza di vitamina C.

 

Non sempre mantenere un regime alimentare sano vuol dire mangiare poco, male o addirittura digiunare: con questo articolo vi abbiamo dimostrato che si può mangiare bene e sano ma soprattutto con gusto!
Basta seguire uno stile alimentare fatto di regole e di abitudini ispirate alla tradizione mediterranea, sfruttando i tanti prodotti che la nostra terra di offre.

 

 

Vacanze in Costiera Sorrentina

Il nostro viaggio tra le bellezze della Costiera sorrentina continua…
Meta

Il piccolo borgo di Meta si trova nella parte finale della costiera sorrentina e proprio la sua posizione geografica ha dato il nome a questo luogo. Infatti, la chiesa più importante del paese, la Basilica della Madonna del Lauro, è stata costruita sui resti di un antico tempio dedicato alla dea Minerva che segnalava il punto finale della penisola. Ed è proprio la chiesa del Lauro ad annunciare ai visitatori provenienti da Punta Scutolo, l’arrivo nel comune di Meta.

Meta offre ai visitatori non solo panorami mozzafiato ma anche prodotti enogastronomici di eccellenza. L’intera costiera sorrentina, infatti, può vantare la presenza di una serie di aziende biologiche che accrescono l’importanza del territorio.

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Vico Equense

Il territorio di Vico Equense è il più esteso della Penisola sorrentina perché comprende, oltre la cittadina omonima, una serie di piccoli borghi, detti Casali, posti su morbide alture fitte di agrumeti, viti ed olivi e sorti come estremo rifugio degli abitanti di queste zone.

In effetti, Vico Equense era priva di qualsiasi costruzione difensiva e per questa ragione fu preda di numerosi attacchi. Fu solo alla fine del XIII secolo che la città fu circondata da mura difensive e fu costruito il castello Giusso, una struttura militare e residenziale. La tradizione vuole che il castello sia stato edificato da Carlo II d’Angiò, con lo scopo sia di difendere il piccolo borgo di Vico Equense, sia di utilizzarlo come residenza estiva; tuttavia l’ipotesi più accreditata è che il maniero sia stato costruito dal feudatario Sparano di Bari, ottenendo anche un finanziamento dal re angioino.

Nel corso degli anni la struttura ha subito notevoli mutamenti che ne hanno alterato l’aspetto originario. Oggi viene utilizzato per cerimonie, meeting ed esposizioni d’arte. Della sua fisionomia originale rimane ben poco, solo parte della cinta muraria ed una terrazza sul mare.

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Per i turisti che fanno tappa a Vico Equense vi è anche la possibilità di visitare alcuni importanti musei:

  • Museo Mineralogico Campano: la struttura culturale è stata inaugurata il 22 ottobre del 1992 e costituisce uno dei musei scientifici più importanti della Regione Campania per il numero, la varietà e la rarità dei campioni esposti.
  • Antiquarium “Silio Italico”: Il museo ospita circa 200 reperti di varie civilta (greca, etrusca, italiche) disposti in tre sale, testimonianza dell’antico insediamento urbano che comprende un periodo che va dal VII al III secolo a.C. Il moderno allestimento attraverso pannelli didattici ricostruisce anche le vicende della Necropoli dove, in varie fasi a partire dal 1956, sono state rinvenute circa 200 tombe.
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Il territorio di Vico Equense e della Penisola Sorrentina in generale vanta una lunga tradizione di cultura cinematografica. Per tale ragione è stata allestita una mostra permanente della cultura filmica con l’intento di creare un vero e proprio “Museo del Cinema del territorio e della Penisola Sorrentina” ove sia possibile ripercorrere, attraverso centinaia di immagini, manifesti, documenti d’epoca e testimonianze multimediali, quella che appare come la vera epopea del cinema nel territorio.

L’importanza che il cinema riveste sul territorio è ulteriormente testimoniata dal Social World Film Festival, la Mostra Internazionale del Cinema Sociale, un festival che vuole coniugare la passione per il cinema dei giovani con importanti temi sociali, il tutto nella splendida cornice della Costiera Sorrentina. Quest’anno la 8a edizione si terrà dal 29 luglio al 5 agosto a Vico Equense.

Il Social World è promotore del primo ed unico monumento al cinema in Italia, The Wall of Fame che raccoglie gli autografi dei grandi della cinematografia italiana ed internazionale.

Castellammare di Stabia

Castellammare di Stabia trae il suo nome dalla presenza del Castello Medievale che sorge a 101 metri di altitudine e sovrasta il paese e il Golfo di Napoli. Edificato dal Duca di Sorrento come fortezza di frontiera del suo dominio, fu restaurato da Federico II di Svevia e poi ricostruito dagli Angioini. Non più adatto alle esigenze difensive del tempo, fu rifatto e rinforzato da Alfonso D’Aragona. Ancora funzionante nei secoli del viceregno spagnolo, cominciò a declinare nel XVIII secolo.

Da quel momento non si hanno notizie esatte del Castello ma si sa solo che fu abbandonato divenendo un rudere fino agli anni 1930, quando il castello fu acquistato da Eduardo De Martino, il quale ne iniziò il restauro che fu completato dal figlio. Oggi quindi è proprietà privata e lo si può vedere solo dall’esterno o durante gli eventi che vengono organizzati durante l’anno.

Una curiosità divertente che riguarda il territorio sorrentino coinvolge il munaciello o monaciello, uno spiritello leggendario del folclore napoletano, di natura sia benefica che dispettosa, che viene generalmente rappresentato come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura.

La figura del munaciello è molto radicata nella cultura di Castellammare di Stabia. Basti pensare che gli è stata intitolata una strada, «via Monaciello», poiché si dice che in tale luogo egli apparisse per aggredire i malcapitati di passaggio, approfittando del calar della notte.

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La grotta di San Biagio, originariamente dedicata ai santi Giasone e Mauro, è situata ai piedi della collina di Varano. Secondo studi recenti questo Ipogeo, cioè costruzione sotterranea, fu utilizzata dai romani per la costruzione delle loro ville di otium. Difatti questa grotta è costituita da materiale tufaceo, quindi, in origine, avrebbe potuto essere una grotta naturale, ampliata dai Romani per l’estrazione del tufo da costruzione. Secondo un’altra ipotesi, invece, la grotta è nata come strada di collegamento sotterranea tra la spiaggia e la Villa Arianna, che all’epoca si trovavano a pochi metri l’una dall’altra.

Le prime testimonianze di epoca post romana risalgono al V-VI secolo. Secondo alcuni autori questa grotta di epoca romana fu trasformata, forse, dai primi cristiani in catacomba e successivamente in chiesa dai monaci Benedettini, divenendo il centro spirituale della città, arricchito al suo interno da un pregevole ciclo di affreschi di epoca altomedievale. Recenti lavori di restauro hanno svelato l’esistenza di un cimitero paleocristiano.

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Tra i numerosi luoghi della cultura individuati dal MIBACT vi sono sicuramente gli scavi di Stabiae, luogo che aveva un importante ruolo strategico e commerciale già in età arcaica (VIII secolo a.C.). Il maggior addensamento abitativo va collocato tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.). In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorgono numerose ville in posizione panoramica, concepite prevalentemente a fini residenziali, con vasti quartieri abitativi, strutture termali, portici e ninfei splendidamente decorati.

Villa S. Marco prende il suo nome da una cappella dedicata a S. Marco che si trova nelle strette vicinanze. La struttura fu esplorata in epoca borbonica e riportata alla luce intorno alla metà del 1900. Essa conserva intatto il suo impianto, testimoniando il lussuoso abitare in età romana.

Villa Arianna, scavata in epoca borbonica, rivela un impianto particolare, fortemente condizionato dall’andamento del pianoro su cui si erge. Della villa si conservano, tra gli altri ambienti, il triclinio, con le pitture che si riferiscono al mito di Arianna, e l’atrio dal quale sono stati staccati eleganti quadretti di figure come quello della Flora. Gli affreschi, con frequenti soggetti di miniature, rivelano la finezza e la perizia di realizzazione.

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La penisola sorrentina, oltre alle numerose bellezze già citate, vanta una serie di spiagge Bandiera blu 2018, titolo che ne certifica la qualità ambientale, accrescendo il valore del territorio.

Consultate il nostro dataset completo con tutte le spiagge Bandiera blu 2018 in Campania per scegliere la vostra prossima meta da visitare!

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Il team di Hetor vi augura buone vacanze! Arrivederci a settembre.

Vacanze in Costiera Sorrentina

Questa volta Hetor vi propone un itinerario tra le meraviglie della Costiera sorrentina, tra arte cultura ed enogastronomia…
Un viaggio da non perdere!

 

Massa Lubrense

Il nostro viaggio parte da Massa Lubrense, una tra le mete turistiche più famose d’Italia grazie ai suoi splendidi scenari naturalistici e alle sue antiche tradizioni radicate nel territorio.

Tra i numerosi e ridenti casali che la compongono, l’antico borgo dell’Annunziata rappresenta il più ricco di memorie storiche. Distrutto dagli Angioini e ancora dagli Aragonesi, fu parzialmente riedificato nel Cinquecento. Anche le mura furono rifatte dopo la catastrofe del 1558: ancora oggi si può ammirare parte dell’antica cinta muraria che sorgeva attorno al Castello Aragonese. Della struttura difensiva restano una torre cilindrica ed i bastioni, ma la veduta che si gode dal castello è tra le più suggestive della Costiera Sorrentina.

Il 6 luglio il Castello è stato riaperto al pubblico ed è possibile visitarlo dal venerdì alla domenica dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00.

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Il territorio di Massa Lubrense è conosciuto anche per la presenza di paesaggi naturali incontaminati; ricordiamo, infatti, che il territorio comprende la Baia di IerantoPunta Campanella. Se ve li siete persi, potete trovare tutte le curiosità che riguardano questi luoghi negli articoli precedenti.

 

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Tra i prodotti di eccellenza che troviamo nella zona sorrentina sicuramente degno di nota è il limone IGP, utilizzato per gustose ricette come la famosissima delizia al limone o il liquore di cioccolato al limoncello che fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tipici della Campania.

Proprio questa settimana sarà possibile gustare il limone di Sorrento in tutte le sue gustose varianti tipiche durante la Festa dei Limoni che si terrà dal 13 al 15 luglio nel Largo Vescovado a Massa Lubrense.

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Sorrento

Una delle caratteristiche fondamentali della città di Sorrento è la sua particolare disposizione su di un blocco tufaceo a pareti ripide. Il mare a nord e i profondi burroni circostanti sugli altri lati hanno infatti delimitato naturalmente, per molti secoli, la città antica. Ciò significa che il centro antico, di origine greco-osca, ha all’incirca coinciso con l’area compresa nella cinta muraria cinquecentesca (1551 – 1561) ancora oggi diffusamente in vista.

Della cinta difensiva greca rimane la murazione esistente sotto il piano stradale della Porta Parsano Nuova, visibile attraverso una grata. La città romana si è sovrapposta all’insediamento greco osservandone la pianta urbana e la stessa cinta muraria, che è rimasta a difesa di Sorrento durante tutta l’epoca medievale fino al 1551, quando ebbe inizio il suo rifacimento, completato soltanto nel 1561, dopo la tragica invasione dei turchi.

La nuova cinta muraria di Sorrento fu realizzata dai vicerè spagnoli che conclusero il piano con un Castello a guardia del Paino verso Napoli. Dopo la demolizione del Castello e delle porte principali a fine ‘800, è rimasto solo il tratto meridionale dell’antica mutazione del ‘500. Oggi, le mura vicereali rappresentano l’unico esempio, nell’Italia Meridionale, di cinta muraria dell’epoca spagnola.

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Nel luogo che oggi ospita il Cimitero civico un tempo sorgeva un Monastero intitolato a San Renato, che ha ospitato Torquato Tasso nel 1577 e dove si pensa che lo stesso santo abbia vissuto anticamente.

L’epoca in cui fu eretto il Monastero di San Renato è estremamente incerta. Secondo alcuni questo avrebbe inglobato un preesistente convento dei monaci di Montecassino, la cui presenza a Sorrento è testimoniata da un documento del 778. Tuttavia, alla fine dell’800 fu deciso di abbattere tutto per costruire il camposanto che porta lo stesso nome dell’antico Monastero.

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Sorrento ha ispirato numerosi artisti, scrittori e registi; tra le numerose canzoni dedicate a questa città, la più conosciuta è sicuramente Torna a Surriento, che fu cantata nel testo e nella musica attuali per la prima volta nel 1904 a Napoli, in occasione della Piedigrotta Garibaldi.

Inoltre, nel 1955 Sorrento costituì il set principale del film Pane amore e… per la regia di Dino Risi e con Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Piano di Sorrento

Piano di Sorrento si estende lungo la parte centrale della Penisola ed è racchiuso fra le due coste, quella meridionale, amalfitana, che si affaccia sul Golfo di Salerno, e quella settentrionale, sorrentina che si affaccia sul Golfo di Napoli. Ai tempi dei romani, questa zona veniva denominata Planum o Planities. Era infatti un territorio piano posto ad est del Municipium romano di Sorrento.

La città ospita il Museo archeologico territoriale della penisola sorrentina Georges Vallet, inaugurato il 17 luglio 1999, che è nato con l’intento di raccogliere i reperti archeologici ritrovati nella penisola sorrentina, fino a quel momento divisi tra vari musei.

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Il vino in Penisola Sorrentina ha una storia antichissima, basti pensare che già Plinio e Marziale nei loro scritti parlano della fabbricazione di speciali anfore costruite per contenere il nettare di Bacco. In particolare, vi sono due vitigni che hanno caratterizzato nei secoli la produzione vinicola della Penisola Sorrentina: il San Nicola, che lega il suo nome a un vino dal gusto amabile e dal bouquet molto delicato, riscontrabile solo sul territorio delle coste sorrentine e amalfitane; l’altro tipo di uva è la sanginella, riconoscibile da acini duri, grandi e ovali dal gusto particolarmente gradevole. Tuttavia, questi due vitigni originari, nell’ottica della trasformazione delle colture, stanno scomparendo per dare luogo a nuove vigne.

Piano di Sorrento è uno dei comuni compresi nella zona di produzione delle uve destinate al vino DOC “Penisola Sorrentina” ed è uno dei maggiori produttori, come è possibile vedere anche dalla datalet:

 

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Sant’Agnello

Oltre al vino, la costiera sorrentina offre tanti generosi prodotti dell’agricoltura, dalle noci alle arance, passando per i limoni IGP ed il famoso olio d’oliva DOP che hanno da tempo raggiunto una notorietà che supera i confini nazionali.

A Sant’Agnello, in particolare, viene coltivato il pomodoro sorrentino, che è un ortaggio da mensa rotondeggiante e costoluto, di colore rosso con sfumature verdi alla raccolta, dal sapore dolce e delicato.

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Sant’Agnello è un piccolo centro compreso tra i comuni di Piano di Sorrento e Sorrento. Anche se divenuto autonomo solo nel 1866, la sua storia affonda le radici nella preistoria. Lungo la costa ancora oggi sopravvivono importanti testimonianze archeologiche, fra cui la peschiera sottostante il promontorio di Punta san Francesco, a cui si accede attraverso un sentiero scavato in parte nel costone tufaceo e che collega il mare con Villa Nicolini, una splendida dimora costruita all’inizio del Novecento e recentemente ristrutturata.

Altre importanti testimonianze del passato sono la calata a mare de “Il Pizzo”, forse l’ultimo grande polmone verde della penisola sorrentina sottratto alla cementificazione selvaggia degli ultimi decenni, e l’approdo del Golfo del Pecoriello, un meraviglioso angolo di natura selvaggia dominato dalla splendida villa che fu dello scrittore americano Francis Marion Crawford che scelse di vivere a Sant’Agnello e dove ancora oggi riposa.

La prima parte del nostro tour finisce qui… ma non temete, torneremo la prossima settimana per completare il viaggio tra le bellezze della Costiera Sorrentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Ecco la seconda parte del viaggio intrapreso settimana scorsa tra le bellezze del Parco Regionale del Matese: luoghi selvaggi, paesaggi mediterranei, grotte, aree archeologiche, borghi suggestivi e prelibatezze della tradizione locale.

 

In visita alle fortificazioni del luogo

Sappiamo che la Campania è una terra ricca di bellezze storiche ed architettoniche che si sposano perfettamente con le meraviglie naturali di questa regione.

 

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Fra i luoghi di maggior valore storico, è di dovere annoverare i suoi castelli. In particolare, l’area del Matese ne è ricca: con l’arrivo dei Saraceni, i centri si arroccarono tutti sui rilievi, in posizioni più riparate. La maggior parte di questi borghi conserva ancora perfettamente l’antica struttura medievale: le porte di accesso, le mura, le chiese, i castelli.

Uno degli esempi più significativi è il Castello di Prata Sannita, costruito nel XII secolo, perfettamente conservato. Esso è parte integrante di un piccolo borgo ancora parzialmente racchiuso dalle sue mura e si eleva su un costone roccioso che degrada verso il fiume Lete.

Lo stesso accade per il centro storico di Ailano, che conserva una struttura tipicamente medievale con stradine strette e tortuose che hanno origine dall’imponente castello medievale, costruito prima dell’anno 1000 sui resti di una villa romana e dotato ancora oggi di una possente torre circolare con base scarpata.

Altro paese costruito intorno al Castello di origine medievale è Cusano Mutri, dichiarato uno dei borghi più belli della Campania. Esso, infatti, sorge su uno sperone roccioso sull’estremo lembo orientale del massiccio del Matese e conserva ancora il suo fascino medievale, caratterizzato dalle strette stradine, dai portici e dalle case con portali e finestre in pietra lavorata. In piazza Lago sorgeva il Castello che dominava tutta quest’area di cui, oggi, non restano che alcuni ruderi poiché distrutto a causa di un’insurrezione popolare nel XVIII. Sull’origine del castello non si ha alcuna documentazione scritta anche se un forte era già citato nella bolla di papa Felice III che nel 490 elesse il primo parroco della chiesa di san Pietro, sita appunto presso le mura del castello.

Su un colle che domina gli abitati circostanti si trovano il Castello di Gioia Sannitica, di cui oggi restano cospicui resti su un’altura isolata in contrada Caselle, e il Castello di Letino, sito a 1200 metri sul livello del mare. Quest’ultimo si trova racchiuso in una poderosa cinta muraria, al cui interno si trovano il Santuario di Santa Maria del Castello e il cimitero del comune.

Cinto da possenti mura è anche il Castello di Cerreto Sannita, poco distante dall’attuale centro abitato, mentre nel cuore del borgo antico si trova il Castello di Faicchio: oggi location per matrimoni, risale al XIII secolo, come recita l’epigrafe posta sul portale d’ingresso ma fu ristrutturato e trasformato dal nobile napoletano Duca Gabriele De Martino.

Tra gli altri, si ricordano anche il Castello di Capriati a Volturno, facilmente individuabile grazie all’alta e possente torre circolare, il Castello ducale dei Gaetani d’Aragona di Piedimonte Matese, la torre di Pietraroja e il Castello del Matese, di cui si ammirano ancora le torri circolari con base a scarpa e dei tratti delle mura della fortezza.

Infine, posto tra i  comuni di Sant’Angelo d’Alife e di Raviscanina, si trova il Castello di Rupecanina, strategicamente ben posizionato nell’ambito dell’assetto viario della Media Valle del Volturno.

 

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Prelibatezze e prodotti naturali del territorio da assaggiare assolutamente

Immancabile dopo una visita alla bellezze del territorio, una sosta rigeneratrice. È questo il momento giusto per assaporare le prelibatezze che questa terra offre.

Sopra ogni cosa, visto anche il notevole sviluppo della pastorizia in queste aree, bisogna gustare i formaggi tipici: la marzellina, anche detta ricotta di pecora del Matese, o meglio Récotta Sécca, è frutto del lavoro delle popolazioni dei monti del Matese, che tradizionalmente e storicamente sono sempre state popolazioni di pastori, testimoniato dal grande numero di aziende ovine presenti sul territorio.

Prodotta in tutte le aree montane del Massiccio del Matese, ma soprattutto nei Comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese, è ottenuta dalla successiva lavorazione del siero di latte di pecora, residuo della lavorazione del pecorino, appena dopo l’estrazione della cagliata; la ricotta viene raccolta e versata in fuscelle cilindriche dove permane per 24 ore e poi, viene estratta, salata e messa ad asciugare su ampi tavole di legno di faggio; successivamente viene conservata in barattoli ermetici con l’aggiunta di poco olio e foglioline di pimpinella, cioè timo essiccato, a volte aromatizzate solo in superficie con del peperoncino.

Altro formaggio, prodotto principalmente nei comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese è la stracciata del Matese, altresì detta Stracciata ré Matese, il cui nome deriva dal gesto di “stracciare” la pasta che da forma al prodotto. Il sapore è piacevole, dolce e delicato; viene consumato fresco di giornata. Si differenzia dalla Stracciata irpina per la maggiore consistenza e per la forma data al prodotto, a mo’ di cordone, di dimensioni variabili e di peso che arriva fino ad 1 kg.

Altri formaggi tipici della zona sono: il formaggio duro e il formaggio morbido del Matese, il pecorino e il caso maturo.

 

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Da ricordare anche il prosciutto di Pietraroja, dall’aroma delicato ed inconfondibile, prodotto nell’omonimo comune del beneventano. Questa bontà è famosa e rinomata da secoli: in una collezione di stampe dell’archivio del Regno di Napoli il simbolo di questo piccolo paese del Beneventano rappresenta una donna con un prosciutto, mentre nel 1917, Antonio Iamalio, nella sua descrizione della provincia di Benevento, ci dice che “Fiorente vi è principalmente l’allevamento dei suini, donde i rinomati prosciutti di Pietraroja”. Purtroppo oggi la sua produzione si è ridotta di molto ed è per lo più destinato al consumo familiare.

Sempre nell’area di Pietraroja e di Cerreto Sannita crescono i virni, funghi tipicamente primaverili, molto ricercati per le ottime caratteristiche organolettiche. Le aree di crescita nella zona sono chiamate vernere, spesso caratterizzate da un’area a forma “di ferro di cavallo” con il colore dell’erba più scuro, fenomeno attribuito dalla fantasia popolare al passaggio di una janara, una strega. I virni sono presenti nei menù di tutti i ristoranti tipici della zona nel periodo di raccolta, regalando piatti come tagliatelle, frittate o uova strapazzate con formaggio, ma vengono consumati anche crudi.

Prodotto coltivato nell’area da almeno un secolo è la patata nera del Matese che costituiva la base dietetica delle popolazioni locali più povere, alimentando, in passato, un fiorente commercio che raggiungeva le città di Napoli e Caserta, che purtroppo oggi è quasi scomparsa: l’abbandono delle coltivazione a favore della pastorizia estensiva è sempre più frequente.

Veniva utilizzata soprattutto per minestre e, insieme ad altre varietà locali, è ingrediente base anche del pane di patate, ancora prodotto a Cusano Mutri. Veniva fatto in tutte le case, costituendo l’alimento base per ogni famiglia: di antica origine, la sua preparazione ed i suoi ingredienti sono rimasti pressoché identici ed invariati. Viene prodotto e consumato soltanto a livello locale, anche se è molto apprezzato dai visitatori delle sagre che hanno luogo nel comune di Cusano Mutri in estate.

Contestualmente alla raccolta dei tuberi viene seminata la segale sécena: un tempo impiegata per la panificazione, oggi viene utilizzata per l’alimentazione, soprattutto invernale, del bestiame.

Per chi volesse gustare un buon piatto di pasta della tradizione consigliamo i carrati: pasta fresca di grano duro realizzata lavorando rettangoli di pasta da cui si ricavano pezzetti di lunghezza variabile che vengono arrotolati, trainati o “carriati”, da cui il nome, con un veloce gesto delle dita unite attorno ad un ferretto, il quale è patrimonio di ogni famiglia e fa parte del corredo delle spose. Vengono conditi con ragù di pecora o gallina, ragù di carciofi, ragù di pomodoro con pecorino stagionato e noci. I carrati sono, nella tradizione pietrarojana, un cibo rituale, connesso alla stagione di semina del grano: la lunghezza del carrato, dovuta all’abilità della massaia, era direttamente proporzionale alla lunghezza delle spighe raccolte.

Prodotto tipico da assaggiare giunti a Sant’Angelo d’Alife sono i biscotti dell’Angelo, taralli dalla consistenza morbida e dal gusto delicato. È a tutti gli effetti un cibo rituale: non è confezionato a scopo di vendita ma solo per la festa di San Michele Arcangelo, celebrata il 29 settembre nell’omonimo santuario e relativa grotta dedicata al santo.
Un’altra ricetta che si tramanda di generazione in generazione è quella dei taralli di San Lorenzello.

 

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Anche la cipolla Alifana presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate: ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda. Vengono vendute e conservate nelle caratteristiche nzerte, intrecci realizzati con le foglie essiccate, da tenere rigorosamente appesi. La cipolla alifana viene utilizzata nella cucina tradizionale locale per la preparazione di minestre con fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.

Tra gli altri prodotti coltivati e prodotti all’interno dell’area del Massiccio del Matese troviamo:

  • la castagna Jonna, chiamata così da un termine che in dialetto significa “bionda” poiché ha una buccia con striature chiare: è la castagna che viene ampiamente utilizzata per la produzione dei buonissimi marron glacè;
  • il granturco di Gallo Matese, utilizzato per l’alimentazione umana e mai per l’alimentazione animale, per la produzione di polenta anche nella tradizionale forma del frattaccio;
  • il timo delle coste del monte Mutria, che cresce spontaneo in quest’area, viene utilizzato per tisane o per condire minestre ed arrosti, ma anche per la concia di formaggi e ricotta essiccata;
  • il fagiolo di Gallo Matese, ecotipo locale, ottimo per zuppe, minestre, oppure con il frattaccio, polenta raffreddata e tagliata in pezzi schiacciati;
  • il cece e le lenticchie di Valle Agricola, molto pregiati, dal sapore intenso, sono sfruttati soprattutto essiccati per la preparazione di piatti della cucina tradizionale locale.

L’area del Matese è da sempre considerata pura ed incontaminata, posta nel cuore della Campania, e da sempre ha destinato parte dei suoi terreni alla coltivazione della vite.

Sannio, Falanghina, Beneventano, sono solo alcuni esempi di vini con denominazione D.O.C., D.O.P. e I.G.T. che vengono alla luce proprio in questo territorio.

 

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In alcune aree la vite e la sua epoca vegetativa, scandiscono il tempo della vita della comunità locale, in particolare nelle aree tra il massiccio del Matese e il Taburno, e dalle pendici del Taburno al fiume Calore.

 

Dopo aver letto di questa terra e di tutto ciò che offre non vi è venuta voglia di ammirarla in tutta la sua bellezza?

Buona visita!

Le insolite suggestioni del Piedirosso

Dopo l’Aglianico, il Piedirosso è il vitigno autoctono a frutto rosso più diffuso in Campania. La sua zona di coltivazione principale sono i Campi Flegrei, dove rappresenta il vitigno prevalente.

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Il suo nome dialettale, Per’ e palummo, deriva dalla forma e dal colore rosso degli acini che ricorda la zampa dei colombi, anche se è stato conosciuto per molti anni come Piede di Palombo: il vitigno sarà conosciuto come Piedirosso solo dal 1909.

Il Piedirosso ha origini antichissime ed era già noto ai tempi della Campania felix di Orazio e viene decantatato come nettare prelibatissimo nel Naturalis Historiae di Plinio.

Le caratteristiche che questo nobile vitigno esprime nei Campi Flegrei sono uniche se non rare: è molto vigoroso, con maturazione medio-tardiva nei primi 20 giorni di ottobre. Le rese sono nella media o basse, ma costanti. Presenta grappoli di dimensioni medio-grandi, a forma piramidale e a spargolo. I chicchi sono di media grandezza, sferici, con alte concentrazioni di pruina sulla spessa buccia di colore rosso-violaceo. Inoltre una sua caratteristica è la bassa e delicata componente tannica, che lo rende poco adatto all’affinamento in legno.

 

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Possiamo trovarlo vinificato in purezza oppure in uvaggio con altri vitigni locali quali l’Aglianico o lo Sciascinoso. In Campania è coltivato soprattutto nelle province di Napoli e Caserta. La produzione è consentita per la denominazione Campi Flegrei sul territorio dei comuni di Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto e parte di Marano di Napoli.

 

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Il vino che si ottiene dal vitigno Piedirosso è di colore rosso rubino, intenso. Al palato è fruttato, floreale, tannico, fine. È un vino che si beve facilmente e piacevolmente. È un vino decisamente secco e di buona sapidità, che si abbina al meglio con paste al pomodoro, parmigiana di melanzane, carni bianche al forno con patate, ma è adatto anche alla cucina di mare, zuppe di pesce.

 

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Caratteristiche organolettiche:

Rosso
• colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento
• odore: intenso caratteristico
• sapore: asciutto, armonico
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%. Il riserva ha un titolo alcolometrico totale minimo non inferiore al 12% dopo un periodo di invecchiamento di due anni.

Rosato
• colore: da rosa tenue a rosa cerasuolo
• odore: intenso, complesso, fine, fruttato
• sapore: secco, morbido, fresco, sapido
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%

Passito
• colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento
• odore: intenso, gradevole,caratteristico
• sapore: dal secco al dolce, armonico, morbido, caratteristico
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 17,00%, di cui almeno il 12,00 % per il dolce e 14,00% per il secco

Top 5 Agro Nocerino – Sarnese

I 5 prodotti tipici dell’Agro Nocerino – Sarnese

L’agro Nocerino – Sarnese, anche conosciuto come Valle del Sarno, è un’area della Campania situata nella piana del fiume Sarno, a metà strada tra Napoli e Salerno. I comuni che lo compongono ricadono in maggioranza nella provincia salernitana e solo due nella provincia di Napoli.

La zona, che rappresenta uno dei polmoni dell’agricoltura campana, comprende i comuni di Angri, Castel San Giorgio, Corbara, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, San Marzano sul Sarno, San Valentino Torio, Sant’Egidio del Monte Albino, Sarno, Scafati e Siano.

In quest’area si coltivano numerosissimi prodotti tipici certificati, come il carciofo pignatella, la patata novella campana e la percoca gialla di siano ma oggi vi vogliamo parlare dei 5 che, a nostro avviso, rendono questo territorio davvero ricco.

 

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Pomodoro San Marzano D.O.P.

Iniziamo questa top 5 con uno dei prodotti immancabili sulle tavole e nei territori dell’agro: il pomodoro San Marzano D.O.P.
Il pomodoro San Marzano è una varietà di pomodoro riconosciuta come prodotto ortofrutticolo italiano a Denominazione di Origine Protetta a partire dal 1996 ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1236/96.

Il nome proviene dalla città di San Marzano sul Sarno. Secondo le teorie più diffuse, infatti, il primo seme di pomodoro arrivò in Campania nel 1770 come dono del viceré del Perù al re di Napoli e fu piantato nell’area corrispondente all’attuale comune di San Marzano sul Sarno.
In questo territorio il pomodoro trovò una serie di fattori che gli consentirono di attecchire bene, come il clima mediterraneo, il suolo vulcanico ed estremamente fertile.

Questo prodotto si presenta come una bacca di forma cilindrica allungata non uniforme, di colore rosso molto acceso; la polpa è compatta e non contiene molti semi, mentre la buccia è molto sottile e facilmente staccabile.

Esso è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per le sue caratteristiche, che lo rendono particolarmente adatto non solo per l’utilizzo a crudo ma anche per gli usi dell’industria di trasformazione agroalimentare, nell’ambito della quale viene usato per preparare pelati e conserve alimentari.
Oltre ad essere molto utile in cucina, il pomodoro San Marzano possiede proprietà antiossidanti, vitamine e betacarotene.

Il Consorzio del Pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino Sarnese ha proposto nel 2017, con l’aiuto di alcuni deputati, il riconoscimento del pomodoro D.O.P. e dei siti di relativa produzione quali patrimonio culturale nazionale.

Nonostante la produzione principale ricada nella Valle del Sarno, tra i paesi produttori ci sono anche alcuni comuni della provincia di Napoli, come Striano, Poggiomarino e Pompei, e un comune della provincia di Avellino, Montoro.

Cipollotto Nocerino D.O.P.

Altro prodotto D.O.P. dell’Agro Nocerino – Sarnese, riconosciuto nel 2008, è il Cipollotto Nocerino. Di recente è stato costituito anche il relativo Consorzio di Tutela.

La zona di produzione del Cipollotto Nocerino D.O.P. è concentrata in 21 comuni: Angri, Castel San Giorgio, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, Sarno, San Marzano sul Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, San Valentino Torio, Scafati, Siano, in provincia di Salerno. Boscoreale, Castellammare di Stabia, Gragnano, Poggiomarino, Pompei, Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, Striano e Terzigno nella città metropolitana di Napoli.

Esso viene prodotto nel territorio della Valle del Sarno da circa 2000 anni. Le prime testimonianze riguardano la Pompei antica: cipolle bianche e piccole, pressoché identiche a quelle riferibili al cipollotto Nocerino, sono raffigurate nei dipinti del Larario del Sarno, la cappella dove erano custoditi i Lari gli Dei protettori della Casa. All’interno del dipinto troviamo la raffigurazione del fiume Sarno, mitizzato con sembianze umane, il quale protegge la produzione dei cipollotti che vengono trasportati con una barca sulle sue acque fino alla città di Pompei. Anche a Pompei, infatti, come in Egitto e in Grecia, la cipolla era considerata una identità sacra, grazie ai suoi effetti benefici e curativi.

E’ chiaro che l’Agro Nocerino – Sarnese, per la sua origine vulcanica e l’elevata fertilità, fosse un territorio ideale per la produzione del cipollotto, che viene coltivato e commercializzato tutto l’anno.

Le sue caratteristiche sono la taglia medio – piccola, il bulbo di forma cilindrica, schiacciata ai poli, colore bianco delle tuniche interne ed esterne, colore verde intenso delle foglie, e il sapore dolce, che lo rende particolarmente indicato al consumo fresco. Inoltre, esso ha importantissime proprietà terapeutiche; è diuretico, depurativo, tonificante, ipoglicemizzante, ipotensore.

Per questi motivi il cipollotto è molto richiesto sui mercati nazionali ed internazionali, gustato quasi sempre fresco accanto ad insalate verdi o pomodori, ma anche ingrediente per primi piatti o per insaporire le portate.

Tra le antiche ricette, oggi divenute tipiche regionali, quella della Terrina Lucreziana (Patellam Lucretianam) che Lucrezio Caro citava nel suo De Rerum Natura.

 

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Arancia di Pagani

L’arancia di Pagani, chiamata Portualle ‘e Pagani in dialetto, è un tipo di arancia bionda coltivata nell’agro Nocerino-Sarnese e in particolare nei comuni di Pagani e S. Egidio di Monte Albino.

La sua coltivazione risale, con tutta probabilità, alla Cina anche se venne importata in Europa dai portoghesi nel XVI secolo e nel territorio della Valle del Sarno solo nel XIX. Documenti storici, infatti, attestano che in questa zona furono impiantati i primi aranceti specializzati nel 1845 con prevalenza di varietà di arancio biondo comune.

Della sua importazione ad opera dei mercanti portoghesi resta traccia anche nel suo nome in dialetto portualle, la cui etimologia accomuna il dialetto napoletano ad altre lingue, come il turco ed il greco, e dialetti, come il calabrese o il siciliano.

Le motivazioni sono da ricercare nella particolare predisposizione dei terreni, di origine vulcanica o alluvionale, sia nel clima particolarmente favorevole.

Ciò che distingue l’arancia di Pagani dalle altre varietà locali è la sua maturazione nella tarda primavera. Il colore della sua buccia va dall’arancio brillante ad un giallo tendente all’ocra.

La parte commestibile è costituita dal frutto che si consuma fresco oppure trasformato. Viene comunemente usato per fare spremute, marmellate, dolci, gelati, sorbetti, liquori, ecc. La buccia viene spesso tritata e usata come aroma in vari piatti; candita è ottima e viene utilizzata come ingrediente per numerosi dolci tradizionali specialmente del Sud Italia.

L’arancia di Pagani viene, inoltre, utilizzata anche per le sue numerose proprietà benefiche: è ricca di vitamine e sali minerali, è antiossidante ed utile in casi di disturbi intestinali e per il sistema immunitario. Inoltre il contenuto in zuccheri, rispetto ad altri frutti è relativamente basso, quindi può essere consumata con una certa tranquillità anche da persone sofferenti di diabete.

Finocchio di Sarno

Nei terreni dell’agro Nocerino – Sarnese, particolarmente fertili, si coltiva anche un altro prodotto che prende il nome proprio da questo territorio: il finocchio di Sarno.

Questo P.A.T., dalle pregevoli caratteristiche organolettiche, che derivano proprio dalla zona di produzione, è caratterizzato dal grumolo rotondo, di media pezzatura, con guaine molto spesse e carnose, interamente bianche.

E’ una varietà eccellente per quanto riguarda la produttività, la qualità e l’uniformità del prodotto, quasi privo di scarto. Si distingue per la consistenza lenta a montare, molto tollerante e resistente alle basse temperature. La sua semina avviene durante il mese di luglio mentre la raccolta tra novembre e dicembre.

Questo finocchio, di grande qualità, risulta essere molto apprezzato sul mercato, sia per il consumo a crudo che per essere brasato, lessato o gratinato, portando a tavola un contorno sostanzioso e ricco di sapore.

Si distingue dagli altri tipi di finocchio per l’utilizzo dei suoi semi, oltre che per la riproduzione, nel campo della farmacopea e della distilleria, mentre le stesse foglie vengono utilizzate per aromatizzare in cucina.

 

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Peperoncini Friarielli Noceresi

L’ultimo prodotto di cui vi parliamo in questa rubrica è il Peperoncino Friariello Nocerese.

È un peperone con frutti di forma corno-conica, con l’estremità schiacciata e plurilobata, si consuma di colore verde (frutto immaturo). Ha una pianta erbacea annuale, con fusto eretto e ramificazioni dicotomiche più o meno numerose; le foglie sono alterne, il colore verde più o meno intenso, lisce e glabre, di forma cordata. I fiori, bianchi, sono solitari e raggruppati. Il frutto è una bacca di dimensioni commerciali variabili tra i 6-12 cm di lunghezza e di larghezza.

Coltivato tra aprile e ottobre, e raccolto a mano, il Peperoncino Friariello Nocerese si distingue per il sapore dolce e l’aroma intenso.

Secondo la tradizione, questo peperone. è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo, in seguito al suo secondo viaggio in America nel 1493. A seguito dell’opera di selezione da parte degli agricoltori furono probabilmente selezionati solo i peperoni privi di piccantezza, da cui deriva l’ecotipo “friariello Nocerese”.

Esso è consumato sia fresco che trasformato ma, generalmente, fritto in padella con olio e aglio.

Il nome di questo P.A.T., tuttavia, può trarre in inganno. In Campania, infatti, il nome friariello (con la “i”) indica le infiorescenze appena sviluppate dalla Cima di Rapa mentre il termine Friarello (senza “i”) indica i peperoni verdi di fiume, famiglia cui appartiene questo prodotto dell’agro Nocerino – Sarnese.

A questo punto i prodotti dell’Agro Nocerino – Sarnese non hanno più segreti per voi. Non vi resta che trovarli e assaggiarli!

 

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Natale in Campania: le specialità della tradizione da non perdere

Il Natale è alle porte e il panettone dietro l’angolo… E se vi dicessi che in Campania ci sono oltre 20 specialità natalizie da poter gustare?! Non vi viene voglia di assaggiarle tutte?!

In effetti, la Campania è rinomata in tutto il mondo per i suoi prodotti tipici, e le ricette per la loro preparazione costituiscono un tesoro inestimabile della tradizione locale.

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Struffoli

Tra le specialità natalizie più conosciute e diffuse nell’intera regione troviamo sicuramente gli struffoli, un dolce antichissimo portato a Napoli dai Greci al momento della fondazione di Partenope. Infatti, l’origine del nome deriva molto probabilmente dal termine greco strongulus che vuol dire “arrotondato”, palese richiamo alla loro forma.

Secondo l’antichissima ricetta, gli INGREDIENTI sono:

  • farina
  • uova
  • burro
  • latte
  • limone grattugiato
  • sale
  • vaniglia o vanillina

PROCEDIMENTO:

L’impasto viene lavorato a lungo per poi essere tagliato in pezzetti piccoli che vengono modellati a forma di palline che vanno fritte in olio e poi miscelate al miele e, infine, guarnite con pezzetti di frutta candita e confetti colorati. Che bontà!

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Roccocò

Un altro dolce della tradizione, immancabile sulle tavole delle famiglie campane nel periodo natalizio, è sicuramente il roccocò.

In questo caso, l’etimologia della parola roccocò rimanda a “roccia artificiale” e si riferisce alla sua particolare consistenza. Si tratta, infatti, di un biscotto secco e molto duro, dall’aspetto quasi marmoreo, di forma circolare, prodotto in tutta la regione.

La ricetta originale prevede i seguenti INGREDIENTI:

  • farina
  • zucchero
  • mandorle (tritate e intere)
  • pepe bianco
  • chiodi di garofano
  • scorze di agrumi canditi
  • buccia grattuggiata di arancio
  • estratto di cannella
  • una goccia di ammoniaca

PROCEDIMENTO:

Per ottenere il roccocò tradizionale, la pasta va lavorata su un piano ampio su cui va disposta la farina “a fontana” al cui centro vanno aggiunti tutti gli ingredienti e, infine, le mandorle precedentemente tostate e tritate, insieme alle altre lasciate intere. La base va lavorata a lungo, aggiungendo continuamente acqua fino ad ottenere una consistenza abbastanza dura da non attaccarsi al piano di lavoro. La pasta ottenuta va divisa in piccoli pezzi che vanno chiusi a ciambella, spennellati con l’uovo e infornati per circa 10 minuti fino a che non raggiungono la tipica colorazione bruna.

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Mustaccioli

In Campania non è Natale senza i mustaccioli! Questi dolci di antichissima tradizione, citati in numerose opere letterarie e teatrali campane, hanno una forma romboidale e, secondo alcuni, il loro nome deriva proprio dalla loro somiglianza ai “mustacchi”, i baffi folti e lunghi che portavano i nobili in passato. Secondo altre fonti, invece, il termine deriverebbe dalla parola “mosto”, un ingrediente usato nelle antiche ricette contadine per addolcire questi biscotti.

I mustaccioli possono avere diversa consistenza, a seconda delle varianti locali, e la ricetta originale prevede i seguenti INGREDIENTI:

  • miele
  • farina
  • acqua
  • lievito
  • cacao
  • miscela di spezie (cannella, chiodi di garofano, noce moscata, cardamomo)

PROCEDIMENTO:

Per ottenere degli ottimi mustaccioli, dopo la lavorazione degli ingredienti, la pasta va lasciata riposare e poi cotta in forno. Alla fine, i dolci vengono ricoperti di glassa al cioccolato o, nelle varianti nate negli ultimi anni, di glassa al cioccolato bianco o una glassa di zucchero e canditi.

Questi sono solo alcuni dei prodotti della tradizione campana che si possono acquistare in tutti i laboratori artigianali durante il periodo natalizio.

Infatti, in pochi sanno che oltre a queste bontà, esistono molte altre prelibatezze preparate appositamente durante le feste natalizie che costituiscono piatti della tradizione di tutta la regione, come:

  • Calzoncelli
  • Susamielli
  • Divino amore

Altri sono prodotti solo in alcune province, ad esempio:

  • Castagna infornata – Avellino
  • Panesillo di Ponte – Benevento
  • Pizza figliata – Caserta
  • Cartellate con mosto – Napoli
  • Pasticella di Acerno – Salerno
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Se siete curiosi e desiderate gustare queste e molte altre specialità, non vi resta che fare un salto in Campania per Natale!
Sarete accolti calorosamente e di sicuro non andrete via a stomaco vuoto!

Inviateci ricette, foto o, ancor meglio, qualche dolcino natalizio.

Buone feste dal team di Hetor!