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Have yourself a merry eating food Christmas

 

Il cibo riveste un ruolo fondamentale nelle nostre vite: ci accompagna dalla mattina presto, con il caffè che beviamo appena svegli, con il piatto di pasta allo scarpariello che improvvisiamo per pranzo, con la pizza che ci consola durante la serata.

Sicuramente il nostro cibo campano tradizionale è parte essenziale delle festività natalizie, si può dire sia quasi il fattore d’aggregazione vincente su tutto il resto.

E difatti la tradizione vuole che  durante i giorni di Natale il cibo in tavola non scarseggi e, a partire dalla cena del 24 dicembre, inizi una carrellata di giorni in cui è il cibo che fa festa: si aprono le danze dell’immancabile tripletta gastronomica delle festività con la cena del 24, seguita a ruota dal pranzo del 25 e dal pranzo del 26 dicembre; chiudono in bellezza il cenone del 31 e il pranzo di capodanno, ma d’altronde come iniziare meglio l’anno se non mangiando?

 

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Ma in realtà si comincia già il 24 a pranzo, perché alla Vigilia di Natale si fa uno spuntino “light” con la pizza di scarole: si tratta di una pizza rustica preparata con la pasta per pizza, ripiena di capperi, olive nere, pinoli, uva passa e ovviamente scarole, cotta al forno. Ne esistono varianti di ogni genere ed è proprio questa particolarità a renderla un piatto unico e speciale. La pizza di scarole è un must della tavola natalizia napoletana e, generalmente, è preparata dalla suocera, dalla mamma, dalla nonna: sa di casa e di tradizione.

Poi, tra uno spuntino e l’altro, ci si avvia verso la cena del 24. Il protagonista del menù è sicuramente il pesce, perché tradizione vuole che la Viglia è di magro, non si mangia carne: i napoletani preferiscono preparare lo stomaco e mangiare leggero in vista della grande abbuffata del giorno dopo.

Tra i piatti più preparati ci sono sicuramente i classici spaghetti con le vongole, i paccheri con l’astice oppure degli scialatielli freschi ai frutti di mare, una frittura di paranza, totani, gamberi e calamari. Immancabili: il baccalà fritto e il capitone.

Infine, per “pulire” il palato, insalata di rinforzo, preparata in genere con cavolo bollito, acciughe salate, olive verdi e nere, giardiniera e pezzi di papaccelle, il tutto condito con tanto aceto.

A conclusione del pasto frutta secca in abbondanza: detta anche o’spass, prevede un assortimento di noci, preferibilmente della penisola sorrentina, mandorle, nocciole campane e poi fichi del Cilento e datteri.

 

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E che cena sarebbe se non si finisse con i tantissimi dolci tipici del periodo di Natale?

Struffoli, roccocò e mustaccioli non sono gli unici dolci consumati sulle tavole campane durante le feste.

Uno dei dolci tipici napoletani per eccellenza sono i raffioli, nati, secondo una leggenda, grazie ad un’idea delle monache benedettine del Convento di San Gregorio Armeno. Le monache, rimaste incuriosite da una tradizione culinaria di origine nordica, ossia dei ravioli di pasta fresca imbottiti, furono ispirate proprio nella creazione di questa bontà, creando dei veri e propri ravioli dolci. Lo stesso nome raffiolo, deriva proprio dalla parola raviolo.

Questa specialità campana è, però, un dolce a base di pan di spagna che, nella versione originale, è ricoperto di marmellata di albicocche e poggia su una base di glassa di zucchero. Nel corso degli anni la sua ricetta ha subito varie modifiche fino a stabilizzarsi nella forma odierna, nella quale il raffiolo è  realizzato con due dischi sovrapposti di  pan di spagna, ripieni di crema di ricotta e zucchero con gocce di cioccolato e ricoperti da un piccolo rombo di zucchero di colore verde; il tutto poi, viene ricoperto da una glassa bianca. Oggi ne esistono tantissime varianti, tra le quali la più diffusa è la versione al cioccolato.

Tra gli altri dolci tipici ricordiamo i susamielli, dei biscotti duri di forma rotonda o a esse, che, preparati in casa, venivano serviti al mattino del giorno di Natale. I susamielli che gustiamo oggi erano, in origine, biscotti a base di mandorle, ricoperti da semi di sesamo per cui venivano chiamati “Sesamelli”.
La ricetta dei susamielli, è quasi completamente identica a quella dei roccocò, ma la loro consistenza è sicuramente più morbida e friabile.

Seppure siano un dolce molto semplice, in Campania se ne distinguono addirittura tre tipologie diverse: il Susamiello Nobile, a forma di ciambella, preparato con farina bianca, che secondo la tradizione veniva offerto ai signori nobili, il Susamiello per gli zampognari, preparato con ingredienti meno pregiati, che veniva offerto agli zampognari che andavano a suonare per le case, ai contadini ed al personale di servizio e, infine, il Susamiello del buon cammino, ripieno di amarena, che veniva offerto ai frati o ai preti.

E durante i giorni le abbuffate in tavola continuano, tra le lasagne e i cannelloni del pranzo di Natale, la minestra maritata di Santo Stefano, e così via, fino ad arrivare all’anno nuovo, sempre in tavola e in buona compagnia.

 

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Oramai, quando si pensa al Natale, si pensa sempre ai lauti pasti che scandiscono il nostro tempo delle festività. E lasciarsi ispirare da un menù natalizio campano può essere una grande tentazione, difficile da resistere anche per i più duri. Per noi campani, che siamo abituati a festeggiare sempre a tavola, anche questa occasione è irrinunciabile: è una tradizione antica che da queste parti si respira durante tutte le feste.

E dunque seguiamo un eloquente detto popolare partenopeo e mangiamo di gusto durante tutte queste feste: “Meglio murì sazio che campà djuno”!

 

 

Buon appetito e Buon Natale da tutto il team di Hetor.