Il Museo Etnografico Beniamino Tartaglia di Aquilonia

Gli Studenti del Liceo A.M.Maffucci di Calitri raccontano la loro esperienza di Alternanza Scuola – Lavoro concentrandosi sulla storia del Museo Etnografico B. Tartaglia di Aquilonia, proponendo iniziative volte alla sua valorizzazione.

Autori: N. Cignerale, F. Daniele, A. Calia, V. Tartaglia, G. Lotrecchiano, E. Balestrieri, A. Coppola, F. Calabrese

Il Museo Etnografico di Aquilonia nasce alla fine del 1996 grazie all’idea del prof. Beniamino Tartaglia e dell’arch. Donato Tartaglia e, infine, realizzato con i contributi economici di provenienza pubblica, ma soprattutto grazie al lavoro e alle donazioni della comunità, sia residente che emigrata.

Il Museo è stato realizzato all’interno di locali nati per ospitare un asilo nido, ma allora in disuso.

Collocato su due piani, il percorso si articola in circa 130 ambienti tematici, con la ricostruzione, tramite un’infinità di oggetti originali, di un gran numero di ambienti di vita e di lavoro, come la scuola o la casa contadina.

Ogni aspetto della vita del passato è documentato e rappresentato in questo museo. Dall’anno di nascita ad oggi sono stati raccolti al suo interno circa 13.000 oggetti donati da gente locale ed emigrati che hanno avuto a cuore di conservare la memoria della loro tradizione culturale. Tutti gli elementi sono collocati in base alla loro funzione nelle apposite sezioni, sia quelli presenti al primo piano che quelli al secondo.

Il primo piano ospita sezioni dedicate alla storia ed ai reperti storici, ritrovati anche nel Parco Archeologico di Aquilonia, risalenti alla vita quotidiana del paese prima del terremoto del 1930, ai suoi usi e costumi e soprattutto alla casa contadina.

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Al secondo piano troviamo una molteplicità di stand dedicati ai vari mestieri, tutt’ora presenti e non, ed altre sezioni dedicate a vari avvenimenti che hanno interessato il paese di Aquilonia tra cui il brigantaggio, la rivolta contadina e l’emigrazione.

 

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Nel vasto panorama dei musei etnografici (circa 1.200 in tutta Italia), l’unicità di questa struttura consiste nell’offrire ai visitatori non collezioni tipologiche di oggetti e attrezzi ma, ricostruiti fedelmente e ricomposti con grande rigore filologico, reali ambienti di lavoro e concreti contesti abitativi.

Anche con l’aiuto di materiale fotografico d’epoca, di video e di pubblicazioni specialistiche (Quaderni del Museo), esso consente quelle attività didattiche che coinvolgono attivamente alunni e studenti e li rendono protagonisti della costruzione del proprio sapere, facendo loro conoscere moltissimi aspetti di un’antica civiltà.

Possiamo definire il Museo Etnografico di Aquilonia un centro di mediazione culturale in grado di trasmettere informazioni ed emozioni e di dare nuova forma ad una nuova istruzione.

Nel varcarne l’ingresso ci si sente come inghiottiti da una macchina del tempo e, affacciandosi su autentici scenari di esistenze realmente vissute, si compie un fantastico viaggio pieno di emozioni e ci si immerge quasi come per magia nelle viscere della vicenda quotidiana di una umanità semplice e operosa, per troppo tempo sfruttata.

Il Museo Etnografico presenta un grande numero di visitatori annuali, nonostante esso sia collocato in un piccolo paese ed in una zona scarsamente collegata con l’esterno: innanzitutto il paese che ospita la struttura non offre scelta di collegamenti di linea né con città limitrofe né con altre fuori regione; in secondo luogo, anche per chi volesse raggiungere il museo con la propria auto, la condizione delle strade non risulta essere ottimale; infine la specificità del museo, ossia quella di essere Etnografico, lo rende poco appetibile per il cosiddetto “turismo di massa”.

Da un lato una possibile soluzione a questi problemi potrebbe essere la messa a disposizione, da parte delle autorità competenti, di mezzi di trasporto di linea in grado di unire più località e di rendere migliori le condizioni delle strade di accesso. Troppe volte il Museo viene trascurato, nonostante abbia al suo interno elementi di grande interesse storico e culturale.

 

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Dall’altro potrebbe essere quello di creare un itinerario tra i paesi confinanti che posseggono attrattive tali da catturare l’attenzione del turista, dato che quest’ultimo non troverebbe mai stimolo nel recarsi in una zona che offre una o comunque poche strutture da visitare, per quanto interessanti. I paesi confinanti offrono un patrimonio ricco e diversificato: Diga San Pietro, Birrificio Serro Croce e Castello baronale (Monteverde); Castello ducale e Museo Archeologico (Bisaccia); Sponz Fest e Borgo Castello (Calitri); Città Romana (Conza della Campania).

Per valorizzare la struttura e gli elementi al suo interno si potrebbero creare nuovi eventi per coinvolgere gli utenti esterni. Un esempio è quanto è stato fatto lo scorso Natale, quando un gruppo di giovani aquilonesi, ha messo in scena una rappresentazione teatrale tra le varie sezioni del Museo; oppure la Festa del Grano, una manifestazione che coinvolge la comunità durante il periodo di Ferragosto in diverse attività tipiche della tradizione, facendole rivivere e conoscere a chi non ha vissuto in quell’epoca.

Tutto ciò avviene grazie anche al coinvolgimento del Museo che fornisce il materiale e gli attrezzi necessari, ad esempio ‘’lu fauciòne’’ e l’antica mietitrebbia per la rappresentazione della Mietitura.

In particolare per quanto riguarda quest’ultima festività si potrebbe ampliare la collaborazione attraverso un’iniziativa che potrebbe far avvicinare i visitatori attraverso attività svolte all’interno del museo stesso.

Sicuramente con il tempo questi eventi potrebbero aumentare, per far sì che sempre più persone vengano a visitare questa struttura che, grazie ai suoi numerosi reperti storici, vuole in qualche modo cercare di far conoscere, ai concittadini e non, le tradizioni antiche di questo paese.

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Il Museo sta costruendo una collaborazione con l’azienda agricola/birrificio SerroCroce di Monteverde: questo rapporto è certamente in grado di completare l’offerta che entrambe la strutture sono in grado di fornire ai propri visitatori, e perciò pare opportuno intensificare sempre di più questo lavoro di squadra.

Inoltre il Museo, per la gestione della propria biblioteca, è legato alla biblioteca di Montevergine, la quale fornisce supporto tecnico. La biblioteca è entrata a far parte del polo di Napoli della rete Nazionale delle biblioteche (OPAC), il che la rende parte di un sistema che appunto è nazionale, mettendola in comunicazione con uno scenario vasto.

Per incentivare se stesso il Museo ha creato un sito web e una pagina facebook; inoltre in loco è possibile trovare brouchure informative o consultare i libri sulla civiltà contadina presenti nella biblioteca. Per le versioni cartacee non è disponibile l’acquisto online né e-book. La creazione del formato e-book potrebbe rivelarsi un valido strumento di promozione. Si potrebbe promuovere la struttura rafforzando il percorso di partecipazione ad eventi fieristici, con lo scopo di catturare l’attenzione dei visitatori per condurli in un territorio ricco di cultura e tradizioni ma non sempre valorizzato.

Il Museo di Aquilonia non si identifica solo come “il luogo in cui sono archiviati i documenti della sconfitta di una cultura legata alla tradizione, ma il centro di attività e percorsi di interesse socio-antropologico, carichi di contenuti. È un grande libro di storia scritto con il linguaggio muto degli oggetti della cultura materiale, che subito affascina e coinvolge. È un affresco onnicomprensivo: non c’è aspetto della vita, anche marginale, che non vi sia rappresentato e documentato. Varcandone l’ingresso, ci si sente come inghiottiti dalla macchina del tempo; e sembra di essere non in un Museo, quali spettatori passivi, ma calati in una realtà vivente.”

Così il Prof. Beniamino Tartaglia presentava entusiasta tempo fa il “suo” Museo e rispondeva alla domanda di un giornalista che gli chiese “Cosa attirava di più i visitatori?”.

In questo modo il Museo viene messo a disposizione ai tanti turisti che ogni anno lo visitano e le loro reazioni emozionanti testimoniano l’originalità dell’articolazione espositiva.

 

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Sicuramente uno degli aspetti che permette al visitatore di capire a fondo le tradizioni e i mestieri antichi presenti nel Museo è quello relativo alle guide: esse infatti offrono la completa assistenza durante la visita del Museo e per chi ha ancora voglia di immergersi nello specifico territoriale c’è la possibilità di un tour il quale prevede la visita al non lontano “Parco archeologico di Carbonara” (la vecchia Aquilonia distrutta dal sisma del 23/07/1930 oggetto di un originale intervento di recupero), ad un altro Museo, situato nel centro antico, il “Museo delle città itineranti”, inaugurato non molto tempo fa e alla badia di San Vito con la sua grande quercia.

Il Museo può e deve essere un attrattore per chi ha voglia di immergersi in un passato che non vuol morire.

L’obiettivo è di continuare a crescere e migliorare poiché il complesso è diventato oltre che un polo culturale, soprattutto un grande attrattore turistico. In un territorio, come quello delle aree interne della Campania, dove l’industria non è mai arrivata, la sfida pensata, ed in parte vinta, è stata quella di puntare alla valorizzazione di quest’ultimo.

 

I siti Unesco in Campania

Continuiamo oggi l’itinerario alla scoperta dei siti dichiarati patrimonio Unesco in Campania, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

 

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Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, con i siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula

Il 1998 è l’anno in cui arriva il riconoscimento per il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, i siti archeologici di Paestum e Velia, e la Certosa di Padula.

Il Cilento, infatti, durante la Preistoria e il Medioevo, è stato il principale crocevia culturale, politico e commerciale, creando un panorama culturale di notevole significato e qualità.

 

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Il Parco

Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, secondo parco in Italia per dimensioni e primo geoparco in Italia, si estende dalla costa tirrenica fino ai piedi dell’appennino campano – lucano, e comprende le cime degli Alburni, del Cercati e del Gelbison, nonché parte del Monte Bulgheria e del Monte Stella.

Esso costituisce il parco mediterraneo per eccellenza grazie alla tipologia ambientale che lo contraddistingue, con lecci, ulivi, pinete e vestigia di tutte le civiltà che hanno attraversato questo territorio, dal Paleolitico agli insediamenti di Paestum e Velia, dagli insediamenti medievali fini alla Certosa di Padula.

Il popolamento floristico del Parco è costituito da circa 1800 specie diverse di piante autoctone spontanee, a cui si aggiungono altrettante comunità faunistiche, tra cui spiccano il falco pellegrino e l’aquila reale.

Elea/Velia

Elea, denominata in epoca romana Velia, è un’antica polis della Magna Grecia, la cui area archeologica è localizzata in contrada Piana di Velia, nel comune di Ascea.

La città nacque nel VI secolo a.C., quando una spedizione di coloni focesi provenienti dalla Turchia giunse sulla costa tirrenica della Lucania e sviluppò una città su un promontorio affacciato sul mare.

Dell’antica città, i cui scavi sono visitabili tutti i giorni, eccetto il martedì, restano numerosi monumenti: l’area portuale, le terme ellenistiche, le terme romane, l’Agorà, l’Acropoli, il Quartiere Meridionale, il Quartiere Arcaico, il teatro romano, Porta Marina e Porta Rosa.

Quest’ultima, di indiscusso valore, è un prestigioso monumento che svolgeva la duplice funzione di collegamento dei due quartieri della città, e di viadotto congiungente le due sommità dell’acropoli.

Tra i motivi che hanno reso Velia patrimonio dell’umanità va, inoltre, menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, tra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e Melisso di Samo.

 

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Paestum

Paestum è un’antica città della Magna Grecia, fondata nel VII secolo a.C. con il nome di Poseidonia, in onore del dio del Mare Poseidone, ma molto devota ad Era e Atena.

Essa si trova nell’area appartenente oggi al comune di Capaccio e la sua estensione è ancora oggi riconoscibile grazie alle mura greche che la cingono. La cinta si sviluppa per circa 4,75 Km e segue l’andamento de banco di travertino sul quale sorge la città. In corrispondenza dei 4 punti cardinali si aprono le 4 porte principali d’ingresso: Porta Sirena, Porta Giustizia, Porta Marina e Porta Aurea.

All’interno della cinta si trovano i resti dell’antica città, che si possono considerare, insieme a quelli di Atene ed Agrigento, i più grandi esempi dell’età classica giunti fino a noi.

In particolare si possono ancora osservare oggi la via Sacra, il Foro e tre Templi:

Tempio di Hera: conosciuto come la “Basilica”, esso è, in realtà, un tempio periptero (9 x 18 colonne) di ordine dorico dedicato molto probabilmente a Era, dea della fertilità, della vita e della nascita. Esso è il più antico dei tre grandi edifici, e appartiene alla prima generazione dei grandi templi in pietra, iniziato intorno al 560 a.C..

Tempio di Hera II: il tempio, conosciuto anche con il nome di Tempio di Nettuno, è assimilabile a quello dedicato a Zeus ad Olimpia, ed è il più grande della città, motivo per cui la sua dedicazione è ancora problematica. Le ipotesi più accreditate lo vogliono dedicato ad Era o a Zeus o ad Apollo; l’attribuzione a Nettuno è, invece, un errore compiuto dagli studiosi nel XIX secolo, ai quali sembrò inevitabile che il tempio più grande fosse dedicato alla medesima divinità protettrice della città.

Tempio di Atena: il tempio, il più piccolo tra gli edifici templari, è l’unico di cui si sa con certezza a quale divinità fosse dedicato, Atena, la dea dell’artigianato e della guerra.

Tra i templi, che sorgono nella parte centrale della città, era collocato il Mercato, cioè la piazza centrale, dove si tenevano le assemblee dei cittadini e si venerava la tomba del mitico fondatore di Paestum; intorno ai templi e al mercato si estendevano poi i quartieri abitativi.

Tra i numerosi ritrovamenti nel sito archeologico, spicca senz’altro la famosa Tomba del Tuffatore, l’unica testimonianza di pittura greca figurativa. Essa prende il nome dalla raffigurazione sulla lastra di copertura: un giovane nudo che si tuffa nell’oceano, immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte.

La tomba sarà visibile fino al 7 ottobre nella mostra “L’immagine invisibile – La Tomba del Tuffatore” presso il Museo dell’area archeologica di Paestum.

Certosa di Padula

Nell’altopiano del Vallo di Diano si trova, infine, la Certosa di San Lorenzo a Padula che, con la sua superficie di 51.500 m², è il più vasto complesso monastico dell’Italia meridionale, nonché uno dei più ricchi di tesori artistici.

I lavori di costruzione della Certosa iniziarono nel 1306 e proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. I Certosini lasciarono Padula nel 1807, durante il decennio francese del Regno di Napoli, allorché furono privati dei loro possedimenti nel Vallo, nel Cilento, nella Basilicata e nella Calabria. Le ricche suppellettili e tutto il patrimonio artistico e librario andarono quasi interamente dispersi e il monumento conobbe uno stato di precarietà e abbandono.

Dichiarato monumento nazionale nel 1882, la Certosa è stata presa in consegna dalla Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno e nel 1982 sono cominciati i lavori di restauro.

Le trasformazioni più rilevanti del complesso risalgono al ‘500 e al ‘600, tanto che lo stile architettonico prevalente è il Barocco, lasciando poche tracce del complesso trecentesco.

La certosa conta circa 350 stanze e numerosi luoghi per il lavoro e la contemplazione, secondo la regola certosina: il chiostro grande (il più grande del mondo), 4 chiostri più piccoli, numerose cappelle, i cortili, la biblioteca, la cucina, le lavanderie, le cantine, la foresteria, la sacrestia, stalle e granai.

Dal 1957 ospita il Museo Archeologico provinciale della Lucania occidentale e, dal 2014, fa parte dei beni gestiti dal Polo Museale della Campania.

 

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I Longobardi in Italia – I luoghi del potere

I Longobardi in Italia: i luoghi del potere è un sito seriale italiano inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio Mondiale nel 2011. La serie comprende sette località in cui sono custodite testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell’arte longobarda:

  • Cividale del Friuli
  • Brescia
  • Castelseprio
  • Spoleto
  • Campello sul Clitunno
  • Monte Sant’Angelo
  • Benevento

A Benevento, in particolare, le testimonianze longobarde riconosciute dall’Unesco sono raccolte nel complesso monumentale che si articola intorno alla Chiesa di Santa Sofia.

Fondata dal duca Arechi II nel 760 sul modello della cappella palatina di Liutprando a Pavia, la chiesa di Santa Sofia è una delle strutture longobarde più complesse e meglio conservate dell’epoca. Sulle pareti, infatti, mostra ancora importanti brani dei cicli pittorici altomedievali.

La chiesa presenta piccole proporzioni, con una circonferenza di circa 23,50 m di diametro, con al centro sei colonne disposte ai vertici di un esagono e collegate da archi che sostengono la cupola. L’esagono interno è poi circondato da un anello con 8 pilastri e due colonne ai fianchi dell’entrata.

Del complesso fanno parte anche un monastero e un chiostro che oggi ospita il Museo de Sannio.

Il Patrimonio Immateriale Unesco in Campania

Al grande patrimonio materiale italiano e campano inserito all’interno del patrimonio mondiale Unesco si affianca anche il patrimonio immateriale, che comprende 8 beni in tutta Italia.

Tra questi 2 sono quelli che appartengono anche alla nostra regione: i gigli di Nola e l’arte della pizza, che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento rispettivamente nel 2013 e nel 2017.

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Le macchine dei Santi: I gigli di Nola

La Rete delle grandi macchine a spalla italiane è un’associazione, nata nel 2006, che include quattro feste religiose cattoliche italiane: la Macchina di Santa Rosa di Viterbo, la Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi e la Faradda di li candareri di Sassari. Dal 2013 la rete è inserita nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco.

La Festa dei Gigli, in particolare, è una festa popolare cattolica che si tiene ogni anno a Nola, in provincia di Napoli, in occasione della festività patronale dedicata a San Paolino.

Con questo evento si ricorda il ritorno in città di Ponzio Meropio Paolino, vescovo di Nola, dalla prigionia ad opera dei barbari, avvenuto nella prima metà del V secolo.

La leggenda vuole che i cittadini abbiano accolto il Vescovo al suo rientro con dei fiori, dei gigli per l’appunto, e che lo abbiano scortato fino alla sede vescovile alla testa dei gonfaloni delle corporazioni dee arti e dei mestieri.

In memoria di questo evento, Nola ha tributato nei secoli la sua devozione a San Paolino portando dei ceri addobbati in processione, posti prima su strutture rudimentali, poi su cataletti, infine diventati torri piramidali in legno.

Tali costruzioni, che hanno preso il nome di Gigli, sono realizzate in legno e decorate con cartapesta o stucchi, e hanno una altezza di 25 metri, con un peso di oltre 25 quintali. Esse sono portate in processione a spalla dagli addetti al trasporto, che assumono il nome di “cullatori”.

La festa si svolge la domenica successiva al 22 giugno e consiste nella processione danzante degli 8 Gigli e della Barca, una struttura bassa a forma di barca che simboleggia il ritorno in patria di San Paolino.

La manifestazione copre l’intero arco della giornata. Nel corso della mattinata, i Gigli e la Barca vengono trasportati in piazza Duomo, la piazza principale di Nola, dove avviene la solenne benedizione da parte del vescovo.

L’arte dei Pizzaiuoli Napoletani

Nel 2017 arriva il riconoscimento anche ad un altro importante patrimonio immateriale campano: l’arte della pizza.
Il riconoscimento arriva in seguito alla campagna di raccolta firme aperta a tutti i cittadini del mondo presentata dal Consiglio Direttivo della CNIU all’Unesco e firmata da circa 2 milioni di persone.

Questo riconoscimento rappresenta la terza iscrizione nazionale italiana nell’ambito della tradizione enogastronomica (dopo la Dieta mediterranea e la vite ad alberello di Pantelleria) raggiungendo il Giappone che fino ad allora deteneva il primato con le sue tre iscrizioni enogastronomiche.

Tra le motivazioni, vi sono la capacità dell’arte della pizza di fornire alla comunità, di generazione in generazione, un senso di identità e continuità, e di promuovere il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

In questo senso, l’arte del pizzaiolo napoletano diventa espressione di una cultura che si manifesta in modo unico e fa sì che questo prodotto sia percepito come marchio di italianità in tutto il mondo.

Un simbolo storico e contemporaneo della nostra tradizione gastronomica, di una solida identità culturale che nasce come cittadina, diventa orgoglio regionale, vanto nazionale e unicità mondiale.

 

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I siti Unesco in Campania

8 meraviglie tutte da scoprire

Il nostro Paese è ricco di meraviglie dal valore culturale, architettonico e naturale inestimabile, tanto che si pone ai primi posti per siti appartenenti al patrimonio mondiale Unesco: sono, infatti, 53 i beni dichiarati patrimonio materiale e 8 quelli appartenenti al patrimonio immateriale.

Il primo sito italiano a ricevere questo riconoscimento è stato il Sito preistorico della Valle Camonica in Lombardia e, da allora, sempre più regioni hanno cercato di promuovere i propri tesori artistici e culturali.

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I primi siti Unesco in Campania sono stati riconosciuti solo a partire dal 1995. Nonostante il ritardo, però, la Campania oggi è tra le regioni italiane a vantare il maggior numero di beni e siti riconosciuti dalla Convenzione, ponendosi al 4 posto con i siti appartenenti esclusivamente al suo territorio.

La lista dei patrimoni materiali dell’Unesco in Campania include 6 luoghi. Molti di essi, però, sono aree molto vaste della regione, che comprendono al loro interno numerosi siti archeologici e, a volte, interi comuni:

– Centro Storico di Napoli
– Costiera Amalfitana
– Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata
– Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio
– Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano con i Siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula
– I Longobardi in Italia. I luoghi del potere

A questi 6 siti, si aggiungono 2 beni immateriali presenti all’interno della lista:

– Le Macchine dei Santi
– L’arte dei pizzaiuoli napoletani

L’itinerario che vi proponiamo oggi è alla scoperta di queste bellezze naturali, delle testimonianze archeologiche, delle ricchezze storico-artistiche e dei prodotti tipici locali, che conferiscono alla nostra regione un valore inestimabile.

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Centro storico di Napoli

Il centro storico di Napoli, diviso in due dalla celebre strada Spaccanapoli, rappresenta il nucleo più antico della città fondata nel VI secolo a.C. con il nome di Neapolis.

Culla delle correnti artistiche di ogni epoca, da quella greco – romana a quella bizantina, da quella normanna a quella rinascimentale, fino alle opere contemporanee, essa risulta la più vasta area antica d’Europa: occupa 17 Km quadrati, cioè circa il 14,5% dell’intera superficie urbana.

L’area accoglie al suo interno numerosi quartieri: Avvocata, Montecalvario, San Giuseppe, Porto, Pendino, Mercato, Stella, San Carlo all’Arena, Chiaia, San Ferdinando, San Lorenzo, Vicarìa e parte delle colline del Vomero e Posillipo.

Dichiarato patrimonio dell’Umanità Unesco nel 1995, il centro storico di Napoli fu il primo bene in Campania ad essere inserito nella lista dei beni da tutelare.

Tra le motivazioni e i criteri si fa riferimento al valore universale e senza uguali della ricchezza del tessuto urbano, degli edifici e delle strade che conservano e testimoniano una storia millenaria ricca di eventi, che ha visto succedersi ed incrociarsi popoli e culture provenienti da tutta Europa.

Napoli, infatti, è una città molto antica, che racchiude 27 secoli di storia, sviluppatasi secondo un percorso storico che l’ha esposta a numerose influenze culturali, che hanno lasciato il segno nella struttura urbanistica e architettonica della città.

Il centro storico, in particolare, mostra ancora oggi lo schema urbano dell’antica Neapolis, che costituisce il modulo fondante del tessuto attuale del centro storico della città.

Al suo interno si possono trovare un numero particolarmente elevato di risorse culturali e artistiche: obelischi, monasteri, chiostri, musei, catacombe, statue, monumenti, palazzi storici, le vie del presepe e numerosi scavi archeologici, sia all’aperto che sotterranei.

Napoli, infatti, si caratterizza per il suo sviluppo in “altezza”: il fatto che la città poggi su di un terreno tufaceo ha favorito pratiche di sopraelevazione di edifici preesistenti, attingendo il materiale dalle cave sotterranee già utilizzate sin dal primo nascere della città.

Pochi resti possiamo vedere ancora oggi della città Greca delle origini, tra cui i resti delle mura difensive e alcuni elementi in via Mezzocannone. Sono più numerose, invece, le testimonianze dell’epoca Romana: si possono ancora vedere i resti del teatro antico, delle catacombe e vari reperti, alcuni visibili nei Musei mentre altri visibili all’interno delle zone archeologiche della città, tra cui l’area di San Lorenzo Maggiore.

Dell’epoca Svevo – Normanna, invece, l’edificio più celebre è sicuramente il Castel dell’Ovo. Costruito nel I secolo a.C. sull’isolotto di Megaride come villa di Lucio Licinio Lucullo, il sito cambiò diverse volte funzione e aspetto nel corso dei secoli, fino all’arrivo di Ruggiero il Normanno che, conquistando Napoli nel XII secolo, fece del sito la sede del proprio Castello.

A causa di diversi eventi che hanno in parte distrutto l’originario aspetto normanno e grazie ai successivi lavori di ricostruzione avvenuti durante il periodo angioino ed aragonese, la linea architettonica del castello mutò drasticamente fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi.

Il Castello, annesso oggi allo storico rione di Santa Lucia, è oggi visitabile; al suo interno si svolgono mostre, convegni e manifestazioni mentre alla sua base esterna sorge il porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da bar e ristoranti e sede di numerosi circoli nautici.

Al periodo successivo di dominazione Angioina risalgono, invece, gli altri due castelli simbolo della città: Castel Nuovo, anche conosciuto come Maschio Angioino, e Castel Capuano.

Periodo di fortificazioni difensive fu anche quello Aragonese, epoca a cui risale il Palazzo Reale che, insieme alla Basilica di San Francesco di Paola, incornicia Piazza del Plebiscito. L’edificio oggi è sede di una delle più grandi biblioteche d’Italia, la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III.

E’ al XIX secolo, però, che risale la grande riorganizzazione degli spazi e della planimetria cittadina, che rese Napoli la metropoli che possiamo vedere oggi. Una città che riesce a fondere antico e moderno come nessun’altra.

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Costiera Amalfitana

Due anni dopo l’iscrizione alla lista Unesco del primo sito in Campania, arriva il riconoscimento anche per un altro grande centro urbano: la Costiera Amalfitana.

Essa si trova lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale e si estende per circa 11.000 ettari tra il golfo di Napoli e il golfo di Salerno.

Prende il nome dalla città di Amalfi, nucleo centrale della Costiera non solo geograficamente ma anche storicamente e comprende ben 13 comuni della provincia di Salerno: Amalfi, Atrani, Cetara, Conca dei Marini, Furore, Maiori, Minori, Positano, Praiano, Ravello, Scala, Tramonti, Vietri sul Mare.

I suoi paesaggi mediterranei dal grandissimo valore culturale e naturale l’hanno resa, specialmente a partire dagli anni ’50, una delle mete predilette dall’élite mondiale: la first lady Jacqueline Kennedy, il re Vittorio Emanuele III di Savoia, l’imprenditore Gianni Agnelli, le attrici Grace Kelly, Greta Garbo e Sophia Loren, nonché il ballerino Rudolf Nureyev hanno tutti scelto la Costa d’Amalfi per i loro soggiorni.

Sebbene i comuni costieri siano diversi l’uno dall’altro, ognuno con le sue tradizioni e le sue peculiarità, sono tutti caratterizzati dalla presenza di numerose testimonianze storico – artistiche che ne rappresentano l’identità delle origini: dalle ville romane di Minori e Positano all’architettura medievale, dalle torri costiere alle cattedrali romaniche, dai preziosi manufatti dell’oreficeria alle meraviglie naturalistiche.

A questo si aggiungono i numerosi prodotti tipici, come il Limone Costa d’Amalfi e le Alici di Cetara.

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Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata

Nello stesso anno, nel 1997, anche le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata sono state inserite all’interno della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

La motivazione è da ricercare nella unicità di questi luoghi: essi costituiscono una testimonianza completa e vivente della società e della vita quotidiana romana, e non trovano equivalente in nessuna parte del mondo.

Come è noto, le 3 città furono sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., facendo di esse dei resti archeologici, progressivamente portati alla luce e resi accessibili al pubblico a partire dalla metà del secolo XVIII.

Tutte e 3 le aree hanno delle peculiarità che le rendono, seppur simili, estremamente diverse: la vasta estensione della città commerciale di Pompei sicuramente contrasta con i resti, più ridotti ma meglio conservati, della città di Ercolano; gli splendidi affreschi di Torre Annunziata, ben conservati, invece, mostrano lo stile di vita di cui godevano i ceti più facoltosi dell’impero.

Pompei

Pompei sicuramente è l’unica delle 3 città ad essere in grado di fornire un quadro completo dell’antica città romana. Nonostante, infatti, fosse una città di villeggiatura del popolo romano, essa custodisce al suo interno una serie di edifici domestici, allineati lungo strade ben pavimentate, tra cui spiccano senz’altro la Casa del Chirurgo, la Casa del Fauno e dei Casti Amanti.

La piazza principale, invece, è affiancata da numerosi edifici pubblici imponenti, come il Capitolium, la Basilica e i templi. Al suo interno troviamo, ancora, i bagni pubblici, due teatri ed un anfiteatro.

Sicuramente l’edificio più importante è la Villa dei Misteri: un’enorme edificio che prende il nome dai suoi splendidi affreschi, raffiguranti i riti di iniziazione (i misteri, appunto) del culto di Dioniso. La villa, costruita nel II secolo a.C. ebbe il suo periodo di massimo splendore durante l’età augustea, quando fu notevolmente ampliata ed abbellita, ma cadde in rovina in seguito al terremoto del 62 d.C. Fu trasformata, infatti, in villa rustica con l’aggiunta di numerosi ambienti ed attrezzi agricoli, come i torchi per la spremitura dell’uva.

Ercolano

Di Ercolano, il cui nome deriva dalla leggendaria fondazione della città da parte di Ercole, sappiamo molto meno a causa della profondità a cui è stata sepolta. Tuttavia, i pochi edifici portati alla luce risultano meglio conservati di quelli della città vicina: i Bagni, il Collegio dei Sacerdoti di Augusto e il teatro sono quasi intatti.

Si conservano, inoltre, la casa del Bicentenario e la Casa dei Cervi, che hanno ampi cortili e una ricca decorazione, e diverse botteghe commerciali, in cui sono stati ritrovati diversi orci e giare, utilizzati per il trasporto delle derrate alimentari.

Infine, uno degli edifici più noti è la Villa dei Papiri, così chiamata per la presenza al suo interno di una biblioteca con oltre 1800 papiri.

La villa, appartenuta con ogni probabilità a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, è una costruzione opulenta: costruita a strapiombo sul mare, ha una lunghezza di oltre duecentocinquanta metri e si innalza su 3 livelli. Il suo ingresso, che affacciava direttamente sul mare, è preceduto da un portico con colonne, simile a quello della Villa dei Misteri a Pompei. Progettata con una serie di cunicoli nel XVIII secolo, solo una piccola parte oggi risulta accessibile.

Torre Annunziata

Gli scavi di Oplontis si trovano al centro della moderna città di Torre Annunziata e costituiscono un centro decisamente più piccolo delle vicine Ercolano e Pompei, di cui, probabilmente, costituiva un quartiere suburbano residenziale.

Il suo nome, sulle cui origini ci sono ancora molti dubbi, è attestato nella Tabula Peutingeriana, una copia medievale di una antica mappa relativa alle strade dell’epoca romana: in questa mappa si indicavano con questo nome alcune strutture posizionate proprio tra Pompei ed Ercolano.

Essa costituiva un rinomato luogo di villeggiatura, con saline e complessi termali. Al suo interno si trovano numerose ville importanti, di cui l’unica visitabile è la Villa di Poppea, attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone.

Costruita nel I secolo a.C., l’architettura dell’abitazione conserva i caratteri fondamentali della tradizione romana: la sua pianta risulta molto complessa e viene generalmente divisa in 4 aree, anche se ancora oggi non è stata redatta con certezza in quanto non esplorata totalmente.

Al suo interno si trovano pitture e affreschi in ottimo stato di conservazione che rappresentano animali, tra i quali magnifici pavoni, maschere teatrali e nature morte.

 

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Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il Parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il Complesso di San Leucio

Ancora nel 1997, ad un terzo sito campano fu assegnato il riconoscimento Unesco: il complesso monumentale di Caserta. Esso fu scelto in quanto rappresentante del capolavoro del genio creativo dell’architetto Luigi Vanvitelli, al quale il re Caro di Borbone aveva affidato, nel 1750, la realizzazione di quella che doveva essere la nuova capitale del Regno di Napoli, al cui centro sorgeva la reggia.

Il sito è composto dal sontuoso Palazzo con il parco, i giardini, una zona boscosa, l’Acquedotto Carolino e il complesso industriale di San Leucio, destinato alla produzione di tessuti in seta.

Il complesso reale, fulcro dell’intera composizione, si ispira ai modelli delle grandi residenze europee del tempo come Versailles o il Palazzo Reale della Granja di San Ildefonso. Dal punto di vista architettonico, la reggia è un’opera che ha fortemente influenzato lo sviluppo urbanistico delle aree limitrofe, ponendosi come mirabile esempio della sintesi tra tradizione barocca e nuovi influssi neoclassici.

L’enorme parco di 120 ettari, che si sviluppa in lunghezza per circa 3 km, è solo una versione ridotta di quello che Luigi Vanvitelli aveva progettato: dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, subentrò il figlio Carlo che mostrò al nuovo re Ferdinando IV un nuovo progetto, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l’esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero delle fontane nella seconda parte del parco.

Le fontane del parco sono alimentate dall’Acquedotto Carolino, che fu inaugurato nel 1762 da re Ferdinando IV. Quest’opera, che attinge l’acqua a 41 km di distanza, è per la maggior parte costruita in gallerie, che attraversano 6 rilievi, e 3 viadotti.

Esso costituisce una vera e propria infrastruttura a servizio non solo del palazzo e dei giardini ma anche delle ferriere, dei mulini, delle industrie manifatturiere disposte lungo il percorso e, infine, del complesso di San Leucio.

La colonia di San Leucio rappresenta una tappa fondamentale della cultura illuministica settecentesca e, soprattutto, dello sviluppo industriale e tecnologico del territorio campano. Essa si sviluppa intorno al palazzo nobiliare, costruito dai principi Acquaviva nel XVI secolo e acquistato da Carlo di Borbone con l’obiettivo di ottenere una “bella vista”, da cui il nome di “Belvedere di San Leucio”.

L’antico Casino del Belvedere fu trasformato dai Borbone in luogo di “Reali Delizie”, cioè di svago e divertimento ma anche di caccia e sviluppo agricolo.

Con l’arrivo di re Ferdinando IV di Borbone, il palazzo venne ristrutturato: la grande sala delle feste fu trasformata in chiesa parrocchiale, dedicata a San Ferdinando Re; in seguito, il re affidò all’architetto Francesco Collecini il compito di ampliare tutto l’edificio, destinato ad ospitare un opificio serico.

L’antico Casino divenne così il corpo centrale di un grande edificio rettangolare con cortile interno comprendente, oltre agli appartamenti reali, e abitazioni per i maestri e direttori della fabbrica, una scuola, una sala per la filanda, un incannatoio, un filatoio e altri locali per la manifattura.

L’obiettivo del re era quello di dar vita ad una comunità autonoma di lavoratori (chiamata Ferdinandopoli), a cui venivano garantite case, scuole, l’assistenza medica e tutti i servizi, simbolo di un modello di società basato sui valori del lavoro e dell’uguaglianza.

Gli edifici (che sono ancora oggi abitati) furono progettati secondo le regole urbanistiche dell’epoca e fin dall’inizio furono dotati di acqua corrente e servizi igienici.

Il Belvedere di San Leucio è oggi sede del Museo della Seta, all’interno del quale si possono ammirare alcuni antichi telai e macchinari originali per la filatura della seta.

Vi aspetto la prossima settimana per la seconda parte di questo itinerario sui siti Unesco in Campania.

 

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Museo della civiltà contadina: un luogo da scoprire

Gli attrezzi agricoli che raccontano la storia dei sannicolesi

Il Museo della civiltà contadina, ubicato nel Complesso Borbonico del Real Convitto di Santa Maria delle Grazie, è un edificio di grande valore storico-architettonico situato in pieno centro storico e culminante nella bellissima chiesa, di scuola Vanvitelliana, di Santa Maria delle Grazie che affaccia su Piazza Parrocchia, ampio piazzale lungo il tracciato della millenaria Via Appia.

Il Museo, adiacente ad una sala conferenze, ha ottenuto nel Gennaio del 2009 il riconoscimento dal Settore Musei della Regione Campania di Museo di interesse Regionale. L’attuale esposizione, che consiste in più di duecento attrezzi i quali venivano utilizzati dai cittadini di San Nicola la Strada fino alla metà del 1900, è allestita all’interno di un salone ampio circa 500 mq comprendente anche uno spazio esterno per esposizioni temporanee all’aperto.

E’ stata effettuata, all’interno del percorso di Alternanza scuola-lavoro, da alcuni ragazzi del Liceo Scientifico “A.Diaz” S.S., in collaborazione con l’Università degli studi di Salerno e il progetto europeo Route to PA, una catalogazione degli attrezzi agricoli e degli oggetti di vita quotidiana e contadina al fine di rendere questi dati alla portata di tutti e di aiutare a far conoscere il museo a livello regionale e magari non solo.

Dai dati raccolti è emerso che non tutti gli strumenti presenti nell’archivio comunale vi sono nel Museo, in quanto sono andati persi nel corso degli anni a causa di una non adeguata gestione del complesso da parte degli enti competenti.

 

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Nella lettura delle datalet traspare che mancano alcuni dati, come diversi aneddoti, in quanto alcuni attrezzi sono sprovvisti di donatori o eventi significativi, visto che venivano ceduti in forma anonima o da forestieri.

Nonostante ciò, siamo riusciti a reperire alcuni aneddoti risalenti ad alcuni strumenti. Ad esempio, per quanto riguarda il ferro di cavallo, si dice che quest’ ultimo venisse usato come portafortuna. Una tradizione comune è che un ferro di cavallo venga appeso ad una porta con l’estremità volta verso l’alto, in modo da portare buona fortuna. Nel caso in cui l’estremità sia diretta verso il basso, allora porterà sfortuna. Nel Medioevo, la sua forma ricordava la “C” di Cristo e spesso i medici lo usavano come strumento di guarigione. Il suo materiale, il ferro, in alcune culture è un metallo che allontana di per sé il malocchio. Avvolto da fiocchi rossi, peperoni, peperoncini e spighe, risulta avere influenze positive maggiori.

Un’altra curiosità che viene in risalto è quella relativa al forcone. Infatti, in passato, soprattutto nel basso medioevo, era una delle armi simbolo delle rivolte contadine e delle sommosse dei ceti meno abbienti, in quanto era uno dei pochi strumenti a disposizione dei poveri di una certa utilità per il combattimento, data la sua leggerezza, la facilità di utilizzo, la resistenza e la disponibilità in gran numero. Adatta sia per offesa che per difesa, soprattutto se con la parte anteriore in ferro, data la facilità di penetrazione di materiali molli, quindi anche i tessuti umani. Spesso per renderla più simile ad un’arma veniva inastata (vedi forca da guerra).

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Catalogando gli attrezzi si evince che, la maggior parte degli strumenti appartengono ai mestieri del fabbro, dell’artigiano e del contadino. Ciò fa capire com’era organizzata la società di quell’epoca e che vi erano più zone rurali che zone urbane.

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Ad ogni modo, per valorizzare il museo, si potrebbe installare: un sistema di illuminazione che renda più visibili gli attrezzi, un’insegna che indichi la presenza del museo, impianti di riscaldamento.

Inoltre, occorrerebbe la presenza di un custode e di una guida che possa illustrare il percorso da seguire ai visitatori. Entrando si nota che gli attrezzi non sono mantenuti in maniera adeguata, in quanto dovrebbero essere posizionati in delle teche oppure in apposite vetrine con lo scopo di non avere un contatto diretto tra l’oggetto e il visitatore.

Ciò che potrebbe garantire un’ulteriore visibilità è la creazione di un sito internet, dove visionare varie informazioni del tipo: geolocalizzazione, indirizzo e orario di apertura e chiusura, anche se non sono conosciuti da tutti e spesso non vengono rispettati.

Gli orari di apertura del museo sono i seguenti:
Lunedì 09:00 – 12:00
Martedì 09:00 – 12:00 15:30 – 18:00
Mercoledì 9:00 – 12:00
Giovedì 09:00 – 12:00 15:30 – 18:00
Venerdì 09:00 – 12:00

Un ulteriore problema del Museo è relativo alla posizione che, se pur centrale in quanto localizzato al centro della città, non è facilmente visibile dall’esterno.
Il Museo ad oggi viene utilizzato anche per attività che non sono inerenti all’ambito storico-culturale a cui è destinato il complesso; talvolta, gli organizzatori di questi eventi non lasciano il salone in condizioni adeguate.

L’obiettivo finale del progetto è quello di valorizzare al meglio la struttura già esistente, al fine di attrarre maggiormente il turismo locale e provinciale.

 

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Autori: D. Capasso, M. Cermola, E. Malorgio, M. Nuzzi, V. Perfetto, A. Tortora, A. Carnevale, Studenti del Liceo A. Diaz di San Nicola La Strada

 

 

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

 

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La settimana scorsa siamo giunti a Pietrastornina, da cui riprendiamo per raggiungere le tappe successive del nostro percorso.

Continuando il percorso si incontra il Castello Pignatelli della Leonessa di San Martino Valle Caudina. La sua costruzione, benché modificata più volte, è in buono stato di conservazione.

Della presenza di un fortilizio difensivo nel territorio di San Martino Valle Caudina si ha notizia già da un documento dell’837, da cui si evince la fondazione longobarda. Secondo alcune fonti il primo proprietario del castello fu lo sfortunato Mario d’Eboli, accecato dal re Manfredi per essersi ribellato al dominio della Casa Sveva. Da Mario il castello passò nelle mani di vari signori e fino al 1528 restò in quelle della famiglia della Leonessa, cui ritornò, dopo vari passaggi, nel 1556. I discendenti della famiglia, di cui il castello conserva anche il nome, ne detengono ancora oggi la proprietà. È tuttora, infatti, residenza del duca Giovanni Pignatelli della Leonessa, discendente dei duchi di San Martino.

Intorno al XVII secolo i duchi si San Martino costruirono un nuovo palazzo, ai piedi del paese in espansione. Non abbandonarono il castello ma ne modificarono l’assetto per accentuarne il ruolo di residenza signorile, venendo meno la sua utilità come fortificazione.

Il castello fu abbandonato per gran parte del XIX secolo e nel 1908 furono abbattute la parte superiore del mastio ed alcuni ambienti adiacenti. Solo tra gli anni ’50 e gli anni ’70 la costruzione fu restaurata per iniziativa della duchessa Melina Matarazzo, moglie di Carlo Pignatelli, e riabitata dai proprietari.

L’edificio, che si presenta di forma quasi rettangolare e circondato da un muro di cinta ornato da una serie di merli e alcune torri quadrangolari, ha un unico ingresso a sud-est, collegato ai vicoli del borgo. Varcato il portale ci si ritrova all’interno del giardino e, a destra, si trova una piccola cappella gentilizia, mentre di fronte è il palazzo che si articola in due piani. Al piano superiore troviamo stanze destinate perlopiù all’abitazione e il salone di rappresentanza, la stanza più grande del Castello, con pavimentazione lignea e con soffitto cassettonato. La grande sala è ricca di decorazioni e affreschi parietali dei secoli XVII-XVIII raffiguranti scene relative a episodi storici rilevanti per la casata della Leonessa.

Un po’ più giù si trova il borgo di Cervinara, menzionato per la prima volta nell’837, sviluppato intorno ad una fortezza edificata in epoca longobarda. La prima attestazione del Castello, invece, si ritrova in un documento del XII secolo.

Il Castello di Cervinara ha subito numerose modifiche rispetto all’assetto originario, soprattutto a causa dei saccheggi e delle distruzioni avvenute tra Ruggiero II e suo cognato, Rainulfo Butterico. Il fortilizio, infatti, fu ricostruito e ingrandito in epoca Normanna e, in seguito, in epoca Sveva quando il castello assunse la funzione di residenza dei feudatari. Ulteriori cambiamenti furono apportati in epoca Angioina.

L’assenza di sistematici interventi di consolidamento determinò il deperimento della struttura che già nel XV secolo si presentava fatiscente. Nel ‘600 il castello fu acquistato dai Caracciolo, a cui rimase fino all’abolizione dei diritti feudali nel 1806.

I ruderi del Castello Medioevale di Cervinara, cui gli abitanti locali si riferiscono come O’ Castellone, sono ben visibili sulla cima del colle che domina la frazione Castello. In particolare, si conserva ancora l’originaria pianta quadrata, alcune parti della cortina muraria e la Torre principale.

 

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Lungo la via Appia, a pochi chilometri da Benevento, alle pendici del massiccio del Partenio, sorge il borgo di Arpaia che, per la sua posizione strategica, rappresentava un punto difensivo capace di resistere agli assedi di una certa rilevanza militare. Per questo motivo, nel medioevo, divenne una vera e propria cittadella fortificata, di cui ancora oggi sono visibili due torrioni e la cinta muraria.
Il Castello di Arpaia, di cui oggi restano solo i ruderi, si erge su un largo terrazzo roccioso, le cui radici si perdono tra il secolo VIII e il secolo XII. Attualmente, del Castello-Fortezza, rimane osservabile la complessa planimetria, gli elementi portanti dei vari alloggiamenti e la cortina che conduce verso il nucleo centrale abitativo.

Continuando il nostro percorso giungiamo nella provincia di Caserta e, in particolare, nel comune di Arienzo. Il suo Castem Vetus, che domina oggi il territorio montuoso detto Monte Castello, risale al VII secolo e fu edificato dai Longobardi per difendere prima il Ducato e poi il Principato di Benevento.

Il Castello di Arienzo, per la sua posizione strategica, costituì un posto di vedetta su tutta la valle sottostante fino al XII secolo quando Ruggero II d’Altavilla, detto il Normanno, ne chiese l’abbattimento. Quest’ultimo, dovendo partire per la Sicilia, temeva che in sua assenza i soldati di Rainulfo potessero insediarsi nella fortezza e controllare dall’alto il vasto territorio. Il suo ordine fu eseguito solo in parte e in seguito il castello fu riedificato dal figlio Guglielmo. Tuttavia, successivamente, a causa della sua distruzione, gli abitanti scesero a valle dove costruirono un nuovo edificio detto “la Terra Murata”. La fortificazione fu, così, lentamente abbandonata e, oggi, non ne restano che pochi ruderi.

La tappa successiva è costituita dal Castello di Roccarainola, un comune appartenente alla provincia di Napoli ma il cui territorio si trova al confine con quella di Avellino. La sua costruzione è da collocare intorno al XII secolo, e probabilmente successiva al 1139.

Al suo interno si sono succedute numerose famiglie di feudatari fino al 1806, quando la fortezza apparteneva alla famiglia Mastrilli. Nel corso dei secoli successivi le strutture del castello hanno subito numerosi danni e devastazioni dovuti all’incuria dei successivi proprietari, che lo usavano prevalentemente come tenuta agricola: ancora oggi è circondato da boschi e uliveti.

Attualmente il castello versa in uno stato di abbandono ed incuria totale ma è ancora possibile ammirarne alcuni resti: le tre cinte murarie, conservate in buono stato, e la cosiddetta “torre angioina”, costruita probabilmente nel XIV secolo per rinforzare il lato più esposto agli attacchi.

 

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A soli 5 Km di distanza troviamo il Castello di Avella, noto anche come castello di San Michele per il culto verso l’Arcangelo dei Longobardi, che costruirono l’edificio nel VII secolo. Il Castello occupa una collina dai fianchi scoscesi situata sulla destra del fiume Clanio; alle sue spalle si stagliano i monti di Avella, barriera naturale che separa il comprensorio avellano-baianese dalla Valle Caudina.

Il sito gode di una posizione strategica di controllo del territorio circostante, a guardia di un itinerario naturale che attraverso il passo di Monteforte Irpino mette in comunicazione la pianura campana con la valle del Sabato e conduce verso la Puglia e la costa adriatica.

La sommità della collina è occupata dalle strutture della rocca, sovrastata da un’imponente torre cilindrica su base troncoconica, circondata da due cinte murarie, una longobarda e l’altra normanna, che si estendono lungo le pendici della collina. Delle due cinte, la prima a pianta ellittica, la seconda a pianta poligonale, si conservano le torri e le semitorri. Tra le due cinte si conservano invece resti di numerosi ambienti riferibili a strutture abitative; l’unico edificio conservato per intero è una grande cisterna a pianta rettangolare.

Nonostante rappresenti dal punto di vista monumentale uno dei complessi medievali più rilevanti della Campania, solo in anni recenti il Castello è stato oggetto di esplorazioni sistematiche grazie a finanziamenti destinati alla realizzazione di un parco archeologico.

Risalendo verso la provincia di Avellino troviamo le ultime due tappe del nostro percorso: il Castello di Sirignano e il Castello del Litto di Quadrelle.

Del Castello di Sirignano, conosciuto oggi come Palazzo Caravita, non abbiamo notizie certe circa la sua costruzione ma l’ipotesi più accreditata è che sia stato costruito in epoca normanna dai locali feudatari, mentre era già disabitato e in completo stato di abbandono nel XVI secolo, quando era proprietà della famiglia Caracciolo.

La prima notizia documentata del castello risale al catasto onciario del 1754, quando era ancora proprietà dei Caracciolo. Poco dopo, il complesso passò prima ai Gioiosa e in seguito a Giuseppe Caravita, principe di Sirignano, il quale restaurò l’intero castello trasformandolo in un palazzo feudale, centro di ritrovo per nobili e artisti dell’epoca.
Oggi, l’edificio, che ha perso il suo aspetto di castello, appare come una massiccia costruzione di forma irregolare in stile neogotico che chiude per l’intera lunghezza il lato est di quella che un tempo era la piazza principale del paese.

Anche il Castello di Quadrelle fu costruito in epoca normanna, sulle alture del Monte Litto (da cui il nome con cui è conosciuto).
Dell’antica fortificazione, suddivisa in tre aree e circondata da cinte murarie, oggi sono visibili solo alcuni ruderi, tra cui il Mastio che domina la collina, semisepolti nella vegetazione.

 

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Come si evince da questo breve excursus, i castelli di questo territorio si trovano, per la maggior parte, in uno scarso stato di conservazione. Per questo motivo il Parco Regionale del Partenio ha realizzato una serie di progetti finalizzati all’incremento dell’offerta turistica mediante azioni di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio storico e naturalistico del suo territorio.

In particolare, il progetto L’Antica via del Partenio propone un percorso di sentieri che si inerpicano lungo l’omonimo complesso montuoso che custodisce le tracce di un passato da riscoprire, fatto di castelli, torri e chiese monumentali che testimoniano il susseguirsi di tutte le culture che hanno lasciato il segno del proprio passaggio sul territorio.

Insomma, conoscere il Partenio significa rivivere le emozioni di una storia millenaria in simbiosi con la Natura!

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

Il Parco Regionale del Partenio

Il Parco Regionale del Partenio, istituito nel 2002, occupa una superficie di 14.870,24 ettari e comprende 22 comuni di 4 province campane, variamente distribuiti nell’ambito territoriale, sia nella parte appenninica del Partenio, che nelle valli adiacenti, Valle Caudina, Valle Del Sabato e Vallo di Lauro-Baianese:

  • In provincia di Avellino: Baiano, Cervinara, Mercogliano, Avella, Monteforte Irpino, Mugnano del Cardinale, Ospedaletto d’Alpinolo, Pietrastornina, Quadrelle, Rotondi, Sant’Angelo a Scala, San Martino Valle Caudina, Sirignano, Sperone, Summonte.
  • In provincia di Benevento: Arpaia, Forchia, Pannarano, Paolisi.
  • In provincia di Caserta: Arienzo, San Felice a Cancello.
  • In provincia di Napoli: Roccarainola.
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I centri urbani, in prevalenza appartenenti alle province di Avellino e di Benevento, sono dislocati soprattutto nella fascia pedemontana e le strade che li collegano formano un circuito che circonda l’intero complesso montuoso del Partenio.

Il parco persegue delle importanti politiche di sviluppo sostenibile al fine di conservare, valorizzare, promuovere e rendere fruibili le risorse naturalistiche, ambientali, storico-religiose e culturali dell’area protetta.
A tal proposito, è stato creato un marchio collettivo geografico “Qualità Partenio” al fine di caratterizzare tutti i prodotti locali attraverso un’immagine unitaria e un’unica identità.

Il territorio del Partenio è caratterizzato dalla presenza del fiume Calore e da una serie di piccoli corsi d’acqua, originati da sorgenti montane. La struttura fondamentale del territorio è, infatti, la roccia calcarea ma è formato anche da materiali piroclastici, cioè di origine vulcanica, provenienti dal vicino complesso vulcanico del Somma – Vesuvio.
E’ proprio la diversa morfologia del territorio che ha consentito, negli anni, lo sviluppo di boschi e di una flora e fauna diversificate, di terreni fertili e di paesaggi suggestivi.

Nel Parco Regionale del Partenio sono presenti vari punti di interesse a cominciare dall’Oasi WWF Montagna di Sopra, situata presso le grotte di San Silvestro, e il Campus di ingegneria naturalistica dove si può osservare un paesaggio di enorme suggestione naturalistica e ambientale con notevoli boschi di castagni.

 

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Il Partenio è un luogo ricco di preghiera e tradizioni religiose, come testimoniano i tanti luoghi di culto. Di notevole interesse sono anche le varie grotte e ritrovamenti fossili presenti sul territorio, che ne sottolineano l’importanza storica. Ma è anche un luogo in cui si intrecciano e si fondono elementi culturali, artistici e folcloristici di assoluta eccellenza.

All’interno del Parco sono ubicati una ventina di borghi, che presentano realtà urbanistiche, edifici religiosi e palazzi di rilevante interesse storico-artistico. Nel corso della sua storia questo territorio è stato segnato soprattutto dalle dominazioni longobarda e normanna.

Lungo il percorso, infatti, castelli arroccati, imponenti torri e monumentali chiese, circondate da una rigogliosa vegetazione, testimoniano il susseguirsi delle diverse culture, ognuna delle quali ha lasciato sul territorio il segno del proprio passaggio, coinvolgendo il visitatore in un affascinante percorso di storia, arte e tradizioni millenarie.

I Castelli del Parco

Tra i siti di maggiore interesse storico-culturale, nel territorio del Parco troviamo 13 castelli che è possibile visitare seguendo la nostra mappa, partendo da quello di Monteforte Irpino.

 

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Il Castello di Monteforte Irpino sorge sulla collina di S. Martino e attorno ad esso si sviluppò il borgo medievale da cui ebbe origine l’attuale centro abitato. Fu probabilmente costruito dai Longobardi tra il VII e il IX secolo e fu ampliato dai normanni, dagli Angioini e successivamente dagli Aragonesi. Tuttavia, il castello fu abbandonato già a partire dal XVI secolo: la leggenda vuole che in esso vi fossero sepolti numerosi tesori, il che diede modo ai numerosi saccheggi di completarne la distruzione.
Il castello conserva oggi parte delle mura perimetrali in pietra, una torre a pianta circolare e un camino.

Proseguendo nel percorso si incontra il Castello di Mercogliano che si trova nella zona del centro antico, conosciuta con il nome di Capocastello. Esso fu costruito nella seconda metà dell’XI secolo, su committenza nobiliare longobarda, con pianta irregolare e circondato da una cinta muraria e cammino di ronda che si affaccia sul borgo sottostante.

Il Castello fu teatro di numerose battaglie durante il periodo di dominazione Sveva, Angioina e Aragonese che, unitamente all’incendio del 1656 e al sisma del 1732, arrecarono gravi danni al complesso architettonico. Esso fu così demolito, nella seconda metà del XVIII secolo, per ricavarne materiale per la costruzione di nuovi edifici privati.

Oggi, grazie ai lavori effettuati dalla Sovrintendenza, è possibile ammirarne una torre e parte della cinta muraria e, nello specifico, una delle cinque porte di accesso, conosciuta come Porta dei Santi, grazie all’affresco nella parte superiore raffigurante S. Modestino, S. Fiorentino e S. Flaviano.

A meno di 7 Km di distanza si trova la torre angioina di Summonte, parte del complesso Castellare, un sistema difensivo che rappresentò uno dei punti fortificati più avanzati dell’Avellinese. Il castello, documentato per la prima volta nel 1094, fu conquistato, distrutto e ricostruito secondo il modello del balium (un recinto di forma quadrata, rettangolare o trapezoidale formato da mura di non grande altezza, rafforzate agli angoli da piccole torri a sezione circolare o quadrata) da Ruggero II nel 1134.

In epoca angioina la struttura fu trasformata in una torre d’avvistamento, abbandonando, così, il modello precedente. L’elemento superstite di questo originario sistema difensivo è proprio la torre. Essa si compone di cinque livelli, il più basso dei quali conteneva la cisterna per la raccolta di acqua piovana, mentre il più alto ospita una terrazza dalla quale è possibile ammirare tutto il panorama.

Oggi, all’interno del complesso, sorge il Museo civico di Summonte, costituito da due sezioni: una dedicata agli armamenti medievali, l’altra ai reperti archeologici rinvenuti nel castello nel corso delle indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza tra il 1994 e il 2005.

 

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A pochi chilometri di distanza tra di loro si trovano poi il Castello di Sant’Angelo a Scala e il Castello di Pietrastornina.
Il primo, costruito nella seconda metà dell’XI secolo, sorge su una guglia rocciosa. Esso fu teatro di numerose battaglie e fu dimora di diverse famiglie, tra cui si ricorda quella dei Carafa che, nel XV secolo, ordinò la completa ristrutturazione dell’edificio fortificato per la creazione di una residenza gentilizia.

Sebbene il castello fosse molto grande (tanto da includere quasi 360 stanze al suo interno) oggi possiamo vedere solo qualche tratto delle cortine murarie poiché la spiana su cui sorgeva è stata cementata e pavimentata.

Anche il Castello di Pietrastornina sorge su una guglia rocciosa che corona l’abitato del borgo medievale. Le prime notizie sul castello risalgono al 774; dopo il periodo longobardo, il fortilizio ricompare nelle fonti documentarie nel 1239, quando sotto l’amministrazione statale di Federico II di Svevia, venne inclusa la fortificazione rupestre nella lista dei cosiddetti Castra exempta.
Grazie a queste fonti sappiamo che il fortilizio era composto da almeno due corpi di fabbrica di diverse dimensioni, posti ad altezze diverse: un sistema di camminamenti e scalinate estendevano il sistema difensivo all’intera rupe, rendendo la stessa guglia rocciosa parte della fortificazione.

Probabilmente il castello fu presto abbandonato: già nel 1837 l’amministrazione di Pietrastornina ne decise l’abbattimento, poiché i suoi ruderi costituivano un costante pericolo per l’abitato sottostante. Sull’immobile, di cui oggi non restano che poche tracce, è stato avviato nel 2003 il procedimento di “dichiarazione di interesse particolarmente importante”.

Continuate a seguirci nel nostro viaggio alla scoperta delle bellezze del Parco Regionale del Partenio…a presto per la seconda parte!

Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Ecco la seconda parte del viaggio intrapreso settimana scorsa tra le bellezze del Parco Regionale del Matese: luoghi selvaggi, paesaggi mediterranei, grotte, aree archeologiche, borghi suggestivi e prelibatezze della tradizione locale.

 

In visita alle fortificazioni del luogo

Sappiamo che la Campania è una terra ricca di bellezze storiche ed architettoniche che si sposano perfettamente con le meraviglie naturali di questa regione.

 

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Fra i luoghi di maggior valore storico, è di dovere annoverare i suoi castelli. In particolare, l’area del Matese ne è ricca: con l’arrivo dei Saraceni, i centri si arroccarono tutti sui rilievi, in posizioni più riparate. La maggior parte di questi borghi conserva ancora perfettamente l’antica struttura medievale: le porte di accesso, le mura, le chiese, i castelli.

Uno degli esempi più significativi è il Castello di Prata Sannita, costruito nel XII secolo, perfettamente conservato. Esso è parte integrante di un piccolo borgo ancora parzialmente racchiuso dalle sue mura e si eleva su un costone roccioso che degrada verso il fiume Lete.

Lo stesso accade per il centro storico di Ailano, che conserva una struttura tipicamente medievale con stradine strette e tortuose che hanno origine dall’imponente castello medievale, costruito prima dell’anno 1000 sui resti di una villa romana e dotato ancora oggi di una possente torre circolare con base scarpata.

Altro paese costruito intorno al Castello di origine medievale è Cusano Mutri, dichiarato uno dei borghi più belli della Campania. Esso, infatti, sorge su uno sperone roccioso sull’estremo lembo orientale del massiccio del Matese e conserva ancora il suo fascino medievale, caratterizzato dalle strette stradine, dai portici e dalle case con portali e finestre in pietra lavorata. In piazza Lago sorgeva il Castello che dominava tutta quest’area di cui, oggi, non restano che alcuni ruderi poiché distrutto a causa di un’insurrezione popolare nel XVIII. Sull’origine del castello non si ha alcuna documentazione scritta anche se un forte era già citato nella bolla di papa Felice III che nel 490 elesse il primo parroco della chiesa di san Pietro, sita appunto presso le mura del castello.

Su un colle che domina gli abitati circostanti si trovano il Castello di Gioia Sannitica, di cui oggi restano cospicui resti su un’altura isolata in contrada Caselle, e il Castello di Letino, sito a 1200 metri sul livello del mare. Quest’ultimo si trova racchiuso in una poderosa cinta muraria, al cui interno si trovano il Santuario di Santa Maria del Castello e il cimitero del comune.

Cinto da possenti mura è anche il Castello di Cerreto Sannita, poco distante dall’attuale centro abitato, mentre nel cuore del borgo antico si trova il Castello di Faicchio: oggi location per matrimoni, risale al XIII secolo, come recita l’epigrafe posta sul portale d’ingresso ma fu ristrutturato e trasformato dal nobile napoletano Duca Gabriele De Martino.

Tra gli altri, si ricordano anche il Castello di Capriati a Volturno, facilmente individuabile grazie all’alta e possente torre circolare, il Castello ducale dei Gaetani d’Aragona di Piedimonte Matese, la torre di Pietraroja e il Castello del Matese, di cui si ammirano ancora le torri circolari con base a scarpa e dei tratti delle mura della fortezza.

Infine, posto tra i  comuni di Sant’Angelo d’Alife e di Raviscanina, si trova il Castello di Rupecanina, strategicamente ben posizionato nell’ambito dell’assetto viario della Media Valle del Volturno.

 

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Prelibatezze e prodotti naturali del territorio da assaggiare assolutamente

Immancabile dopo una visita alla bellezze del territorio, una sosta rigeneratrice. È questo il momento giusto per assaporare le prelibatezze che questa terra offre.

Sopra ogni cosa, visto anche il notevole sviluppo della pastorizia in queste aree, bisogna gustare i formaggi tipici: la marzellina, anche detta ricotta di pecora del Matese, o meglio Récotta Sécca, è frutto del lavoro delle popolazioni dei monti del Matese, che tradizionalmente e storicamente sono sempre state popolazioni di pastori, testimoniato dal grande numero di aziende ovine presenti sul territorio.

Prodotta in tutte le aree montane del Massiccio del Matese, ma soprattutto nei Comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese, è ottenuta dalla successiva lavorazione del siero di latte di pecora, residuo della lavorazione del pecorino, appena dopo l’estrazione della cagliata; la ricotta viene raccolta e versata in fuscelle cilindriche dove permane per 24 ore e poi, viene estratta, salata e messa ad asciugare su ampi tavole di legno di faggio; successivamente viene conservata in barattoli ermetici con l’aggiunta di poco olio e foglioline di pimpinella, cioè timo essiccato, a volte aromatizzate solo in superficie con del peperoncino.

Altro formaggio, prodotto principalmente nei comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese è la stracciata del Matese, altresì detta Stracciata ré Matese, il cui nome deriva dal gesto di “stracciare” la pasta che da forma al prodotto. Il sapore è piacevole, dolce e delicato; viene consumato fresco di giornata. Si differenzia dalla Stracciata irpina per la maggiore consistenza e per la forma data al prodotto, a mo’ di cordone, di dimensioni variabili e di peso che arriva fino ad 1 kg.

Altri formaggi tipici della zona sono: il formaggio duro e il formaggio morbido del Matese, il pecorino e il caso maturo.

 

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Da ricordare anche il prosciutto di Pietraroja, dall’aroma delicato ed inconfondibile, prodotto nell’omonimo comune del beneventano. Questa bontà è famosa e rinomata da secoli: in una collezione di stampe dell’archivio del Regno di Napoli il simbolo di questo piccolo paese del Beneventano rappresenta una donna con un prosciutto, mentre nel 1917, Antonio Iamalio, nella sua descrizione della provincia di Benevento, ci dice che “Fiorente vi è principalmente l’allevamento dei suini, donde i rinomati prosciutti di Pietraroja”. Purtroppo oggi la sua produzione si è ridotta di molto ed è per lo più destinato al consumo familiare.

Sempre nell’area di Pietraroja e di Cerreto Sannita crescono i virni, funghi tipicamente primaverili, molto ricercati per le ottime caratteristiche organolettiche. Le aree di crescita nella zona sono chiamate vernere, spesso caratterizzate da un’area a forma “di ferro di cavallo” con il colore dell’erba più scuro, fenomeno attribuito dalla fantasia popolare al passaggio di una janara, una strega. I virni sono presenti nei menù di tutti i ristoranti tipici della zona nel periodo di raccolta, regalando piatti come tagliatelle, frittate o uova strapazzate con formaggio, ma vengono consumati anche crudi.

Prodotto coltivato nell’area da almeno un secolo è la patata nera del Matese che costituiva la base dietetica delle popolazioni locali più povere, alimentando, in passato, un fiorente commercio che raggiungeva le città di Napoli e Caserta, che purtroppo oggi è quasi scomparsa: l’abbandono delle coltivazione a favore della pastorizia estensiva è sempre più frequente.

Veniva utilizzata soprattutto per minestre e, insieme ad altre varietà locali, è ingrediente base anche del pane di patate, ancora prodotto a Cusano Mutri. Veniva fatto in tutte le case, costituendo l’alimento base per ogni famiglia: di antica origine, la sua preparazione ed i suoi ingredienti sono rimasti pressoché identici ed invariati. Viene prodotto e consumato soltanto a livello locale, anche se è molto apprezzato dai visitatori delle sagre che hanno luogo nel comune di Cusano Mutri in estate.

Contestualmente alla raccolta dei tuberi viene seminata la segale sécena: un tempo impiegata per la panificazione, oggi viene utilizzata per l’alimentazione, soprattutto invernale, del bestiame.

Per chi volesse gustare un buon piatto di pasta della tradizione consigliamo i carrati: pasta fresca di grano duro realizzata lavorando rettangoli di pasta da cui si ricavano pezzetti di lunghezza variabile che vengono arrotolati, trainati o “carriati”, da cui il nome, con un veloce gesto delle dita unite attorno ad un ferretto, il quale è patrimonio di ogni famiglia e fa parte del corredo delle spose. Vengono conditi con ragù di pecora o gallina, ragù di carciofi, ragù di pomodoro con pecorino stagionato e noci. I carrati sono, nella tradizione pietrarojana, un cibo rituale, connesso alla stagione di semina del grano: la lunghezza del carrato, dovuta all’abilità della massaia, era direttamente proporzionale alla lunghezza delle spighe raccolte.

Prodotto tipico da assaggiare giunti a Sant’Angelo d’Alife sono i biscotti dell’Angelo, taralli dalla consistenza morbida e dal gusto delicato. È a tutti gli effetti un cibo rituale: non è confezionato a scopo di vendita ma solo per la festa di San Michele Arcangelo, celebrata il 29 settembre nell’omonimo santuario e relativa grotta dedicata al santo.
Un’altra ricetta che si tramanda di generazione in generazione è quella dei taralli di San Lorenzello.

 

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Anche la cipolla Alifana presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate: ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda. Vengono vendute e conservate nelle caratteristiche nzerte, intrecci realizzati con le foglie essiccate, da tenere rigorosamente appesi. La cipolla alifana viene utilizzata nella cucina tradizionale locale per la preparazione di minestre con fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.

Tra gli altri prodotti coltivati e prodotti all’interno dell’area del Massiccio del Matese troviamo:

  • la castagna Jonna, chiamata così da un termine che in dialetto significa “bionda” poiché ha una buccia con striature chiare: è la castagna che viene ampiamente utilizzata per la produzione dei buonissimi marron glacè;
  • il granturco di Gallo Matese, utilizzato per l’alimentazione umana e mai per l’alimentazione animale, per la produzione di polenta anche nella tradizionale forma del frattaccio;
  • il timo delle coste del monte Mutria, che cresce spontaneo in quest’area, viene utilizzato per tisane o per condire minestre ed arrosti, ma anche per la concia di formaggi e ricotta essiccata;
  • il fagiolo di Gallo Matese, ecotipo locale, ottimo per zuppe, minestre, oppure con il frattaccio, polenta raffreddata e tagliata in pezzi schiacciati;
  • il cece e le lenticchie di Valle Agricola, molto pregiati, dal sapore intenso, sono sfruttati soprattutto essiccati per la preparazione di piatti della cucina tradizionale locale.

L’area del Matese è da sempre considerata pura ed incontaminata, posta nel cuore della Campania, e da sempre ha destinato parte dei suoi terreni alla coltivazione della vite.

Sannio, Falanghina, Beneventano, sono solo alcuni esempi di vini con denominazione D.O.C., D.O.P. e I.G.T. che vengono alla luce proprio in questo territorio.

 

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In alcune aree la vite e la sua epoca vegetativa, scandiscono il tempo della vita della comunità locale, in particolare nelle aree tra il massiccio del Matese e il Taburno, e dalle pendici del Taburno al fiume Calore.

 

Dopo aver letto di questa terra e di tutto ciò che offre non vi è venuta voglia di ammirarla in tutta la sua bellezza?

Buona visita!

Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Parco Regionale del Matese : storia e nascita

Il Parco Regionale Matese occupa un’area di 33.326,53 ettari, istituito nel 1993 ma entrato in funzione solamente nel 2002.

Il territorio del parco comprende prevalentemente il massiccio montuoso del Matese: l’area si estende su due Province, Caserta e Benevento, per un totale di 20 comuni.

 

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Il parco, che prende il nome dal lago del Matese, è il paradiso degli escursionisti e degli sportivi, soprattutto vista la varietà di luoghi selvaggi, popolati da una ricca fauna come lupi ed aquile reali, ma anche paesaggi dolci, paesaggi mediterranei, fatti di uliveti, con laghi dalle acque azzurre in cui si specchiano le cime delle montagne.

La ricchezza dei pascoli, in particolare, ha permesso un notevole sviluppo della pastorizia che, insieme all’agricoltura ed allo sfruttamento dei boschi, ha rappresentato nel passato la principale fonte di reddito delle popolazioni dell’area.

Non mancano poi i centri storici originali e ottimamente conservati, che trasudano tanta storia, con reperti che spaziano dai Romani ai Sanniti, in cui si vive in una condizione di grande tranquillità e in cui si possono assaporare prodotti tipici unici e genuini.

 

Insediamenti romani sul territorio

Il Matese rappresenta innanzitutto un grande patrimonio di storia, tradizioni e cultura. Nei sui borghi è possibile camminare a piedi attraverso stradine in pietra che trasudano storia. Una storia che è raccontata anche all’interno del Museo archeologico dell’antica Alliphae.

Il Museo archeologico dell’antica Alliphae nasce nel 2004, in seguito al successo della mostra, inizialmente temporanea, dal titolo Ager Alliphanus che aveva l’obiettivo di illustrare la storia e la cultura delle popolazioni che abitarono nell’antichità il territorio del Matese – Casertano. Questa nasceva in seguito al ritrovamento di alcuni reperti di una necropoli databili dal VII al IV secolo a.C. e rinvenuti in occasione dei lavori per l’allargamento del cimitero del comune di Alife.

Il Museo statale, oggi, dipendente della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, è situato in uno stabile moderno di proprietà del Comune di Alife, dove trovano spazio anche l’Ufficio Archeologico territoriale e alcuni magazzini in cui sono stipati centinaia di altri reperti.

Al suo interno sono esposti i reperti archeologici provenienti dalla piana di Alife, testimonianze della lunga e stabile frequentazione dell’area dal tardo Neolitico sino all’età medievale: armi e strumenti litici, iscrizioni e sculture, vasellame ceramico e vitreo, oggetti in metallo, frammenti di affreschi e mosaici.

La sala, inoltre, ospita reperti provenienti da altre due necropoli: quella di Croce Santa Maria, scavata nel 1907 in un territorio a nord-ovest di Alife e che portò alla luce circa 50 tombe databili dal VII al IV secolo a.C., e quella in località Conca d’Oro, frutto di uno scavo avvenuto nel 1880, che portò alla luce anche alcune tombe dipinte.

L’istituzione ad Alife di un Museo Archeologico rientra in un piano globale per la creazione di una rete di musei territoriali, intesi a valorizzare il patrimonio storico-archeologico e a rivitalizzare, anche dai punti di vista turistico, socio-economico e culturale, significativi centri della Campania interna.

Il percorso espositivo del museo è stato concepito per permettere al visitatore di ripercorrere cronologicamente e topograficamente i vari rinvenimenti avvenuti sul territorio di Alife; l’ingresso al museo è gratuito ed è possibile dal martedì al sabato dalle 09.00 alle 19.00 e la domenica fino alle 13.00.

 

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All’interno di questa rete di musei volti a valorizzare il patrimonio storico – archeologico del territorio, si inserisce anche il recupero dell’Anfiteatro romano.

L’anfiteatro è databile ai primi decenni del I secolo d.C., grazie al rinvenimento di parte di un’iscrizione dedicatoria, e si imponeva sul panorama extraurbano della città antica.

Le dimensioni dell’Anfiteatro di Alliphae erano piuttosto significative, proprio a dimostrare quanto la città fosse importante all’interno dell’Impero. Con una capienza di circa 14.000 spettatori, il monumento era così grande, infatti, da ritrovarsi tra i più grandi dell’Impero Romano. Le assi maggiori misurano 107 metri per 84 e dovevano elevarsi fino ad un’altezza di 20 metri, così da avere una tribuna di spettatori a più piani. Tuttavia alcuni studi hanno evidenziato una seconda fase costruttiva che ne ridusse l’altezza ricavandone una tribuna interna destinata ai cittadini più illustri.

Il monumento fu poi progressivamente smantellato per il riuso dei materiali edilizi lapidei nella costruzione della vicina città, a partire dal V secolo, in seguito all’abolizione dei giochi anfiteatrali. L’anfiteatro venne così abbandonato, sommerso nel sottosuolo, fino ai giorni nostri: nonostante, infatti, già il Trutta nel VII secolo avesse individuato la sua posizione, riportando la notizia nelle sue Dissertazioni Istoriche delle Antichità Alifane, bisogna aspettare la fine del secolo scorso per l’individuazione precisa del monumento. Nel 1976, infatti, tramite a delle riprese aeree, si capì che l’assenza di vegetazione su un suolo agricolo, poteva essere sintomo di una struttura sottostante, la cui forma riportava alla mente proprio l’idea di un’arena romana.

Oggi il monumento, in seguito ad alcuni lavori di restauro, è parzialmente recuperato: sul territorio interessato dallo scavo sorgono alcune strutture abitative che ne impediscono il recupero totale. Al suo interno, comunque, si svolgono attività ricreative, eventi musicali e teatrali (dal 2001 rientra nel circuito “Teatri di Pietra”) ed è sempre possibile visitarlo.

 

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Il culto micaelico in rupe

Il territorio montuoso in cui si inserisce la Valle del Volturno è caratterizzato anche dalla presenza di grotte e cavità, sia naturali che artificiali. Le grandi protagoniste di queste montagne, infatti, non sono soltanto luoghi di esplorazione, di studio naturalistico e di avventura, ma anche scrigni di storia e d’arte.

Numerose sono le cavità naturali dedicate al culto di San Michele Arcangelo, di retaggio longobardo. Il culto micaelico, infatti, si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, avvenuta alla fine del VI secolo dopo il loro stanziamento in Italia. Questo popolo riservò una particolare venerazione all’Arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo riconosciute nel dio germanico Odino.

Il culto di San Michele Arcangelo è particolarmente radicato in Campania: si contano circa 90 tra chiese, monasteri, basiliche, santuari, grotte ed eremi dedicate al culto di Santo. Di questi, 70 sono di origine rupestre (chiese, santuari, grotte e basiliche) e diffusi in zone montuose dal Matese ai Picentini, fino al Cilento.

 

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Nel territorio del Matese, in particolare, si ricorda la Grotta di San Michele a Raviscanina.

Il centro medievale oggi chiamato Castello o Sant’Angelo vecchio, sito sulla sommità della collina tra Sant’Angelo d’Alife e Raviscanina, prende il suo nome dalla grotta dedicata a San Michele, sita alla base del colle dominato dai resti del castello e del borgo medievale. Essa custodisce tutt’oggi al suo interno la chiesa, il tabernacolo, nicchie e affreschi risalenti al IX secolo, mentre al XVIII secolo risale la cappella ubicata al suo esterno.

L’area fu dimora di uomini del periodo preistorico, come testimoniano tracce di antiche pitture purtroppo oggi non più visibili; divenne poi, con i Longobardi, santuario per il culto di San Michele Arcangelo, protettore della nazione Longobarda. La leggenda narra che proprio in questo luogo vi fu una lotta tra il Demonio e l’Arcangelo Michele.

Il culto oggi è praticato in una cappellina sita all’esterno ed a qualche metro dall’ingresso della grotta, largo circa 3,50 metri ed alto circa 7. A sinistra dell’ingresso su un tratto di roccia spianata artificialmente si notano scarsissimi resti di un affresco. Le pareti sono di roccia calcarea e il pavimento di humus caduto dall’alto; nella zona centrale ci sono delle costruzioni adibite al culto, tra cui un’imponente edicola coperta da una cupola di pietre legate da malta, sorretta da quattro pilastri collegati da archi a tutto sesto. Appoggiata ad uno dei pilastri si trova l’altare e la zona in cui si trovavano le edicole.

Molti degli elementi presenti in questa piccola grotta si trovano anche in altri luoghi di culto micaelici, come ad esempio l’edicola coperta a cupola, presente anche nella grotta di San Michele a Faicchio.

 

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Alla settimana prossima per la seconda parte di questo viaggio tra le bellezze e i luoghi del Parco Regionale del Matese!

I perseguitati politici nella provincia di Caserta

Gli studenti del liceo A. Diaz di San Nicola La Strada analizzano i dati raccolti durante il loro percorso di Alternanza Scuola – Lavoro. Cosa hanno imparato sul Fascismo?

 

Vi siete mai sentiti spiati dal governo? Durante il Regno d’Italia erano tenute sotto controllo più di 600 persone, considerando esclusivamente la popolazione della provincia di Caserta. Non è la prima volta che si sente parlare di questi controlli e, durante il periodo del fascismo, erano particolarmente rigidi.

Questi ultimi erano molto importanti affinché il governo avesse ben chiara la situazione italiana e, per questo motivo, non esitarono a raccogliere dati e informazioni personali come il loro colore politico, la loro professione, luogo di nascita e di residenza.

Purtroppo, ad oggi, possiamo mostrare solo parte di questi dati, poiché il permesso di pubblicazione dagli archivi dello stato deve obbligatoriamente essere a distanza di almeno 70 anni dalla fine della persecuzione di ogni singolo individuo. Ciò nonostante contiamo centinaia di perseguitati (solo un terzo degli antifascisti) nel periodo che va dal 1922 al 1943. Queste persone, pur di esprimere il loro pensiero, non si preoccuparono di essere tenute sotto controllo dal governo fascista. Prima di tale periodo, nella seconda metà del XIX secolo, erano già attuati controlli verso coloro che avevano orientamenti contrari a quelli del Re D’Italia, ovvero gli anarchici (e non solo). La maggior parte dei perseguitati, durante il fascismo, esercitava le mansioni più umili come, ad esempio, quella di contadino o artigiano.

 

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Ciò accadeva a causa della crisi economica che, nel dopoguerra, aveva invaso tutto il territorio italiano e che vide, tra il 1919 e il 1920, la diminuzione dei salari e la chiusura forzata delle piccole e medie imprese. Iniziò così un periodo di scioperi causati dalle difficoltà economiche e volti a ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti, ai quali si aggiunsero manifestazioni di contenuto apertamente politico. I vari motivi finirono dunque per fondersi tra loro creando un malcontento generale.

 

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Successivamente al periodo di scioperi, nel 1922, venne istituito un governo di coalizione, ovvero un governo che accetta la coesistenza di altri partiti di stampo fascista. Tre anni dopo, nel 1925, quest’ultimo si trasforma nel regime fascista ed iniziano le persecuzioni con le leggi fascistissime.

Gian Domenico Pisapia

I primi individui casertani sotto osservazione non ebbero vita facile: potevano accettare il nuovo regime oppure erano costretti all’esilio, al confino (Esilio in patria ma lontano dalla propria famiglia) o all’allontanamento dal proprio contesto lavorativo come ad esempio il caso dell’avvocato e docente Gian Domenico Pisapia.

Nato a Caserta nel 1915, figlio di un bancario, Gian Domenico Pisapia si laureò in giurisprudenza nel 1935. Fu costretto a rinunciare alla carriera nell’Avvocatura dello Stato perché rifiutò di prestare giuramento al Partito Nazionale Fascista.

Destino peggiore ebbero gli altri, i quali furono costretti a emigrare verso paesi stranieri dove continuarono ad essere controllati. Il periodo fascista fu il periodo di maggior emigrazione da parte del popolo italiano, la maggior parte emigrarono a causa dell’esilio forzato, altri, vedendosi alle strette per colpa delle numerose leggi, per scelta. L’obiettivo di Mussolini, prima di salire al potere, era quello di valorizzare questi emigrati, i quali venivano visti come portatori della cultura italiana ma, purtroppo, quando il fascismo si instaurò non rispettò questo proposito, però riuscirono a trascinare con loro anche i residui di quegli ideali fascisti che fortunatamente non influenzarono mai la popolazione locale.

In Campania, al contrario, la nuova generazione adottò questi ideali; uno dei tanti fu Stefano delle Chiaie, che aderì al Movimento Sociale Italiano, all’età di 14 anni, frequentato da numerosi reduci della Repubblica Sociale Italiana. Nel 1962 Delle Chiaie fondò il movimento Avanguardia Nazionale Giovanile, fortemente anticomunista e fascista, successivamente auto-scioltosi dopo numerosi arresti dei suoi militanti. Un suo concittadino fu imparentato con uno dei perseguitati presenti sul Casellario Politico Giudiziario, il suo nome è Alberto Beneduce, fratello di Ernesto Beneduce, un socialista.

 

 

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Alberto Beneduce

Alberto Beneduce nacque a Caserta nel 1877 da padre filo-socialista; suo fratello maggiore Ernesto, affiliato alla Massoneria, lo convinse ad entrare a far parte di una Loggia. Si iscrisse all’Università di Napoli nel 1900 e prese la tessera del Partito Socialista Italiano.

Si sposò a vent’anni ed ebbe cinque figli. A tre delle quattro femmine pose nomi di inequivocabile contenuto ideologico: Idea Nuova Socialista, Vittoria Proletaria e Italia Libera. Finita la guerra, nel 1919 si candidò alle elezioni politiche nelle liste del Partito Socialista Riformista Italiano nel collegio di Caserta, divenendo deputato.

Dal 1926 fu presidente della Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, allora la più importante finanziaria privata italiana, e nel 1927 collaborò alla riforma monetaria per la stabilizzazione della lira. I critici preferiscono metterne in luce l’opportunismo politico, che gli permise di passare, senza scossoni, dalle idee socialiste al fascismo, accettando anche incarichi di primo piano.

Il suo primo referente politico, Francesco Saverio Nitti, che dai fascisti subì aggressioni e violenze personali e fu costretto all’esilio, ebbe per Beneduce “giudizi morali durissimi”, pur ricordandone sempre intelligenza ed onestà, perché non assunse mai una netta posizione contro il regime. Per un giudizio sereno è necessario tuttavia rammentare che Beneduce non appoggiò apertamente il fascismo – accettò tardi la tessera del partito – e non rinnegò le sue idee, suscitò, piuttosto, il sospetto di molti gerarchi vicini al duce che, come confermano carteggi ritrovati in vari periodi dopo la seconda guerra mondiale, ne chiesero più volte l’allontanamento. Morì a Roma, a sessantasei anni, il 26 luglio 1944.

Come testimonianza dell’importante ruolo che ebbe Alberto Beneduce per la storia della provincia di Caserta, dopo la sua morte fu inaugurata una via a suo nome “Via Alberto Beneduce“.

 

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Autori: Matteo Mavica, Giulia Iacomino, Giulia Raffone, Assunta dell’Ostia, Raffaele Sibilio, Kevin Papa

Itinerario nel territorio di Calitri

Visitare l’Irpinia vuol dire viaggiare attraverso una provincia fra le più belle d’Italia e che dell’Italia conserva le migliori caratteristiche: i monumenti, le chiese, la tradizione enogastronomica ed i parchi naturali.

L’Irpinia, sin dall’antichità, è stata una terra di transito tra il Mar Tirreno ed il Mar Adriatico, in quanto territorio compreso tra l’Appia Traiana e la Regina Viarum dei Romani.
La caratterizzazione territoriale è molto vasta, il territorio si sviluppa principalmente sulla Catena Appenninica, offrendo un clima temperato.

La pace, la tranquillità, l’ottima qualità enogastronomica, le tradizioni e il folklore contraddistinguono da sempre la zona, compresa la cittadina di Calitri, che Ungaretti descrive come “un macigno ancora morso dalla furia della sua nascita di fuoco“.

Calitri, situato lungo le rive del fiume Ofanto, è il terzo comune per estensione territoriale della provincia di Avellino.
Sin dal Neolitico, ci giungono notizie di insediamenti umani sulla collina, ma si può definire un vero e proprio centro abitato solo dal XIII secolo.

In epoca medievale, il borgo viene amministrato dapprima dai Longobardi, e successivamente dai Normanni e dagli Svevi.

Nel 1304, con la famiglia dei Gesualdo, Calitri conosce il suo massimo splendore, che trova la sua rappresentazione nella conversione del castello in una sontuosa dimora signorile.
Dopo i Gesualdo, l’amministrazione passa prima ai Ludovisi, e, successivamente, ai Mirelli.

Durante il terremoto dell’8 settembre 1694 il castello di Calitri fu completamente distrutto e il principe Mirelli morì.
I superstiti della famiglia decisero dunque di abbandonare i ruderi e di spostarsi a valle.

A partire dalla seconda metà del ‘700, Calitri diviene oggetto dei vari fenomeni che in quel tempo dilaniavano il Sud Italia, primo tra questi il brigantaggio, insieme all’emigrazione e al latifondismo baronale.

Nel 1861 fu conquistata e liberata dal brigante lucano Carmine Crocco. Nel giugno 1910 e nel luglio 1930 due sismi di notevole magnitudo colpirono Calitri; Calitri diede un importante contributo, in termine di vite umane, alla Prima Guerra Mondiale, come testimonia il Monumento ai Caduti, costruito in memoria delle 120 vittime del conflitto.

 

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Nel secondo dopoguerra spiccò, fra le più influenti personalità politiche, il calitrano Salvatore Scoca, che fu più volte ministro e al quale sono dedicati una piazza e un busto situati presso il centro.
Il sisma del 23 novembre 1980, che colpì l’intera Irpinia, distrusse gran parte del borgo, causando due decessi e segnando definitivamente le vite di coloro che erano stati coinvolti in quei 90 interminabili secondi.
Molti calitrani decisero, infatti, di abbandonare la propria terra natia per trasferirsi al Nord Italia o addirittura oltre confine, con la speranza di una vita migliore.
Stessa sorte subirono i paesi limitrofi, come Pescopagano, la cui Chiesa Madre crollò durante il terremoto, causando nelle vicinanze un gran numero di vittime.

Attualmente il territorio di Calitri conta circa 4.600 abitanti, mentre Pescopagano quasi 2.000, numeri ben inferiori a quelli registrati prima della catastrofe dell’80.
Il calo demografico ha inevitabilmente avuto ripercussioni anche sul settore del turismo, che in questi ultimi anni ha cercato di rimettersi in carreggiata attraverso la valorizzazione delle bellezze del territorio e della sua cultura: a tal proposito sono nate alcune associazioni, che ormai possono essere considerate storiche, come la Pro Loco di Calitri e il Circolo Aletrium (dal nome latino del paese, appunto Aletrium o Caletrium).

Le tradizioni e le usanze del paese sono particolarmente vive durante i giorni di festa, come 25 maggio, 1 settembre, 8 settembre, rispettivamente Feste del Santo Patrono San Canio e dell’Immacolata Concezione. Interessanti a livello gastronomico e culturale sono anche le diverse sagre che si svolgono durante l’anno, come la Sagra della Scarpegghija, dei Cingul e delle Cannazze, tutti piatti tipici della tradizione calitrana, che permettono di riscoprire ai residenti, e non solo, i sublimi e genuini sapori della terra.

Particolarmente suggestivo è anche il Presepe Vivente, che si tiene il 26 dicembre di ogni anno e che celebra la tradizione cristiana, ma soprattutto la bellezza del Centro Storico, caratterizzato da colorate casette e grotte illuminate e addobbate a festa.

 

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Un importante contributo per il rifiorire del turismo è stato dato negli ultimi anni dal cantautore calitrano Vinicio Capossela, conosciuto su scala internazionale, ma da sempre legato alle proprie origini, tanto da ideare un festival dedicato alla musica e alle tradizioni locali, chiamato Sponz Fest.
Quest’ultimo, che si tiene solitamente nell’ultima settimana del mese di agosto, attira più di 30000 turisti da ogni parte del mondo, accomunati dalla passione per il folklore, per il cibo, per il vino, per le tradizioni e per la musica locale. Lo Sponz Fest ospita, oltre a Vinicio Capossela, anche molti altri artisti di notevole fama, ad esempio, negli ultimi anni, hanno partecipato, tra gli altri, Gianni Morandi, il gruppo musicale russo Dobranotch, Emir Kusturica & The no smoking orkestra, lo scrittore Erri De Luca.

Nel 2016 e nel 2017, durante il festival, è stata riaperta per l’occasione la vecchia stazione ferroviaria, che un tempo collegava Calitri con i territori della Puglia, e che è stata teatro della grande migrazione del XX secolo.

Attualmente la linea ferroviaria è in disuso, e l’unico collegamento della zona è il servizio autobus, che viene impiegato perlopiù a livello scolastico, dunque copre brevi e medie distanze.
Sicuramente un ampliamento delle linee di collegamento sarebbe fruttuoso per l’incremento del turismo, in quanto la nostra zona è difficile da raggiungere con i mezzi pubblici rispetto ai grandi centri.

Il calo demografico e quello turistico rappresentano un punto a sfavore rispetto a quello che è il nostro patrimonio artistico e culturale che, se valorizzato, potrebbe essere invidiato a livello nazionale e non solo.
Purtroppo esso è tuttora sconosciuto ai più, e poco valorizzato dagli stessi abitanti, spesso inconsapevoli della bellezza della propria terra e di quello che essa può offrire.

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Noi, come scuola A.M. Maffucci, classe IV A, e come gruppo di lavoro “Calitri 1 – Chiese e luoghi artistici“, abbiamo cercato di valorizzare il territorio, ed in particolare chiese e luoghi artistici di Calitri e Pescopagano.

Ci siamo occupate delle Chiese, anche di quelle non più agibili o scomunicate, di monumenti di ogni tipo, piccole cappelle, piazze, sculture di arte moderna e incisioni su pietra.

Il nostro dataset, suddiviso in 63 righe e 19 colonne, descrive le varie caratteristiche da noi selezionate per ogni elemento analizzato: il nome, la tipologia, l’ubicazione, l’anno o il secolo di fondazione, il committente, lo stato di conservazione, la destinazione di utilizzo attuale, una breve descrizione esterna, la geolocalizzazione, l’url immagine di ogni foto scattata da noi e, ovviamente, i riferimenti a sitografia e bibliografia.

A cosa è servito tutto questo lavoro?

I dati da noi reperiti sono stati innanzitutto utili a noi stesse per scoprire molte peculiarità riguardo il nostro territorio e quello che ci circonda, che fino a poco fa passava inosservato; emozionante è stata anche la ricerca di queste informazioni, sia attraverso fonti scritte come i testi di Emilio Ricciardi e Vito Acocella, sia attraverso fonti orali come la prof.ssa Concetta Zarrilli o molti altri abitanti di Calitri che si sono gentilmente messi a nostra disposizione, spinti anch’essi dal desiderio di valorizzare la nostra terra.

Difficile ma entusiasmante è stata la ricerca delle varie sculture, situate nei vicoletti del paese, spesso mai viste prima, e poi fotografate.

 

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Abbiamo compreso l’importanza degli Open Data e della piattaforma SPOD, che è un ottimo strumento per tutti gli amanti della propria storia e delle proprie origini, spesso rappresentate dalle piccole cose, come ad esempio l’incisione su pietra della poesia “Calitri” di Giuseppe Ungaretti, da noi analizzata nel Dataset.

 

Autori: Maria Lucia Araneo, Francesca Lanza, Azzurra Metallo,  Marialaura Russo