Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Parco Regionale del Matese : storia e nascita

Il Parco Regionale Matese occupa un’area di 33.326,53 ettari, istituito nel 1993 ma entrato in funzione solamente nel 2002.

Il territorio del parco comprende prevalentemente il massiccio montuoso del Matese: l’area si estende su due Province, Caserta e Benevento, per un totale di 20 comuni.

 

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Il parco, che prende il nome dal lago del Matese, è il paradiso degli escursionisti e degli sportivi, soprattutto vista la varietà di luoghi selvaggi, popolati da una ricca fauna come lupi ed aquile reali, ma anche paesaggi dolci, paesaggi mediterranei, fatti di uliveti, con laghi dalle acque azzurre in cui si specchiano le cime delle montagne.

La ricchezza dei pascoli, in particolare, ha permesso un notevole sviluppo della pastorizia che, insieme all’agricoltura ed allo sfruttamento dei boschi, ha rappresentato nel passato la principale fonte di reddito delle popolazioni dell’area.

Non mancano poi i centri storici originali e ottimamente conservati, che trasudano tanta storia, con reperti che spaziano dai Romani ai Sanniti, in cui si vive in una condizione di grande tranquillità e in cui si possono assaporare prodotti tipici unici e genuini.

 

Insediamenti romani sul territorio

Il Matese rappresenta innanzitutto un grande patrimonio di storia, tradizioni e cultura. Nei sui borghi è possibile camminare a piedi attraverso stradine in pietra che trasudano storia. Una storia che è raccontata anche all’interno del Museo archeologico dell’antica Alliphae.

Il Museo archeologico dell’antica Alliphae nasce nel 2004, in seguito al successo della mostra, inizialmente temporanea, dal titolo Ager Alliphanus che aveva l’obiettivo di illustrare la storia e la cultura delle popolazioni che abitarono nell’antichità il territorio del Matese – Casertano. Questa nasceva in seguito al ritrovamento di alcuni reperti di una necropoli databili dal VII al IV secolo a.C. e rinvenuti in occasione dei lavori per l’allargamento del cimitero del comune di Alife.

Il Museo statale, oggi, dipendente della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, è situato in uno stabile moderno di proprietà del Comune di Alife, dove trovano spazio anche l’Ufficio Archeologico territoriale e alcuni magazzini in cui sono stipati centinaia di altri reperti.

Al suo interno sono esposti i reperti archeologici provenienti dalla piana di Alife, testimonianze della lunga e stabile frequentazione dell’area dal tardo Neolitico sino all’età medievale: armi e strumenti litici, iscrizioni e sculture, vasellame ceramico e vitreo, oggetti in metallo, frammenti di affreschi e mosaici.

La sala, inoltre, ospita reperti provenienti da altre due necropoli: quella di Croce Santa Maria, scavata nel 1907 in un territorio a nord-ovest di Alife e che portò alla luce circa 50 tombe databili dal VII al IV secolo a.C., e quella in località Conca d’Oro, frutto di uno scavo avvenuto nel 1880, che portò alla luce anche alcune tombe dipinte.

L’istituzione ad Alife di un Museo Archeologico rientra in un piano globale per la creazione di una rete di musei territoriali, intesi a valorizzare il patrimonio storico-archeologico e a rivitalizzare, anche dai punti di vista turistico, socio-economico e culturale, significativi centri della Campania interna.

Il percorso espositivo del museo è stato concepito per permettere al visitatore di ripercorrere cronologicamente e topograficamente i vari rinvenimenti avvenuti sul territorio di Alife; l’ingresso al museo è gratuito ed è possibile dal martedì al sabato dalle 09.00 alle 19.00 e la domenica fino alle 13.00.

 

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All’interno di questa rete di musei volti a valorizzare il patrimonio storico – archeologico del territorio, si inserisce anche il recupero dell’Anfiteatro romano.

L’anfiteatro è databile ai primi decenni del I secolo d.C., grazie al rinvenimento di parte di un’iscrizione dedicatoria, e si imponeva sul panorama extraurbano della città antica.

Le dimensioni dell’Anfiteatro di Alliphae erano piuttosto significative, proprio a dimostrare quanto la città fosse importante all’interno dell’Impero. Con una capienza di circa 14.000 spettatori, il monumento era così grande, infatti, da ritrovarsi tra i più grandi dell’Impero Romano. Le assi maggiori misurano 107 metri per 84 e dovevano elevarsi fino ad un’altezza di 20 metri, così da avere una tribuna di spettatori a più piani. Tuttavia alcuni studi hanno evidenziato una seconda fase costruttiva che ne ridusse l’altezza ricavandone una tribuna interna destinata ai cittadini più illustri.

Il monumento fu poi progressivamente smantellato per il riuso dei materiali edilizi lapidei nella costruzione della vicina città, a partire dal V secolo, in seguito all’abolizione dei giochi anfiteatrali. L’anfiteatro venne così abbandonato, sommerso nel sottosuolo, fino ai giorni nostri: nonostante, infatti, già il Trutta nel VII secolo avesse individuato la sua posizione, riportando la notizia nelle sue Dissertazioni Istoriche delle Antichità Alifane, bisogna aspettare la fine del secolo scorso per l’individuazione precisa del monumento. Nel 1976, infatti, tramite a delle riprese aeree, si capì che l’assenza di vegetazione su un suolo agricolo, poteva essere sintomo di una struttura sottostante, la cui forma riportava alla mente proprio l’idea di un’arena romana.

Oggi il monumento, in seguito ad alcuni lavori di restauro, è parzialmente recuperato: sul territorio interessato dallo scavo sorgono alcune strutture abitative che ne impediscono il recupero totale. Al suo interno, comunque, si svolgono attività ricreative, eventi musicali e teatrali (dal 2001 rientra nel circuito “Teatri di Pietra”) ed è sempre possibile visitarlo.

 

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Il culto micaelico in rupe

Il territorio montuoso in cui si inserisce la Valle del Volturno è caratterizzato anche dalla presenza di grotte e cavità, sia naturali che artificiali. Le grandi protagoniste di queste montagne, infatti, non sono soltanto luoghi di esplorazione, di studio naturalistico e di avventura, ma anche scrigni di storia e d’arte.

Numerose sono le cavità naturali dedicate al culto di San Michele Arcangelo, di retaggio longobardo. Il culto micaelico, infatti, si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, avvenuta alla fine del VI secolo dopo il loro stanziamento in Italia. Questo popolo riservò una particolare venerazione all’Arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo riconosciute nel dio germanico Odino.

Il culto di San Michele Arcangelo è particolarmente radicato in Campania: si contano circa 90 tra chiese, monasteri, basiliche, santuari, grotte ed eremi dedicate al culto di Santo. Di questi, 70 sono di origine rupestre (chiese, santuari, grotte e basiliche) e diffusi in zone montuose dal Matese ai Picentini, fino al Cilento.

 

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Nel territorio del Matese, in particolare, si ricorda la Grotta di San Michele a Raviscanina.

Il centro medievale oggi chiamato Castello o Sant’Angelo vecchio, sito sulla sommità della collina tra Sant’Angelo d’Alife e Raviscanina, prende il suo nome dalla grotta dedicata a San Michele, sita alla base del colle dominato dai resti del castello e del borgo medievale. Essa custodisce tutt’oggi al suo interno la chiesa, il tabernacolo, nicchie e affreschi risalenti al IX secolo, mentre al XVIII secolo risale la cappella ubicata al suo esterno.

L’area fu dimora di uomini del periodo preistorico, come testimoniano tracce di antiche pitture purtroppo oggi non più visibili; divenne poi, con i Longobardi, santuario per il culto di San Michele Arcangelo, protettore della nazione Longobarda. La leggenda narra che proprio in questo luogo vi fu una lotta tra il Demonio e l’Arcangelo Michele.

Il culto oggi è praticato in una cappellina sita all’esterno ed a qualche metro dall’ingresso della grotta, largo circa 3,50 metri ed alto circa 7. A sinistra dell’ingresso su un tratto di roccia spianata artificialmente si notano scarsissimi resti di un affresco. Le pareti sono di roccia calcarea e il pavimento di humus caduto dall’alto; nella zona centrale ci sono delle costruzioni adibite al culto, tra cui un’imponente edicola coperta da una cupola di pietre legate da malta, sorretta da quattro pilastri collegati da archi a tutto sesto. Appoggiata ad uno dei pilastri si trova l’altare e la zona in cui si trovavano le edicole.

Molti degli elementi presenti in questa piccola grotta si trovano anche in altri luoghi di culto micaelici, come ad esempio l’edicola coperta a cupola, presente anche nella grotta di San Michele a Faicchio.

 

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Alla settimana prossima per la seconda parte di questo viaggio tra le bellezze e i luoghi del Parco Regionale del Matese!

Parco Regionale di Roccamonfina – Foce Garigliano

Il Parco Regionale Roccamonfina e Foce Garigliano è stato istituito nel 1993.

Conta circa 9.000 ettari di superficie che interessa alcuni comuni della provincia di Caserta: Sessa Aurunca, Teano e cinque comuni facenti parte della comunità montana di Monte Santa Croce, ossia Roccamonfina, per l’intero territorio, parzialmente Marzano Appio, Conca della Campania, Galluccio e Tora e Piccilli.

 

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A protezione dell’intera area troviamo l’apparato vulcanico di Roccamonfina, l’antico Mons Mefineus. Il Vulcano di Roccamonfina è il più antico apparato vulcanico della Campania, il quarto vulcano d’Italia ed il quinto per altitudine. Strutturalmente assomiglia molto al Vesuvio, ma ne è molto superiore per dimensioni avendo un diametro di oltre 15 km, e possiede una cerchia craterica esterna di circa 6 km di diametro al cui interno si trovano i coni vulcanici del Monte Santa Croce e del Monte Làttani, formatisi in epoche successive.

L’intero territorio è ricco d’acqua, che ne ha plasmato la morfologia. Il fiume Garigliano, che attraversa il Parco, scava il suo letto tra i terreni vulcanici del Roccamonfina ed i terreni calcarei dei Monti Aurunci. Oltre al Garigliano, i due corsi d´acqua più importanti del territorio sono il Fiume Savone ed il Fiume Peccia.

L’area del Parco è stata suddivisa in tre zone denominate: “A”, zona a tutela integrale, “B”, zona orientata alla protezione e “C”, che prevede la riqualificazione dei centri urbani e la loro promozione economica e sociale.

 

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Il territorio è caratterizzato geologicamente dalla presenza di lave e tufi, risultanti dall’attività del vulcano di Roccamonfina attivo tra i 630.000 e 50.000 anni fa.

Il parco gode di una fitta vegetazione, tra cui trovano ampia diffusione il castagno e la quercia sulle alture, mentre sulle colline prevalgono ulivi, vigneti e alberi da frutta. Ricco è anche il sottobosco, soprattutto in autunno, quando è popolato da numerose specie di funghi, tra il pregiato porcino.

Allo stesso modo nel parco è cospicua la fauna: per quanto riguarda i volatili ci sono il cuculo, il picchio, la civetta, il gufo, il merlo, il corvo, i falchi e le cicogne, oltre ad esemplari rarissimi e di grande interesse, come l’airone rosso. Troviamo inoltre la volpe, il cinghiale, il tasso, la faina, la lepre e tanti altri piccoli mammiferi.

Dalle alture del vulcano si godono paesaggi suggestivi che spaziano dalla pianura campana al basso Lazio, estendendosi fino alle isole del Golfo di Napoli e a quello di Gaeta.

 

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Oltre al parco si possono visitare i molti borghi presenti nell’area, tra tutti la suggestiva Sessa Aurunca, un importante centro storico ricco di arte e cultura con monumenti di età romana, medievale e barocca come il Teatro Romano.

Il Parco è liberamente visitabile, occupando un’area molto estesa e diversi comuni.

Il Parco racchiude un’area estremamente suggestiva: ci si può perdere passeggiando tra i boschi secolari di castagni e tra i borghi medievali che lo circondano; si possono assaporare i prodotti tipici, le castagne e le tante varietà di funghi locali, vivendo tradizioni gastronomiche uniche nella loro semplicità; si possono sorseggiare i vini prodotti localmente, dai sapori fruttati e dai gusti decisi; si può partecipare a feste e sagre di paese, che rievocano antichi folklori e tradizioni popolari.

 

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Dunque il Parco Regionale Roccamonfina – Foce Garigliano è una terra di grande ospitalità e di storia, che offre ai suoi visitatori una natura rigogliosa ed incontaminata, oltre che luoghi ricchi di arte, archeologia e tradizioni.

 

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L’Oasi protetta di Persano

Nel cuore della Riserva naturale Foce Sele – Tanagro si trova l’Oasi WWF di Persano, dichiarata zona umida di importanza Internazionale dalla Convenzione di Ramsar.

L’area è situata nei Comuni di Serre e Campagna (SA) ed ha un’estensione di 110 ettari, 70 dei quali occupati dal bacino idrico. L’Oasi, infatti, è stata istituita nel 1981 intorno ad un lago artificiale formatosi in seguito allo sbarramento del fiume Sele.

La presenza della diga, ultimata nel 1934, e del bacino artificiale hanno contribuito ad un’evoluzione dei sistemi naturali, attivando una serie di fenomeni quali esondazioni di piccola portata, formazione di specchi d’acqua secondari ed ambienti di notevole interesse naturalistico.

Il Consorzio di Bonifica Destra Sele che gestisce la diga, nel 1980 ha affidato al WWF il compito della gestione naturalistica dell’area.

L’Oasi e la confinante Tenuta Militare di Persano formano una grande isola verde le cui caratteristiche naturali si sono mantenute pressoché inalterate.

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Gli insediamenti più antichi nella zona sono stati ritrovati nelle zone interne collinari e sembrano risalire alla media età del bronzo.

Ai tempi dei Romani, l’area già aveva una certa importanza, testimoniata dalla presenza del santuario di Hera Argiva; mentre in epoca coloniale fu teatro dei passi più significativi della storia di Posidonia-Paestum.

L’evoluzione del paesaggio della pianura alluvionale del Sele ha seguito per secoli le dinamiche del fiume, restando una zona pressoché invariata dal punto di vista vegetale e faunistico, fino alla fine del XIX secolo.

Infatti, nel ‘700, tale ricchezza vegetale e l’abbondanza di animali indussero i Borboni a eleggere Persano “sito reale”: l’area, dunque, divenne un territorio riservato alla caccia del re.

A partire dal 1885, con la bonifica della palude costiera, si sono avviate una serie di trasformazioni proseguite fino agli anni ’30. L’area di Persano, insieme a poche altre, è sfuggita alla trasformazione generalizzata del XX secolo, preservando i boschi umidi planiziali che ospitano una fauna particolarmente ricca di specie, anche rare come la lontra.

 

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L’area è conosciuta soprattutto per la presenza di questo animale, che costituisce il simbolo dell’Oasi e motivo principale della sua istituzione. Il bacino del Sele, infatti, è uno degli ultimi rifugi per la lontra, il mammifero terrestre più raro d’Italia e ad alto rischio di estinzione, che merita adeguate azioni di conservazione.

Tuttavia, la lontra non è l’unico animale che è possibile incontrare nell’area. L’Oasi, essendo un’area umida, costituisce un riparo ed un punto di ristoro per gli uccelli: finora sono state segnalate 184 specie.

Inoltre, all’interno dell’Oasi e nei suoi immediati dintorni si può apprezzare un diversificato mosaico vegetazionale costituito da un gran numero di ambienti erbacei, arborei ed arbustivi che sono alla base della grande biodiversità che caratterizza l’area.

E’ possibile visitare l’area accompagnati dalla guida, raggiungendo il Sentiero Natura all’interno del territorio protetto, lungo il quale vengono accompagnati i visitatori in base alle loro esigenze e conoscenze naturalistiche.

I periodi piu’ interessanti per le osservazioni sono l’autunno, quando si raggiunge la massima concentrazione di uccelli acquatici svernanti, e la primavera, quando il paesaggio si colora con le fioriture dei prati.

 

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Dal 1 Marzo, è possibile visitare l’Oasi secondo alcuni giorni e orari prestabiliti. In particolare:

  • per i gruppi organizzati e le scuole, è possibile fare delle visite guidate su prenotazione, tutti i giorni in orario da concordare. La visita dura circa due ore e mezza.
  • per il pubblico, è possibile effettuare le visite guidate tutti i giorni su prenotazione, dalle 10.00 alle 15.00 nel periodo invernale (ottobre-maggio) e dalle 9.00 alle 17.00 nel il periodo estivo (giugno-settembre).

Per fotografi e birdwatcher sono previsti ingressi eccezionali, in alcuni periodi, da concordare con la direzione.

Per maggiori informazioni, potete visitare la pagina Facebook dedicata all’Oasi.

 

 

I migliori 5 mercatini in Campania – Natale 2017

La Campania gode di un clima mite e raramente si può osservare il tipico paesaggio innevato caratteristico invernale. Ma ciò non toglie nulla al magico clima natalizio che si diffonde ovunque in questo periodo!
In questo articolo vi consigliamo 5 stupendi mercatini di Natale, a nostro parere tra i migliori della regione.

 

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Avellino

Iniziamo dalla provincia di Avellino: l’appuntamento è per l’8 dicembre a Caposele per la tradizionale accensione delle luminarie dell’abete, posizionato nel centro storico del borgo, alto ben 33 metri!

Durante l’evento si terrà anche l’inaugurazione dei mercatini di Natale: visitate le tante bancarelle ricche di prodotti artigianali esclusivi, accompagnati da suggestive armonie di musiche e luci. I mercatini saranno aperti alle ore 16.00 dell’8 dicembre e proseguiranno fino a domenica 10.

Inoltre, tantissimi saranno gli stand di enogastronomia locale: si potranno degustare le Matasse di Caposele, una tipica pasta fatta in casa, prodotta quasi esclusivamente in maniera artigianale, servita con un soffritto di ceci, aglio e peperoni essiccati, lievemente piccante; gli amaretti, biscotti dal sapore caratteristico di nocciole tostate, completamente diverso dall’amaretto commerciale; la Mnestra e pizza, r patan sfruculat, la polenta, la carn cu r paparol, i prodotti del forno, tartufi, formaggi ed insaccati, le castagne, l’olio novello, i vini del territorio ed altre specialità ed eccellenze legate alla tradizione irpina.

Vale la pena conservare un po’ di tempo per un passaggio al Castello longobardo di Caposele: innalzato a difesa del territorio circostante, risalirebbe all’anno 1000, di questo sito oggi restano solo alcuni ruderi.

Per saperne di più: www.facebook.com/events/284553815378695

 

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Benevento

Si rinnova, come ogni anno, l’appuntamento con “Cadeaux al Castello”, l’evento natalizio più conosciuto della Campania, arrivato all’ottava edizione.

Il Castello di Limatola, in provincia di Benevento, di epoca normanna, sovrasta l’antico borgo medioevale. Dopo decenni di abbandono l’edificio è stato restaurato nel 2010 ed ospita un albergo e ristorante; oggi il castello è di proprietà della famiglia Sgueglia, che ormai da anni si impegna con successo nell’organizzare uno dei più bei mercatini di Natale della Campania.

I mercatini sono visitabili fino al 10 dicembre con orario continuato, tutti i giorni, dalle 10.00 alle 23.00.

Tra le attrazioni presenti: esibizioni di strada, combattimenti in armatura e rievocazioni di antichi mestieri. Teatrini di marionette, il bosco incantato e soprattutto la Casa di Babbo Natale, per accontentare anche i più piccoli.

Ambienti inondati dalle luci delle luminarie e da musica di ogni genere, dal gospel alla zampogna fino alla melodia natalizia.

Non mancheranno i numerosi stand di ristoro e di gastronomia, con le eccellenze del territorio.

Per saperne di più: www.mercatinodinatale-castellodilimatola.it

 

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Caserta

Quest’anno la magia del Natale si fermerà anche nel Palazzo Ducale di Parete in provincia di Caserta. Di epoca angioina, il castello, purtroppo poco noto, occupa una vasta area di circa 1056 mq.

Ogni fine settimana fino al 6 gennaio 2018, al suo interno e nell’annesso borgo, si potranno visitare i mercatini di Natale, dalle ore 17.30 alle 22.00, organizzati dalla Pro Loco Parete, con il patrocinio del comune di Parete.

Oltre ai mercatini natalizi, ci saranno tanti eventi legati alla cultura, alla musica, alle festività di Natale e alla promozione gastronomica delle bontà culinarie del territorio: in particolare sarà possibile passeggiare tra gli stand di enogastronomia, con prodotti tipici della tradizione locale.

Accompagna il tutto l’ormai famoso Presepe Vivente che, giunto alla sua ottava edizione, si terrà nei giorni 21 e 26 dicembre 2017.

Da non perdere anche la rappresentazione della Natività realizzata con sculture di sabbia, un’attrazione unica nel suo genere che si terrà dall’8 dicembre al 6 gennaio.

Per i più piccoli, inoltre, sarà possibile visitare la splendida casa di Babbo Natale.

Per saperne di più: www.prolocoparete.it

 

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Napoli

Anche quest’anno il Castello Mediceo di Ottaviano, alle falde del Vesuvio, in provincia di Napoli, ospiterà i “Mercatini di Natale”.

Il Castello di Ottaviano, risalente circa all’anno 1000, situato nella parte alta del paese, fu posto a difesa del borgo; successivamente fu trasformato in residenza signorile da Bernardetto de’ Medici e dalla moglie Giulia de’ Medici.

Organizzati dalla Pro Loco Ottaviano, i mercatini saranno visitabili dal 2 al 17 Dicembre 2017, tutti i giorni, con orari feriali dalle 18.00 alle 23.00 e festivi dalle 10.00 alle 23.00.

L’evento ha registrato oltre 60 mila presenze l’anno scorso e si è imposto a livello nazionale con la conquista del Premio “Italive 2015″ nella categoria “Mercatini di Natale”, come miglior mercatino d’Italia.

Per l’edizione 2017 dei Mercatini al Castello di Ottaviano c’è un’importante novità: un gemellaggio con la città di Bolzano, nato dopo il conseguimento del premo Italive2015, quando la manifestazione ottavianese è diventata nota a livello nazionale.

La voglia di farsi conoscere in tutta Italia ha spinto l’amministrazione di Ottaviano a creare la collaborazione con i mercatini di Bolzano, considerati i mercatini per antonomasia; lo scopo era quello di realizzare un comune disegno culturale e commerciale improntato ai valori della territorialità, della preservazione degli antichi mestieri e dei prodotti a chilometro zero.

Saranno circa 100 gli espositori presenti al Castello, tra artisti di strada, concerti, cori, rappresentazioni teatrali e spettacoli natalizi che si terranno all’interno delle due aree attrezzate appositamente per gli eventi, mentre l’antica scuderia sarà dedicata interamente agli stand di prodotti enogastronomici.

Inoltre quest’anno i visitatori avranno una bellissima sorpresa: per la prima volta verrà aperto al pubblico il primo piano del palazzo, in parte restaurato, dove potranno ammirare gli antichi saloni e le bellezze nascoste in ogni angolo da scoprire in un percorso più ampio.

Anche quest’anno ci sarà una caratteristica navetta che attraverserà le principali strade del paese, conducendo i visitatori al Castello dove saranno accolti da una suggestiva ambientazione: giochi di luce, luoghi innevati e luminarie artistiche.

Per saperne di più: www.prolocoottaviano.it

 

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Salerno

Nella splendida cornice del Castello Doria di Angri, in provincia di Salerno, avrà luogo la seconda edizione della manifestazione “Mercatini di Natale Sapori&Piaceri”.

Il castello, di epoca angioina, deve il suo nome ai Doria, famiglia nobile di origini genovesi, che acquisì grandi latifondi nel territorio dell’Agro-Nocerino. Nel 1908 l’amministrazione comunale acquistò il castello per novantamila lire, trasformandolo nella sede del Municipio e carcere mandamentale. Durante la seconda guerra mondiale fu colpito da una ventina di proiettili d’ artiglieria e mortai, mentre il terremoto del 1980 rese il castello inagibile. Dopo quattro anni di restauro, dal 1988, è tornato ad essere la sede del Municipio.

Da giovedì 8 a domenica 10 dicembre, sarà possibile ammirare, presso i vari stand, prodotti dell’artigianato locale, sapientemente realizzati a mano.

Ovviamente non mancheranno espositori di prodotti tipici locali: caldarroste, formaggi e salumi del territorio, ma anche vin brulé, vini locali e tanti dolci tipici campani.

Nel corso dell’evento, le serate saranno allietate da spettacoli itineranti di artisti di strada, gruppi musicali e spettacoli di cabaret.

Inoltre il 10 Dicembre i visitatori potranno assistere ad uno spettacolo a tema Medioevale del Borgo Concilio, con sbandieratori e abiti d’epoca.

Una chicca: all’interno della Sala Affreschi del Castello Doria sarà presente la “Mostra dei Presepi Artistici Napoletani“.

Per saperne di più: www.facebook.com/events/699522653586179

 

Questi sono solo alcuni tra i tanti eventi dedicati al Natale in Campania e senza dubbio tra i più apprezzati negli anni, ma ce ne sono tanti altri.
Valgono davvero una visita!

Alla scoperta di Laviano

Laviano ha origini molto antiche: i suoi inizi si fanno risalire ai Sabini e viene definito l’ultimo villaggio degli Ursentini. Infatti, lo stesso nome Lavianum sarebbe un termine sabino che sta ad indicare il feudo della gens Lavia. Inoltre alcuni ritrovamenti archeologici nell’alta valle del Sele testimoniano la presenza di popolazioni sannitiche già dal V sec. a. C.

La posizione geografica di Laviano, incuneato tra Lucania e Irpinia, è una delle principali ragioni del carattere schivo e taciturno dei suoi abitanti. In effetti, questo piccolo paese ha avuto una propria e marcata identità locale fino all’avvento dell’emigrazione di massa, tra gli anni ’50 e ’60, che portò alla dispersione dei lavianesi nei cinque continenti.

Il terremoto del 23 novembre 1980, che raggiunse un’intensità pari al X grado della scala MSC, spezzò oltre 300 vite umane, inferendo una ferita indelebile e definitiva al paese e alla sua identità. Questa comunità e’ rimasta per anni spaesata e addirittura il paese originario, incastonato fino ad allora lungo il pendio collinare, è stato cancellato e l’assetto morfologico del suo territorio completamente stravolto.

Il nuovo paese, ricostruito in una zona contigua, non ha le stesse caratteristiche dell’antico abitato. Le uniche testimonianze superstiti dell’antico borgo sono rappresentate dal Castello, dalla Chiesa di santa Maria della Libera e da qualche abitazione che sorgeva intorno alla fortificazione.

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Il Castello, risalente al periodo normanno, per volere del conte Guglielmo venne costruito in posizione strategica in modo da facilitare sia l’osservazione che la difesa, e cioè alla sommità del promontorio, a picco sulla rupe dell’Olivella e sul vallone. Esso era munito di un fossato con un ponte in pietra, nonché di un avamposto verso il nucleo abitato che, fino al sisma del 1980, era incastonato lungo il pendio collinare sottostante.

La fortificazione, infatti, pur avendo subito nel corso dei secoli ampliamenti e ristrutturazioni, aveva conservato, sino a quel momento, l’aspetto prevalentemente difensivo.

Il Castello di Laviano si inserisce nel sistema di fortificazioni normanne e sveve realizzate a partire dal X sec. spesso su preesistenti insediamenti difensivi, lungo l’alta valle del Sele ed in Basilicata a ridosso delle vie di comunicazione con la Puglia.

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Nonostante i crolli determinati dagli ultimi terremoti e le attuali precarie condizioni statiche, il Castello di Laviano costituisce tuttora una delle testimonianze più significative dell’architettura fortificata presente nell’alto Sele.

 

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A seguito del terremoto sono stati attuati alcuni interventi di conservazione e restauro del Castello.

Le opere sino ad ora realizzate hanno consentito di rendere leggibile l’impianto generale del complesso monumentale, riproponendone una significativa riconfigurazione e il recupero di alcuni locali che oggi è possibile visitare.

Tuttavia, il restauro è ancora lontano dall’essere completato.

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L’importanza di Laviano non risiede solamente nella sua storia ma anche nel suo territorio: il paese, insieme ai comuni di Valva e Colliano, è parte integrante della “Riserva Naturale Monte Eremita-Marzano”, un Sito di Importanza Comunitaria, nonché una delle aree naturali protette della Regione Campania.

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La Riserva naturale Monti Eremita-Marzano è stata istituita nel 1993 e ospita diversi sentieri CAI, monumenti e luoghi di interesse, tra cui il Ponte Tibetano, sospeso a quasi 80 metri di altezza, inaugurato nel 2015.

Il ponte collega ad una fitta rete di sentieri naturalistici e panorami mozzafiato e si trova nei pressi del Castello. Le gole sovrastate dal ponte, conosciute con il nome di “laguna blu della valle del Sele”, si prestano benissimo ad avventurosi itinerari in canoa, da intraprendere in compagnia di guide esperte.

 

Ponte Tibetano, situato nella Riserva naturale Monti Eremita-Marzano

Il ponte tibetano costituisce un elemento importante grazie al quale è possibile attrarre sempre maggiori turisti e far conoscere le bellezze di questi territori. Esso può essere quasi considerato come un ponte della memoria, che riconduce ad un luogo simbolico e ricco di storia: un castello in rinascita, a difesa del passato e dell’identità della comunità di Laviano.

In occasione dell’anniversario del terremoto del 23 novembre 1980, un pensiero va alle vittime di questa tragedia che ha colpito il sud Italia, in particolare le regioni della Campania e della Basilicata.

 

 

Alla scoperta dell’Oasi WWF Valle della Caccia

L’ Oasi Valle della Caccia, gestita dal WWF, è stata istituita dal Comune di Senerchia il 15 luglio 1992 ed inaugurata il 23 maggio del 1993, per poi essere riconosciuta Sito di Interesse Comunitario (SIC IT8050052) e Zona di Protezione Speciale (ZPS IT8040021).

L’area si estende per circa 450 ettari del territorio comunale e rientra nel Parco regionale dei Monti Picentini che costituisce con i suoi 63.000 ettari il più grande dei parchi regionali della Campania e uno dei più importanti bacini idrici del Mezzogiorno.

 

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Nonostante il nome, è un luogo protetto tra i più affascinanti e selvaggi dei Monti Picentini.

Per raggiungere l’Oasi bisogna risalire il sentiero che parte dal borgo antico di Senerchia e costeggia le rive del torrente Acquabianca, dal caratteristico colore bianco, come anticipa il nome,  dato dalla natura calcarea dell’area.

Il sentiero è totalmente immerso nella natura, dove si potrà passeggiare circondati da una fitta vegetazione composta da betulle, faggi, frassini, querce, leccete e piante rare come l’Erica Terminalis ed il Pino nero.

Il percorso è lungo poco meno di un chilometro e si giunge alla cascata finale in circa quaranta minuti, godendosi lo scenario e le varie pause. Vi sono una settantina di metri di dislivello, dai 480 m circa della partenza ai 550 m  circa finali.

 

 

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Il percorso è completamente privo di difficoltà, adatto a tutti e molto ben attrezzato.  Tra le bellezze che si possono ammirare durante il cammino sono degne di nota la “Grotta del Muschio” e la più recente “Grotta Profunnata”.

Arrivando alla “Grotta del Muschio” si viene catapultati in un’atmosfera magica e suggestiva osservando i mille rivoli d’acqua che, cadendo dalle pareti rocciose, danno vita a strati di muschio e creano suggestivi giochi di luce e colori.

Dal 2015 è stato aggiunto un altro affascinante sentiero, quello della “Grotta Profunnata”, progettato su un’antica mulattiera, posto circa a metà del percorso in direzione della meta finale, dotato anche di un’area di sosta per rifocillarsi e godersi la natura circostante con un bel picnic.

Attraversando un piccolo ponte di legno si giunge direttamente al cospetto della magnifica cascata, la meta finale dell’escursione, che, con un potente salto di trenta metri, cade sul pendio del monte. Qui si può sostare e concedersi un attimo di riposo mentre si contempla il bellissimo scenario circostante.

 

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L’Oasi Valle delle Caccia di Senerchia è un luogo perfetto per rilassarsi, meditare e recuperare il contatto diretto con la forza e la purezza della natura.

In Campania il WWF è riuscito a proteggere dalla speculazione edilizia e dalla caccia oltre 3900 ettari di natura. La prima è stata l’Oasi di Persano nata nel 1981 e l’ultima è l’Oasi di Campolattaro istituita nel 2003.

Il miglior modo per scoprire le Oasi è quello di vistarle, come fanno già migliaia di persone ogni anno.

E tu cosa aspetti?

Il WWF ti accompagnerà nella scoperta della natura.

Estate in Costiera Amalfitana

Ecco la terza ed ultima parte dell’itinerario creato ad hoc per i lettori di Hetor tra le bellezze della Costiera Amalfitana.

Amalfi: tra mito e realtà

La mitologia vuole che questa città traesse il nome da una ninfa, Amalfi appunto, amata da Ercole. Il loro, però, era un amore destinato a essere passionale ma breve: la ninfa morì improvvisamente e l’eroe, profondamente afflitto dalla tragedia e con il cuore a pezzi, decise che la sua amata dovesse avere una sepoltura che potesse ricordarla nel tempo.

Ercole voleva seppellire l’amata in una terra che fosse degna di ospitare cotanta bellezza per cui si mise alla ricerca del posto perfetto, riuscendo a individuarlo in una terra dalle coste frastagliate in cui mare e cielo si sposavano all’orizzonte: si imbatté così in un piccolo villaggio la cui natura rigogliosa e il cui paesaggio incantato lo conquistarono al punto che decise di adornarlo con quegli alberi dai frutti pastosi, profumati e squillanti di sole che aveva rubato al Giardino delle Esperidi e che regalarono al luogo un profumo caratteristico. In questo villaggio, Ercole decise di dire addio alla sua adorata Amalfi, affidandone i resti alla cittadina costiera che battezzò con il nome dell’amata.

E quei frutti pastosi con cui l’eroe adornò il villaggio, oggi sono noti come i limoni di Amalfi, diventati la gioia e l’orgoglio dei suoi abitanti.

La storia invece tramanda che Amalfi fu inizialmente fondata, lungo la costa e con la denominazione di Melphes, da alcuni romani diretti verso Costantinopoli. Questi ultimi decisero, dopo poco, di trasferirsi in un tratto più riparato della costiera salernitana costituendo il primo nucleo della novella città soprannominata Amelphes. Data la posizione geografica, fin da subito gli amalfitani furono inclini a sviluppare un commercio marittimo, tanto da farla diventare la prima Repubblica Marinara.

Tra le maggiori testimonianze della sua grandezza, vi furono le Tavole Amalfitane, un codice che raccoglieva norme di diritto marittimo che restò attuale per tutta la durata del Medioevo.
Negli anni ’60, quelli del boom economico e della dolce vita romana che, in estate, viveva tra Capri ed Amalfi, registi, artisti d’ogni genere ed avventurieri sono passati per la costiera, da questo splendido connubio di arte e natura sono nati amori appassionati ed opere d’arte.

Senza dubbio il prodotto per eccellenza, indiscusso protagonista della produzione Amalfitana e dell’intera Costiera, è il Limone Costa d’Amalfi I.G.P.. Questo frutto presenta caratteristiche esclusive, che lo rendono famoso nel mondo. Si tratta di un limone di categoria sfusato, e si differenzia dai limoni della vicina area sorrentina per le diverse modalità di coltivazione e per proprietà organolettiche differenti.

Il Limone Costa d’Amalfi I.G.P. è un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate e rinomate: è caratterizzato da una forma ellittica allungata, la buccia è di medio spessore, di colore giallo particolarmente chiaro, con un aroma e un profumo intensi grazie alla ricchezza di oli essenziali e terpeni (carattere ritenuto di pregio per la produzione del liquore di limoni). La polpa è succosa e moderatamente acida, con scarsa presenza di semi. E’ inoltre un limone di dimensioni medio-grosse (almeno 100 grammi per frutto).

I limoni della Costa d’Amalfi sono utilizzati anche per produrre ottimi liquori tra i quali spicca il limoncello, senza dubbio quello più famoso, considerato “l’oro giallo” della Costa d’Amalfi.
La produzione, da parte di diverse aziende che negli anni si sono specializzati nel loro prodotto, avviene mediante l’utilizzo di soli limoni locali.

Il limoncello è semplice da preparare e non richiede l’aggiunta di coloranti, additivi o conservanti: ciò garantisce di poter assaporare il gusto unico del prodotto. La buccia dell’agrume coltivato in Costa d’Amalfi è ricca di oli essenziali e viene utilizzata per la produzione del liquore stesso, con l’aggiunta di alcool, acqua e zucchero: la semplicità e la cura con cui viene prodotto accentua l’originalità e la purezza, proprio come tanto tempo fa. Imitatissimo nel mondo, il limoncello è un prodotto che racconta la storia della Costiera ed è prodotto ancor oggi da tante massaie che, in casa, sono solite prepararlo ancora avvalendosi di antichi segreti e ricette di un tempo.

Una variante del classico limoncello è la crema di limone, ottenuta mischiando liquore di limone, latte, zucchero e panna. Ma anche il liquore di cioccolato al Limoncello, ottenuto arricchendo il sapore del classico limoncello con il cioccolato.

Oltre ai liquori, dai limoni Costa D’Amalfi nascono anche ottimi dolci, uno tra tutti è la Delizia al limone. Oggi è uno dei dolci più diffusi in Campania ma con il suo sapore delicato e fresco ha conquistato il palato di tutti gli italiani. La Delizia, certificata P.A.T. di fama internazionale, ha un’origine recente: fu ideata dal pasticciere sorrentino Carmine Marzuillo nel 1978. Dalla sua prima esecuzione se ne iniziò la diffusione in tutto il territorio: il sapore delicato e fresco conferito alle cupolette di pan di Spagna dalla crema al limone rende le delizie perfette da gustare durante la stagione estiva. Con la loro texture soffice e leggera, le delizie al limone conquistano anche i palati più esigenti.

Dopo aver gustato le bontà della cucina amalfitana, è tempo di dedicarsi alla cultura, magari esplorando le numerose torri di avvistamento presenti sul litorale amalfitano:

Torre Capo di Vettica, torre di avvistamento che sorge per l’appunto nella località Capo di Vettica, un promontorio proteso verso il mare, sovrastato da alte montagne sulle quali è situato l’antico Convento di Santa Rosa. Ristrutturata nel Novecento, per lungo tempo, è stata di proprietà del produttore cinematografico Carlo Ponti che la regalò come dono di fidanzamento alla moglie Sophia Loren.

Torre Bellosguardo, chiamata anche torre Revigliano o Revellino. Nella località di Vagliendola, all’estremità occidentale delle mura medievali di Amalfi, si trovava il Rivellino, un prolungamento del sistema difensivo contro gli attacchi provenienti dal mare. Su questa antica opera muraria, fu costruita in epoca vicereale, la Torre di Bellosguardo: poiché la precedente costruzione era inutilizzabile se ne programmò la ricostruzione.

Torre Capo d’Atrani, in origine detta Torre di Capo San Francesco per la presenza dell’ex convento presente ad Amalfi. Permetteva di comunicare visivamente col nucleo urbano di Amalfi e con la torre di Vettica. La torre appare all’estremità meridionale del Monte Aureo, ad est del centro urbano di Amalfi. La Torre del Capo d’Atrani fu una delle prime ad essere recuperata e riutilizzata in epoca vicereale.

Torre di Pogerola, torre di avvistamento costruita direttamente su roccia. La si può vedere percorrendo la via Sopramare fino al limite estremo del Monte Falconcello. Dalla Torre si dominava l’intera zona di Amalfi e si controllavano gli accessi alla città. Rappresentata in molti disegni dei secoli scorsi, è ancora oggi, insieme alla Torre dello Ziro, connotativa del profilo superiore del paesaggio amalfitano.

Inoltre è presente in località Tovere di Amalfi la Chiesa rupestre della Santissima Trinità. La Chiesa della Santissima Trinità, della quale si hanno notizie in un documento del 1138, faceva capo ad un antico insediamento rupestre della costiera amalfitana, un complesso molto ampio di grotte basiliane. A differenza di altri complessi simili, anche al di fuori della costa d’Amalfi, sono quasi del tutto assenti decorazioni pittoriche, fatte salve delle tracce di colore rosso sulla parte inferiore di due absidi. Sia all’esterno della chiesa rupestre che all’interno di altri ipogei è stata rilevata la presenza di alcune casse in muratura: forse tombe o, più semplicemente, vasche per la raccolta dell’acqua piovana ad uso degli eremiti.

 

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Conca Dei Marini: il luogo in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare

Conca dei Marini, piccolo paese che dai suoi tre chilometri di costa, dal mare si erge fino a quattrocento metri di altitudine, in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare.

Anticamente il nome di questo paese era Cossa dei Tirreni: fu colonia romana dando notevole contributo nella seconda guerra punica.

Da sempre i suoi abitanti hanno eccelso nell’arte marinara e la sua marina mercantile era di tale spessore che addirittura si parlava di un attitudine innata per la marineria degli abitanti del luogo: infatti questo piccolo centro commerciale aveva contatti e scambi con paesi dell’intero bacino mediterraneo incrementando enormemente la fama della Repubblica Amalfitana cui faceva corpo.

La storia di Conca dei Marini non può essere differente da quella di Amalfi, con la quale ha condiviso lo splendore del periodo della Repubblica Marinara, ma anche il declino ed il successivo ritorno alla celebrità.

Dopo un lungo periodo di oblio, il paese conobbe un periodo prospero sotto il dominio degli svevi e degli angioini poiché si poteva disporre delle proprie risorse, oltre a quelle marine, anche in parte dagli appezzamenti di terreno posti in collina ed agli scambi commerciali a cui Conca si era sempre affidata.

Non si può parlare di Conca dei Marini senza citare alcune delizie gastronomiche che caratterizzano la sua tradizione, prima tra tutte la famosa Sfogliatella Santa Rosa.

Tra Amalfi e Positano,mmiez’e sciure
nce steva nu convent’e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d’a matina fin’a sera;
ma quanno propio lle veneva‘a voglia
priparava doie strat’e pasta sfoglia.
Uno ‘o metteva ncoppa,e l’ato a sotta,
e po’ lle mbuttunava c’a ricotta,
cu ll’ove, c’a vaniglia e ch’e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na’ cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e ‘o vennettene a tutte’e cuntadine
ca zappavan’a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett’e’ recchie d’e napulitane.
Pintauro, ca faceva ‘o cantiniere,
p’ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo nascette ‘a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
‘E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t’e magne, fanno arrecrià.
So’ sempe na delizia, na bontà!

 

Circa 400 anni fa una monaca del convento di clausura di Santa Rosa a Conca dei Marini aggiunse a un po’ di pasta, rimasta dalla preparazione del pane, zucchero, latte, frutta secca, semola e amarene sciroppate inventando per caso un dolce squisito che ancora oggi è uno dei simboli del paese. (Per la storia completa: www.sfogliatella.it/storia.htm)

Non si può non affogare in un mare di dolcezza addentando una sfogliatella di Santa Rosa!

Anche quest’anno nel paese natale della Sfogliatella Santa Rosa si rinnova la sfida tra le eccellenze della pasticceria nazionale con la VI edizione del Concorso Gastronomico Nazionale “SantarosaConcaFestival”, da quest’anno Santarosa Pastry Cup, affermata realtà nel panorama enogastronomico nazionale e tappa ambita da pasticceri e barman professionisti di tutta Italia, che si terrà il 1 Agosto proprio a Conca dei Marini.

 

Conca dei Marini è meno nota e conosciuta rispetto agli altri paesi della Costiera ma riesce a rispondere alle stesse esigenze di bellezza e di natura delle altre.

Un tempo Conca dei Marini, che sorge a fianco del fiordo di Furore, era solo un borgo di pescatori, oggi vive anche di turismo senza perdere il proprio fascino raccolto.

Una conca naturale protesa verso il mare, un paese incantato con poche centinaia di abitanti che vivono nelle case sulla spiaggia o in quelle bianche aggrappate alla scogliera, le quali si sviluppano nella baia dominata dalla Torre Saracena, detta anche Torre del Capo di Conca: è un’antica torre di guardia cinquecentesca che sorge sul promontorio chiamato Capo di Conca.

Il Capo di Conca è uno dei punti fondamentali per le comunicazioni visive della costiera amalfitana, una singolare sporgenza rocciosa ricoperta da macchia mediterranea che si protende verso il mare.  Il 19 aprile 1279 la torre di Capo di Conca è citata tra le cinque torri del golfo di Salerno a pianta circolare. Fu ripristinata e voluta più grande in epoca vicereale, dal viceré di Napoli Pedro de Toledo. Trasformata in pianta quadrata, dal momento che la resistenza delle torri circolari, largamente impiegate in passato, fu messa in dubbio, e posta a difesa del territorio contro le invasioni dei Turchi.  Dopo la sconfitta dei Turchi a Lepanto la torre, come molte altre, perse di importanza e fu abbandonata al suo destino e usata a scopo cimiteriale.

La torre fu destinata a questo uso fino al 1949, finché fu restaurata dall’amministrazione comunale che ne è proprietaria. L’Amministrazione comunale, per preservare questa sua peculiarità ma allo stesso tempo desiderando un’adeguata e consona destinazione d’uso, ha deciso di renderla disponibile per eventi e manifestazioni culturali in genere, con una particolare attenzione alle celebrazioni di matrimoni civili per coppie di italiani o di stranieri.

 

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Furore: l’emozione del fiordo che penetra nella roccia con uno strapiombo a picco sul mare

Il fiordo di Furore, un ristretto specchio d’acqua posto allo sbocco di un vallone a strapiombo sul mare, è stato denominato il “paese che non c’è” dal momento che in realtà non ha una conformazione di borgo abitato ma piuttosto case sparse aggrappate alla roccia.

A Furore ci si arriva dalla strada che si snoda tra Amalfi e Positano, all’improvviso compare la cascata di olivi e vigne che sembra volersi tuffare nel blu del Fiordo.

Deve la sua fortuna alla conformazione geologica e all’inattaccabilità del proprio territorio, sempre inespugnabile, soprattutto all’epoca dei Saraceni quando i suoi pochi abitanti sopravvivevano grazie alla pastorizia e all’allevamento.

Le prime notizie storiche definiscono Furore come un semplice casale della Regia città di Amalfi che esce dall’anonimato grazie al catasto Carolino del 1752 che restituisce l’immagine di una piccola comunità costiera con pochissimi terreni coltivabili e scarsamente abitata.

Il fiordo di Furore ospita anche un borgo marinaro e un porto naturale nel quale, nell’antichità, si svolsero le più importanti attività industriali come le cartiere o i mulini alimentati dal ruscello Schiatro che scendeva dai Monti Lattari.

Per raggiungere la piccola spiaggia che si incunea tra le rocce si devono scendere i 200 gradini di una scalinata che parte dalla statale. Sulla spiaggia ai piedi dello strapiombo ci sono alcuni “monazzeni”, antiche case di pescatori restaurate negli ultimi anni. Qui Roberto Rossellini girò il secondo episodio del film “Amore”, con Anna Magnani. Durante le riprese tra i due scoppiò una breve e tormentata storia d’amore.

Il fiordo di Furore offre uno scenario paesaggistico straordinario e dal caratteristico ponte sospeso a 30 metri di altezza e sul quale ogni anno si svolge una tappa del MarMeeting, un Campionato Mondiale di Tuffi dalle Grandi Altezze.

Tra i siti di maggior interesse storico, architettonico e naturalistico, segnaliamo:

La Grotta di Santa Barbara, situata poco lontano dal centro abitato. Fu costruita in una cavità naturale in un momento non ben precisabile, ma probabilmente risalente all’Alto Medioevo, di cui ormai ne restano solo ruderi. La struttura è a tre navate, absidata, con chiari interventi strutturali nel XIX secolo. La grotta sottostante la chiesa contiene resti di pitture non più leggibili, ma forse dovette costituire il primo insediamento cultuale. Attualmente il sito non è raggiungibile da Furore ma solo da Agerola, attraverso un sentiero poco agevole, oggi prevalentemente percorso da escursionisti.

La Torre di Santo Stefano, che si trova tra Capo di Conca e Marina di Praia. Essendo la foce del primo corso d’acqua, controllato dalla Torre di Praiano, alla Torre di santo Stefano toccava controllare e sbarrare l’approdo ai corsari, in corrispondenza del secondo. Si tratterebbe dunque di una torre di sbarramento, perché in quel punto non era necessaria né una torre di avvistamento e né una guardiola, in quanto erano in comunicazione visiva le due torri limitrofe di Praiano e di Capo di Conca. Oggi osserviamo solo i ruderi.

In questa sono prodotti anche ottimi vini, tra cui spiccano quelli dall’Azienda Vinicola Marisa Cuomo, fondata nel 1980 da Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo.

L’uva che cresce aggrappata alla roccia di Furore è esposta all’azione del sole e del mare della Costa d’Amalfi. Inoltre, al fascino della natura, si aggiunge la suggestiva cantina scavata nella roccia dove vengono conservati i vini. La produzione in cui spicca la Cantina Marisa Cuomo è il vino Costa D’amalfi D.O.C., anche nelle denominazioni Furore e Ravello.

L’azienda è stata insignita da numerosi premi tra cui quello assegnato dall’Associazione Italiana Sommelier nel 2006, in particolare al vino Fiorduva, del riconoscimento “Tre Bicchieri” della guida I Vini d’Italia di Gambero Rosso, per il Furore Rosso Riserva e per il Fiorduva, e diversi riconoscimenti oltreoceano. Questo rende il marchio famoso in tutto il mondo.

 

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Praiano: il tramonto più romantico della Costiera

Le origini di Praiano, dal latino Pelagium, mare aperto, si fanno risalire all’epoca dei romani, ma il centro si consolida in epoca medievale sulla scia delle gloriose imprese di Amalfi.

Un tempo i praianesi erano celebri come corallari e usavano portare un orecchino al lobo sinistro secondo la tradizione saracena: infatti la pesca del corallo è stata una delle attività praticate dai praianesi fino alla fine del 1800.  Per la sua bellezza serena e suggestiva Praiano divenne la residenza estiva dei Dogi, quando faceva parte dell’area di influenza della Repubblica di Amalfi.

Oltre al dedalo di viuzze, scalinatelle e case in colori pastello, una delle caratteristiche di Praiano sono le edicole votive decorate in maiolica e presenti ovunque nel borgo, a testimoniare come le famiglie le costruissero per chiedere la protezione divina e ribadire la proprietà di quella zona.

Anticamente l’abitato era molto vicino al mare ma a causa di molte calamità naturali, come maremoti, pestilenze e aggressioni a causa delle incursioni dei saraceni, il nucleo abitativo fu spostato più in alto per ragioni di sicurezza e la nostra costa fu fortificata prima con torri di avvistamento durante il periodo angioino e poi con torri di difesa durante il periodo vicereale:

Torre Assiola, detta la Sciola. Sorge su una sporgenza della scogliera protesa verso il mare, tra la marina di Praia e il Capo di Praiano. La località è citata per la prima volta in un documento del 1202 con il nome di Sciola, mentre della torre si hanno notizie già in un documento del 1270, costruita per volere di Carlo I d’Angiò. In origine essa doveva avere un’altezza maggiore e subì adattamenti in epoca vicereale. L’eccessiva altezza della torre è, dagli studiosi, ricondotta al fatto che originariamente essa serviva a controllare solo la baia sottostante dove si raccoglieva il corallo e che solo in epoca vicereale divenne torre di guardia.

Torre Grado di Vettica, torre di avvistamento che si trova nella località di Rèzzola. La tipologia della torre ricorda quelle già esistenti in epoca angioina, modificata poi in seguito in epoca vicereale con aggiunte, quali troniere e un corpo di fabbrica sul lato monte. Dalla piazza della torre lo sguardo può spaziare verso ovest, lungo la costa di Positano e le sue torri, fino alle isole de Li Galli, e verso est, in direzione di capo Sottile, dove si trovano i resti della Torricella.

Torre la Torricella, torre di avvistamento di epoca vicereale. Situata sul Capo Sottile, a sud di Rèzzola, che è uno dei punti strategici più significativi della costa: dalla cima si domina verso est, la costa di Praiano fino al Capo di Conca, verso ovest tutta la costa di Positano. L’importanza del sito dal punto di vista del controllo determinò nel corso dei secoli la realizzazione di postazioni di vedetta. All’epoca del piano vicereale di difesa costiera, alcune strutture erano già esistenti su Capo Sottile, tanto da spingere a programmare non una torre ma un muro. Oggi sono visibili i resti del fortilizio.

Il tramonto a Praiano è giudicato tra i più romantici della Costiera. Un primato suggestivo che racconta il fascino di questo pittoresco paese di pescatori, tra Positano e Conca dei Marini, che ha saputo mantenere il proprio carattere intatto senza farsi travolgere dal turismo di massa.

 

 

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Positano: la conchiglia della Costiera

Perla della Costiera Amalfitana, Positano appare quasi come una conchiglia: un gruppo di case dai colori pastello aggrappate alla parete scoscesa delle ultime estremità dei Monti Lattari, che si specchiano in un mare limpido dai colori grigio-argento delle spiagge di ciottoli, circondate dal profumo intenso dei limoneti.

Il panorama spazia fino a Punta Licosa e Capri e, ad appena tre miglia di distanza dalla costa, al largo spuntano dal mare i tre isolotti de Li Galli che furono detti le Sirenuse per le leggende che li volevano come rifugio delle sirene incantatrici.

Non si hanno notizie certe sui primi abitanti della zona: c’è chi ipotizza un primitivo insediamento Osco o Piceno. Tuttavia, come spesso accade, dove non può la storia arriva la leggenda che, in questo caso, narra di un amore profondo tra il dio del mare Nettuno e la ninfa Pasitea.

Positano fu frequentata in epoca romana come luogo di villeggiatura, come è testimoniato dalla villa scoperta alla fine del XIX secolo e da qualche anno oggetto di un intenso scavo Successivamente seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e subì, come gli altri paesi costieri, le continue scorrerie dei pirati.

Positano nacque come centro di pescatori e così si è conservato fino alla metà del secolo scorso quando al posto degli ombrelloni sulla spiaggia c’erano solo le barche di coloro che vivevano della pesca.

Già dopo la Prima Guerra Mondiale fu eletta da numerosi artisti e letterati russi e tedeschi come loro dimora, potendo qui beneficiare di un’atmosfera di calma e serenità. Ma fu nel secondo dopoguerra che Positano divenne meta ambita dal jet-set internazionale: pittori, letterati, artisti, attori e registi da ogni angolo del mondo venivano qui ad assaporare il piacere autentico di una vita semplice e genuina.

Tra i siti di maggior interesse, menzioniamo le numerose torri presenti a guardia della costa:

Torre Li Galli, torre di epoca angioina situata sull’isola Rotonda De li Galli. Della torre oggi si è persa ogni traccia, ma è menzionata nella richiesta che Pasquale Celentano di Positano, nel 1343, presentò alla regina Giovanna per completare l’opera difensiva sulle Isole de Li Galli, essendo all’epoca già presente la Torre sul Gallo Lungo.

Torre dell’Isola Lunga De Li Galli, Situata sull’isola del Gallo Lungo, la maggiore delle tre isole denominate De Li Galli o Sirenuse, distanti circa mezz’ora di navigazione da Positano. La torre di sbarramento di quest’isola permetteva di avvistare in anticipo l’arrivo dei corsari: infatti dalla parte più alta dell’isola, dove è situata la torre, si nota l’importanza strategica che essa rivestiva, per il controllo delle comunicazioni marittime tra i Golfi di Salerno e di Napoli. La sua prima costruzione fu eretta con autorizzazione dei reali angioini da Pasquale Celentano di Positano, a sue spese, per ottenere la castellania e per difendere il tratto di mare delle isole e antistante Positano. Quest’ultimo, completata la costruzione della torre, propose alla regina Giovanna di ampliare il sistema difensivo delle isole con l’innalzamento intorno al Gallo Lungo di un muraglione, di cui i lavori rimasero incompiuti per la sopraggiunta morte del Celentano. Le isole De Li Galli, vennero acquistate nel 1922 dal coreografo russo Leonide Massine, il quale negli anni rese abitabile l’isola Longa e vi costruì la sua dimora.

Torre del Castelluccio, situata sull’isola dei Briganti, detta anche di Sant’Antonio o di San Pietro, è la seconda per grandezza delle tre isole dell’arcipelago de Li Galli. Pasquale Celentano di Positano fa richiesta alla regina Giovanna I di completare le linea difensiva sulle altre isole de Li Galli, con la costruzione di due torri, sulle isole Rotonda e dei Briganti. Osservando i resti della torre si è ipotizzato che quest’ultima potesse appartenere al periodo aragonese. Quando nel 1922, quando le isole furono acquistate dal coreografo russo Leonide Massine, iniziò un progressivo ammodernamento.

Torre del Fornillo, detta anche Clavel, è un torre di sbarramento di epoca vicereale situata sulla spiaggia di Fornillo. Sorge su uno sperone roccioso a picco sul mare all’estremità occidentale dell’omonima spiaggia di Positano. Fu realizzata a seguito degli editti vicereali nel Cinquecento, e diversamente dalle altre, con ha una pianta pentagonale a causa dell’area limitata prescelta. Dalla torre era possibile avvistare in anticipo l’arrivo dei pirati e impedirne l’approdo sulla spiaggia. Nel 1909 viene venduta al professore svizzero Gilbert Clavel, il quale inizia una serie di lavori di ristrutturazione, tuttavia senza un progetto ben definito, ma piuttosto seguendo l’istinto del momento: la sua idea era quella di realizzare una struttura rivoluzionaria, svincolata dalle regole classiche dell’architettura.

Torre Trasita, in origine chiamata Trasino perché situata tra due seni o spiagge, controllava i tratti di mare davanti alle spiagge del Fornillo e Grande. Completamente trasformata per poter essere adattata ad abitazione privata, questa torre di sbarramento mostra elementi di matrice angioina. La prima notizia riguardante i lavori della torre risalgono al 1567. Quando la torre fu disarmata, nel 1758, il cannone di cui era armata fu trasportato a Napoli dal comandante del corpo di Artiglieria, Gennaro Russo, insieme ai due cannoni della torre del Fornillo, per essere fusi. Nel 1817 la torre fu messa in vendita per la prima volta per poi essere inserita, nel 1866, nell’elenco di quelle che dovevano essere dismesse dall’uso militare. Alla metà del Novecento, sui resti dell’antica torre, nacque una nuova costruzione, ridisegnata sulle linee architettoniche di quelle delle altre torri angioine presenti lungo la costa amalfitana.

Torre Sponda, torre di avvistamento detta anche Torre di Positano o di Mezzo. E’ da considerarsi una delle più interessanti per l’integrità con la quale ci è pervenuta e per le trasformazioni subite in epoca vicereale. Realizzata in muratura, si mostra nella tipica forma angioina, ma nel XVI secolo, la struttura viene adattata al piano vicereale, che intendeva potenziare il sistema di difesa attraverso l’utilizzo di archibugi e piccoli pezzi di artiglieria. Viene così demolita metà della volta dell’ultimo livello e costruita una piazza scoperta sul fronte mare. La torre oggi è di proprietà dei conti Gaetani dell’Aquila d’Aragona Pattinson ed ovviamente ha subito dei lavori di manutenzione, al fine di renderla più adatta all’uso abitativo.

Torre di Renzo, torre di sbarramento che si trova nella località di Arienzo, a metà strada tra Positano ed il Capo di Vettica. La torre serviva a sbarrare l’approdo dei corsari sulla spiaggia, dove sorge il mulino, in modo da evitare che questi si approvvigionassero dell’acqua. Oggi della torre sono rimasti solo dei resti visibili sulle rocce che affiorano dal mare.

 

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La Costiera Amalfitana rappresenta un esempio di paesaggio mediterraneo eccezionale con uno scenario di grandissimo valore culturale e naturale dovuto alle sue caratteristiche spettacolari e alla sua evoluzione storica. Un ambiente unico e tutelato, tanto è vero che è iscritto alla Lista del Patrimonio Mondiale Unesco dal 1997.

Sperando che il nostro viaggio in questo splendido territorio vi sia piaciuto, chiudiamo con una citazione di Giovanni Boccaccio estratta dal Decamerone:

“Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia. Nella quale, assai presso a Salerno, è una costa sopra ‘l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatanzia, sì come alcuni altri.”

 

 

Hetor vi augura buone vacanze e arrivederci a Settembre!

La Grotta di San Michele a Faicchio

Uno dei luoghi più suggestivi del territorio

La maggior parte dei santuari rupestri in Campania è dedicata al culto di San Michele Arcangelo, principe dei cieli e fiero condottiero delle schiere angeliche. Egli è, sicuramente, uno dei santi più venerati di tutta l’Italia Meridionale. Il suo culto si ispira sostanzialmente alla prima leggenda legata all’apparizione di San Michele Arcangelo in Puglia ed ebbe, poi,  una grande espansione grazie ai Longobardi.

Il culto di San Michele Arcangelo, rappresentato quasi sempre con la sua fedele e robusta spada, si manifesta spesso in luoghi affascinanti e misteriosi, come grotte e montagne.
In Campania questo culto è molto radicato: sono più di 80, infatti, le chiese, i santuari e le grotte dedicate al santo. Di queste, quasi una ventina sono di origine naturale, ubicate in zone montuose: dal Matese ai Picentini fino al Cilento.

 

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In particolare, 8 sono le grotte concentrate tra i monti del Parco regionale del Matese e del Taburno. La più interessante è sicuramente la Grotta di San Michele di Faicchio.

La Grotta di San Michele è una cavità naturale sita sul monte Erbano, a circa 450 metri sul livello del mare, nel comune di Faicchio (Benevento). Fu adibita al culto di San Michele dai Longobardi nell’VIII secolo e fu restaurata nel XII secolo con nuovi affreschi, e inaugurata nel 1172. Nel XV secolo fu unita alla Collegiata di Santa Maria Assunta di Faicchio e un secolo dopo vi si smise di celebrare messa.

La Grotta è ancora oggi meta di pellegrinaggio ed è raggiungibile solo a piedi, tramite due sentieri che partono rispettivamente dal convento di San Pasquale e da località Fontanavecchia.
Quando i visitatori giungono sul posto si ritrovano in un’area attrezzata con panche e barbecue per la sosta durante le escursioni e i pellegrinaggi; a pochi metri si trova poi un rifugio costruito alla fine del XVIII secolo, costituito da due vani sovrapposti.

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L’accesso alla grotta è tramite una apertura semicircolare dell’altezza di sei metri. Sulla porta di ingresso, nel 2002, è stata aggiunta una edicola in ceramica cerretese raffigurante l’Arcangelo Michele che domina il diavolo, con la sua spada (simbolo che il Santo comanda l’esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo) e la bilancia (con la quale il Santo pesa le anime).

Varcato l’ingresso si entra in un piccolo vano dal quale parte una scala in pietra che conduce al piano superiore. A sinistra dell’ingresso ci sono altre due stanzette, anticamente usate come romitorio.

Al piano superiore si trovano due ambienti, il più grande dei quali è adibito a chiesa. Esso è largo 10 metri, lungo 6 e alto 5. All’interno, oltre a stalattiti e stalagmiti, si trova l’altare, risalente presumibilmente ai secoli XVII-XVIII, e che possiede i resti di una antica maiolica cerretese raffigurante San Michele. Le colonne, scavate nella roccia, sorreggono un timpano affrescato dove sei putti, tre a destra e tre a sinistra, attorniano l’ostensorio, oggetto liturgico usato per l’esposizione solenne del Corpo di Cristo.

Il secondo ambiente, invece, è decisamente più piccolo, ed è stato quasi del tutto affrescato nel XII secolo, da un unico artista con chiaro influsso bizantino. Sull’arco di fronte l’ingresso vi sono raffigurati il Redentore e alcuni Santi; nella parte destra si trovano una Sacra Conversazione e una raffigurazione di San Michele nella sua posa tradizionale; nella parte sinistra il ciclo pittorico continua con una Annunciazione, mentre sull’arco di ingresso vi sono tre Santi (uno dei quali è identificato come San Marco). Nella volta, infine, vi è un affresco raffigurante Gesù Crocifisso.

Purtroppo, l’eccessiva umidità del luogo ha causato diversi disagi, tra cui il cattivo stato di conservazione degli affreschi. Tuttavia, lo splendido altare e le maioliche raffiguranti San Michele bastano a rendere questa grotta una delle più belle e suggestive del territorio, un luogo da non perdere per escursionisti e visitatori.

 

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La costiera amalfitana, tra arte cultura e buon cibo

Seconda parte dell’itinerario tra gli scorci più belli della costiera amalfitana

Minori

Minori, l’antica Reghinna Minor (per distinguerla dalla vicina Reghinna Major, l’attuale Maiori), era già ampiamente apprezzata fin dai tempi degli antichi romani, come dimostra il rinvenimento della villa archeologica del I secolo.

Come tutti gli altri paesi della Costiera Amalfitana, seguì le fortune dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e fu sede vescovile dal 987.

Un tempo Minori era ricca di mulini e di questa tradizione è rimasta la vocazione per la pasta, ottenendo il titolo di “Città del gusto”: sin dal XVI secolo, infatti, gli abitanti si dedicarono alla lavorazione della pasta alimentare grazie al grano importato da Salerno. Due tipi di pasta tipica del posto sono:

  • I Fusilli furitani, detti anche ricci o riccioli, sono un tipo di pasta di forma cilindrica avvolta a spirale, di lunghezza compresa tra gli 8 ed i 13 cm. Si ottengono da un impasto di farina di semola di grano duro, acqua ed un pizzico di sale. La produzione del fusillo furitano risulta una tradizione consolidata che ha conservato nel tempo la particolare manualità ottenuta dall’esperienza. E’ un tipo di pasta versatile, di per sé molto saporita, che si sposa bene con i sughi di carne, di pesce e crostacei, anche con la semplice salsa di pomodoro fresco. Oggi i ricci non sono presenti solo sulle tavole delle famiglie che continuano a prepararli secondo l’antica ricetta, ma, sempre prodotti artigianalmente, si possono acquistare nelle botteghe di Minori e nelle zone limitrofe.
  • Gli ‘Ndunderi sono un altro tipo di pasta fatta a mano tipica di Minori. Preparati tradizionalmente per i festeggiamenti in onore di Santa Trofimena, hanno una ricetta antichissima: sembra sia una variante delle palline latine di origine romana, un alimento a base di farina caseata cioè farro e latte cagliato. Furono i pastai di Minori a modificarne la ricetta, gli stessi che, nel ‘700, valicarono i monti lattari per trasferirsi a Gragnano dove impiantarono la moderna industria della pasta. La ricetta attuale prevede un impasto di farina e latte cagliato oppure ricotta, tuorli d’uovo, formaggio di vacca grattugiato, sale, pepe e noce moscata; la lavorazione deve avvenire a mano. Il condimento privilegiato per gli ndunderi è il ragù di carne.

Negli ultimi anni, complice la genuinità dei prodotti agricoli e l’eccezionale inventiva degli artigiani locali, non solo è stata incentivata la produzione di pasta a mano, ma sono stati ideati vari liquori e dolci che, in breve, si sono affermati a livello nazionale.

Una tra le tante specialità che si possono gustare nelle pasticcerie di Minori sono i sospiri al limone: specialità antichissima della costiera Amalfitana, i sospiri sono dei piccoli dolci di forma rotondeggiante formati da due semicerchi di pan di Spagna con al centro la crema. Tradizionalmente i sospiri venivano riempiti con crema pasticcera; oggi, da oltre un ventennio, la crema pasticcera è stata sostituita dalla crema al limone, proprio per la ricchezza di limoni della Costiera Amalfitana.

Una visita a Minori non può considerarsi tale senza una sosta al tempio della dolcezza della Costiera Amalfitana, la pasticceria di Salvatore De Riso, dove, oltre ai tipici sospiri al limone, si potranno gustare tanti altri dolci tipici della tradizione minorese.

 

 

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Ricca di storia, di bellezze architettoniche e di bellezze naturalistiche, sono numerosi i siti di interesse che possono suscitare lo stupore e l’ammirazione dei visitatori, tra cui segnaliamo:

  • La Torre di Minori, torre di sbarramento di epoca vicereale. E’ collocata al centro di una cortina di case ed era inserita nella cinta muraria. Oggi è un’abitazione privata.
  • La Torre Mezzacapo, torre di avvistamento, anch’essa di epoca vicereale, situata in località Torricella, al confine tra i comuni di Maiori e Minori. Detta anche dell’Annunziata per la vicinanza all’omonima grotta, è inglobata nel complesso del Castello detto Miramare o Mezzacapo, dal nome della famiglia che lo fece erigere.
  • La Torre Paradiso, torre di sbarramento di epoca vicereale, faceva parte del complesso sistema difensivo della Costa d’Amalfi. Venne costruita alla fine del XVI secolo e rappresentava, in quell’epoca, la più alta della cittadina. Oggi è inglobata in un complesso assai caratteristico di abitazioni mentre alcuni secoli fa si elevava ancora in posizione isolata.
  • La Grotta dell’Annunziata, è sicuramente uno dei monumenti naturali più conosciuti della città. Prima della costruzione della strada, essa si apriva direttamente sulla spiaggia dove i pescatori stanziavano le loro barche, dominando l’estremità del paesaggio costiero cittadino. Secondo una fantasiosa ipotesi settecentesca, si è aperta nel 1119 a seguito di un terremoto. Al suo interno, poi, nel medioevo era stato edificato un edificio religioso, dedicato alla Santissima Annunziata in Cripta o de Grutta, con funzioni anche di ricovero per malati e viandanti, di cui rimane solo una parete provvista di archi con tracce di affreschi della Madonna del Soccorso. Verso il fondo della grotta, superato un cancello, vi è inoltre uno specchio di acqua dolce che finisce con l’accrescere il pregio naturalistico di questa grotta carsica. Oggi la grotta è privata ed è adibita a parcheggio.

 

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Ravello

Probabilmente Ravello fu fondata da coloni romani nel VI secolo, spintisi tra quelle zone montuose ritenendole un buon riparo per sfuggire alle distruzioni vandaliche dei barbari. Le prime notizie certe dell’antica Rivellus risalgono però al IX secolo, quando entrò a far parte della Repubblica Marinara di Amalfi. Grazie ai traffici e alle attività commerciali Ravello raggiunse tra il X e il XIII secolo il massimo splendore nel campo economico, commerciale e culturale.

La storia di Ravello, nei suoi aspetti civili, religiosi, economici e turistici, presenta una ricchezza unica che permette al visitatore di cogliere elementi unici. Non è possibile visitare Ravello senza un collegamento alla storia della città, con i suoi periodi di grandezza e con quelli di decadenza, ma sempre con un ruolo importante nell’ambito del territorio amalfitano.

Ecco alcune tra le tante bellezze che si possono visitare a Ravello:

  • Torre dello Scarpariello, detta anche di Capo Focardo o Ficarola. Torre di epoca vicereale, costruita intorno al 1533, presenta ancora l’aspetto originario anche se ha subito numerosi adattamenti e ristrutturazioni ed oggi è adibita ad abitazione privata. Sorge alla località Marmorata su una sporgenza della scogliera prima dell’insenatura di Minori. La torre, in origine prese il nome della località dove sorge, Ficarola, poi divenne inspiegabilmente dello Scarpariello.
  • Castello di Montalto, costruito sullo sperone di roccia tra la vallata di Tramonti ed il territorio di Ravello prendeva il nome di Castrum Montalto o di Trivento ed appare citato già in un documento del 1131. Posto in un punto strategico sia per la visuale sia per il controllo viario, la struttura appare costruita con i materiali presi direttamente sul luogo. È possibile, infatti, notare i tagli visibili nelle rocce che attestano il prelievo della pietra. Il sito è di facile accesso dal punto di vista della viabilità ma occorre conoscere il sentiero che non è indicato e attraversa, inoltre, castagneti privati, perché non è di facile individuazione.
  • Chiesa rupestre di San Michele Arcangelo di Torello, sorge su un piccolo promontorio, in un contesto paesaggistico estremamente particolare. L’edificio è ubicato nel borgo medievale di Torello, in una posizione estremamente strategica. Dalla Chiesa è possibile, infatti, osservare l’abitato della vicina Minori, la frazione costiera di Marmorata e il nucleo centrale di Ravello. Proprio la posizione strategica dell’edificio, lo rende non solo dalla comunità di Ravello e Torello, ma anche dei villeggi vicini. Da fonti documentarie la struttura risulta esistente dal 1297. In occasione della festa di Maria Santissima Addolorata, venerata la terza domenica di settembre, la frazione “prende fuoco” con un incendio figurato rappresentato attraverso un gioco di luci, colori e fuochi artificiali che coinvolge tutto l’abitato, allo scopo di rievocare la cacciata dei Pisani dalla città.
  • Chiesa rupestre di Sant’ Angelo dell’Ospedale, un’antica struttura di sosta per i pellegrini ora del tutto scomparsa che si trova poco distante dal centro storico di Ravello. La chiesa, già attestata in un documento del 1039, occupa una cavità naturale profonda una trentina di metri collegata ad un altro ambiente parallelo tramite un cunicolo. Un’attenta lettura delle fasi edilizie lascia chiaramente prefigurare che la cavità sia stata utilizzata in un primo momento storico come eremo rupestre e, solo successivamente, in coincidenza con l’ampliamento, trasformata in cenobio e luogo di sosta per i pellegrini.

Il territorio della Costiera Amalfitana è ricco di coltivazioni a vite, ed è zona di produzione della varietà Costa d’Amalfi, che comprende l’intero territorio collinare da Vietri sul Mare a Positano, anche se l’area più tradizionalmente vocata è quella delle tre sottozone: Furore, Ravello e Tramonti. Qui la vite ha radici antiche, forse riconducibili alla Roma imperiale o ad epoca ancora più remota.
Ravello offre una ineguagliabile combinazione di fattori climatici e del suolo, permettendo la coltivazione di uve pregiate per la produzione di vini D.O.C.

Proprio in questo meraviglioso scenario, troviamo la Casa Vinicola Ettore Sammarco, specializzata nella produzione di vini ad altissima qualità come i rispettivi:

  • Selva delle Monache Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco, Rosato e Rosso.
  • Terre Saracene Costa d’Amalfi D.O.C., Bianco e Rosso. Ultimi nati in casa Sammarco, nel bianco si utilizza l’uva Pepella che è presente solo in piccole aree nel territorio della costiera amalfitana, nel rosso c’è l’abbinamento del Piè di Rosso con lo Sciascinoso entrambi vitigni molto antichi.
  • Vigna Grotta Piana Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco. Fiore all’occhiello della casa, il cui vigneto si trova sulle pendici del Monte Brusara a 500 metri s.l.m. dove la raccolta avviene manualmente.

Oggi questa affascinante cittadina è diventata un importante centro di turismo internazionale.

 

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Scala

Scala è il paese più antico della Costiera Amalfitana. Sebbene non sia stato mai accertato storicamente, la tradizione vuole che il paese sia stato fondato nel IV secolo da alcuni Romani, naufragati nella zona mentre erano in viaggio verso Costantinopoli. Roccaforte del complesso sistema difensivo del territorio amalfitano, seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi.

Pur non rientrando fra le grandi mete turistiche della costiera amalfitana, a rendere affascinante la cittadina di Scala sono proprio la sua pace e la sua quiete, così come la splendida cornice delle montagne sopra Amalfi e la sua posizione di fronte a Ravello, separata da una magnifica vallata. E così mentre la vicina Ravello attira la maggior parte dei turisti, la città di Scala ha comunque molto da offrire ai suoi visitatori, soprattutto a coloro che sono interessati a esplorare, a fare escursioni a piedi e a sperimentare la vita quotidiana nella costiera amalfitana.

La città si sviluppa in modo frastagliato lungo la montagna ed è suddivisa in numerose frazioni, o borghi, tra cui Scala Centro, Minuta, Pontone, Campidoglio, San Pietro e Santa Caterina. Ogni piccolo borgo è caratterizzato dalla sua atmosfera unica ed è sviluppato attorno a una chiesa.

La Grotta del Salvatore, ad esempio, si trova nella piccola frazione di Pontone. Si tratta di un insediamento rupestre dedicato a Cristo Salvatore, di cui la maggior parte delle strutture che lo componevano è stata distrutta dal tempo e dall’incuria. Quel che sopravvive delle antiche strutture si trova nella zona più interna della cavità naturale ed è costituito da un pezzo dell’arco di ingresso e dai resti di un affresco sulla parete di fondo che raffigura una Madonna annunziante ed un probabile trittico di Santi. Altri resti di una pittura mostrano parti di un trono e di una piccola testa che lasciano prefigurare una Madonna in trono con Bambino, mentre sulle pareti superstiti di un’abside è ancora possibile leggere l’iconografia del Salvatore, rappresentato frontalmente.

Tra gli altri siti di maggiore interesse suggeriamo la Torre dello Ziro, anch’essa nella frazione di Pontone, dalla forma cilindrica, situata sullo sperone del monte di Pontone tra Amalfi e Atrani. Un’antica torre di avvistamento a picco sul mare, che ha tutti gli elementi delle opere difensive di epoca angioina. Le prime notizie su questa torre risalgono al 1151, quando viene ancora chiamata Rocca di San Felice, mentre a partire dal 1292 diventa Turris Cziri.

A questa struttura è legata una storia molto conosciuta tra la gente del luogo: la Torre infatti non è semplicemente una delle tante torri costruite per difendersi dalle incursioni dei Saraceni ma fu teatro di uno dei più sanguinosi episodi della storia di Amalfi. Si racconta che qui, nei primi anni del 1500, fu rinchiusa, insieme ai suoi figli, Giovanna D’Aragona, detta “la Pazza”. La sua colpa era di aver stretto una relazione col maggiordomo di corte dopo essere rimasta vedova di Alfonso Piccolomini, duca di Amalfi, uomo dissoluto e corrotto al quale era andata in sposa a soli 12 anni. La relazione all’epoca creò grande scandalo cosicché i fratelli decisero di imprigionare Giovanna e i suoi figli, ancora bambini, nella torre dove furono da loro stessi trucidati. Non stupisce quindi che le leggende popolari considerino la Torre come un luogo popolato da fantasmi e da cui stare alla larga.

Il comune di Scala è rinomato anche per la coltivazione di una particolare varietà di castagno a cui dà il nome, il Marrone di Scala. I frutti, benché chiamati marroni, sono più propriamente castagne, poiché a differenza dei marroni non sono molto grandi e sono schiacciate da un lato. La polpa è bianca e la buccia è sottile con l’episperma poco approfondito. Vengono utilizzati dai laboratori artigianali per produzioni dolciarie o venduti sul mercato del fresco, soprattutto in costiera Amalfitana e nella città di Salerno.

La maggior parte dei turisti visita Ravello per le sue viste incredibile, ma solo pochi sanno che il segreto sta nell’individuare i panorami migliori dal borgo di Scala. Ed è proprio dalla cima di Scala che la vista panoramica regala un’immagine unica della Costiera e del Golfo di Salerno in tutto il suo splendore.

 

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Atrani

Atrani, considerata uno dei borghi più belli d’Italia, è una tappa irrinunciabile per chi visita la Costiera Amalfitana. Situata tra il mare e l’alta scogliera, si colloca su uno stretto lembo di terra. Infatti il suo fascino è proprio questo: visitare Atrani vuol dire perdersi nel più piccolo paese d’Italia per estensione, un antico borgo costruito in appena 0,9 Kmq.

Sulle origini di Atrani non ci sono pervenute notizie storicamente certe: la prima attestazione dell’esistenza del borgo si ha in una lettera del 596 inviata da Papa Gregorio Magno al vescovo Pimenio, ma la sua storia si è sempre intrecciata con quella di Amalfi.

Cosa vedere nella piccola e deliziosa Atrani?

  • Torre di Atrani, detta anche Torre della Maddalena o Revellino di Atrani. Si tratta di una torre di sbarramento costruita in epoca vicereale su una parte della preesistente struttura angioina del Castrum Leonis. Sugli altri resti del castello fu edificata la chiesa della Maddalena.
  • Grotta dei Santi, posta poco più in alto delle vecchia pedonale che congiunge Atrani con Amalfi. In mancanza di notizie storiche è stata messa in relazione, dagli studiosi, con il monastero dei SS. Cirico e Giuditta, fondato in grotta alla fine del X secolo in un punto imprecisato del territorio atranese. La cavità non presenta strutture murarie ma ed è particolarmente caratterizzata da affreschi che rappresentano un interessante impianto iconografico, vagamente bizantineggiante e di difficile datazione, con la raffigurazione di vari Santi, da cui la denominazione. Grazie a rapporti stilistici con altri gruppi simili presenti in Campania (Olevano sul Tusciano, Grotta di S. Biagio a Castellammare di Stabia), questi dipinti vengono datati alla fine del X secolo e si ricollegano alla decorazione simile, anche se più evoluta, del complesso di S. Maria De’ Olearia.
  • Grotta di San Michele, situata nella parte orientale dell’abitato di Atrani, alle pendici del Colle Civita, a circa 105 m di quota. La chiesa di San Michele Arcangelo, chiamata anche di San Michele fuori le Mura proprio perché situata all’esterno dell’antica cinta muraria, in prossimità della porta nord, è stata realizzata tra l’XI ed il XII secolo ricavandola da una cavità naturale del monte Civita. Una rampa di scale, alla cui sommità è posto il campanile, consente l’accesso alla chiesa caratterizzata dalle pareti inclinate della roccia e per lo più occupate da tombe. La chiesa infatti, fino al 1927, era adibita a cimitero ed era già stato un luogo di sepoltura collettiva in occasione della pestilenza del 1656.

Atrani, borgo gemello di Amalfi, ha legato la sua storia ad essa. E’ il centro costiero che ha conservato al meglio l’antica struttura tipicamente medievale, una cascata di case inframmezzate da “scalinatelle”, strade coperte, piccoli giardini.

Atrani fu una folgorazione per l’artista olandese Escher che arrivò in Costiera nel 1923 e la considerò una delle mete preferite del suo periodo italiano. Escher fu catturato dai giochi di luce e ombra dei suoi vicoli, un’atmosfera densa di magia che ritrasse in numerose opere.

 

 

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A presto con la terza e ultima parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

 

Baia di Ieranto: alla scoperta della natura incontaminata

Tra le acque cristalline dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, posto dinanzi ai Faraglioni dell’isola di Capri, si trova un luogo immerso nella natura incontaminata che ha ispirato numerose leggende: la Baia di Ieranto.

 

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Nel 1986 l’intera area è stata donata al FAI dall’azienda Italsider. La zona si estende nell’entroterra per circa 49 ettari e copre circa 5 km di costa. Si possono distinguere due aree: quella rocciosa scoscesa che termina con Punta Campanella, e quella del promontorio che si estende da Montalto fino a Punta Penna, sul mare aperto.

L’origine del nome della Baia di Ieranto o Jeranto si fa risalire a due ipotesi: secondo la prima, il termine deriva dalla parola greca ‘ierax’, che significa falco, una specie tuttora presente in quest’area; la seconda ipotesi fa derivare la parola dal termine greco ‘ieros’, che significa sacro, indicando la Baia come sede del Santuario delle sirene.

Infatti, secondo la leggenda, tra le acque cristalline della Baia di Ieranto si nascondono le sirene che hanno incantato Ulisse durante il viaggio di ritorno verso Itaca. È lo scrittore romano del I secolo d.C. Plinio il Vecchio che indica la Baia come probabile dimora delle sirene e luogo in cui esse incontrarono Ulisse. Secondo la tradizione, queste figure mitologiche abitarono gli isolotti denominati “Li Galli”, da cui si gettarono in mare disperate per non essere riuscite ad attrarre Ulisse.

 

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Secondo gli storici, l’area è stata abitata fin dalle ultime fasi del Paleolitico. La presenza romana nella zona è testimoniata dai numerosi resti murari ritrovati, risalenti all’età imperiale (27 a.C. – 476 d.C.). Secondo lo storico Strabone (I secolo), in questo luogo furono costruiti due templi, uno dedicato alle Sirene e uno, voluto da Ulisse, dedicato ad Atena.

Gli scavi hanno portato alla luce una serie di ritrovamenti: due fornaci che servivano per la produzione della calce, i resti di una costruzione del II secolo nei pressi di Punta Capitello e molte ceramiche da cucina risalenti al I e II secolo.

Nel corso dei secoli il territorio ha subito varie modifiche apportate dall’uomo. Le tracce di architettura rurale testimoniano la vocazione agricola del territorio, con la presenza di numerosi terrazzamenti per la coltivazione dell’ulivo. Ancora oggi, infatti, è possibile ammirare le antiche macchine utilizzate per la spremitura delle olive, presenti in una grande fattoria conservata nella Baia.

A partire dall’inizio del XX secolo si sviluppa l’attività estrattiva e nel 1918 la Cava di Ieranto viene acquistata dall’Ilva, una società di produzione e trasformazione dell’acciaio, che realizza un complesso impianto produttivo per l’estrazione della pietra calcarea. Nel 1954 l’impianto viene dismesso e per anni resta abbandonato fino al 1986, quando l’azienda decide di donare al FAI l’intera area.

 

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Oltre alle sirene, esistono altre storie legate alla Baia di Ieranto, tra cui la leggenda che riguarda l’origine del nome di Punta Campanella. La storia narra di una banda di pirati che, durante il saccheggio alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, nella penisola Sorrentina, presero una campana di bronzo. Giunti a Punta Campanella, una delle navi pirata fu bloccata da una forza misteriosa. Nel tentativo di scappare, i pirati iniziarono a gettare il bottino in mare ma solo quando fu gettata anche la campana si levò un vento fortissimo che consentì ai pirati di ripartire. Alcuni sostengono che ancora oggi è possibile sentire il rintocco di questa campana sott’acqua, il giorno della festa del Santo.

La Baia non è solo un luogo di leggende ma anche di particolari fenomeni naturali. Infatti, La Grotta Salara, detta anche delle Sirene o della Campanella, presenta uno scoglio al suo ingresso. Accostandosi ad esso, ad ogni onda è possibile sentire il suono di un lieve respiro. Il fenomeno è probabilmente dovuto ad una serie di cavità comunicanti fra loro, che consentono all’aria di passare ed evolversi in questa musica.

Oggi, venerdì 30 giugno, e domani, sabato 1 luglio, sono gli ultimi due giorni per poter approfittare dell’apertura serale straordinaria della Baia, un evento organizzato dal FAI per la promozione di alcuni importanti siti nazionali. Durante l’evento sarà possibile fare delle escursioni in barca e praticare alcune attività come lo snorkeling. Tutto il programma delle Sere FAI d’estate è consultabile sul sito ufficiale dell’evento.