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acquedotto carolino

L’acquedotto Carolino

L’acquedotto Carolino: una delle più importanti opere pubbliche mai realizzate dai Borbone.

L’acquedotto Carolino, così denominato in onore del re Carlo di Borbone, è una grandiosa opera di ingegneria nata per alimentare il complesso di San Leucio e della Reggia di Caserta.

Costruito da Luigi Vanvitelli tra il 1753 e il 1770, l’acquedotto trasporta l’acqua prelevata dalle falde del monte Taburno e dalle sorgenti del Fizzo (nel territorio di Airola) per un tracciato lungo circa 38 chilometri.

La struttura, per la sua complessità e rapidità di costruzione, ha destato, per l’intero tempo di realizzazione, l’attenzione da parte dell’Europa intera, tanto da essere riconosciuta come una delle opere di maggiore interesse architettonico e ingegneristico del XVIII secolo.

 

 

Un po’ di storia

L’acquedotto nasce grazie a Carlo di Borbone, con lo scopo di alimentare i giochi d’acqua della Reggia e per soddisfare le esigenze del Palazzo e della città. Egli affidò il progetto Luigi Vanvitelli, architetto già incaricato della costruzione della Reggia di Caserta.

I lavori presero il via nel marzo del 1753, utilizzando, come già accennato, le sorgenti presenti nel territorio di Airola. Per questo motivo, il 2 agosto del 1754, Carlo di Borbone conferì ad Airola il titolo di città, come ricompensa per la collaborazione.

Le condotte in ferro dell’acquedotto furono realizzate nelle 8 ferriere, costruite appositamente dal Vanvitelli, in Calabria, lungo il corso della fiumara Assi (Guardavalle), le quali furono parte costituente delle Regie ferriere di Stilo.

I lavori, completati nel 1770, con una spesa di circa 600.000 ducati, diedero il via all’enorme cambiamento economico della zona. Oltre al complesso di San Leucio, infatti, l’intera area casertana ha visto lo svilupparsi di molteplici iniziative imprenditoriali che sfruttavano la forza motrice dell’acqua, come mulini e attività agricole.

 

 

Descrizione

L’acquedotto Carolino è un’imponente struttura in tufo, con tre ordini di archi a tutto sesto. Si innalza per un’altezza di 60 metri e si snoda per una lunghezza di 38 chilometri, utilizzando condotte in ferro che trasportavano l’acqua lungo vari percorsi e diramazioni.

Il condotto principale conduce ad una grotta artificiale posta a conclusione del parco della Reggia di Caserta.

L’enorme portata d’acqua, oltre ad alimentare tutti i sistemi idrici esterni alla Reggia, serviva anche a supportare un innovativo e sperimentale metodo di coltivazione e riproduzione delle piante non autoctone. Venivano infatti sperimentate nuove tecniche per riprodurre nuovi tipi di piante esotiche, sfruttando le conoscenze che le spedizioni scientifiche portavano in Europa dalle colonie.

Dal bacino della Reggia, una diramazione conduce all’edificio del Belvedere, la celebre filanda – reggia voluta da Ferdinando IV per la produzione e tessitura della seta. Qui si trova la seconda cisterna, che raccoglie le acque dell’acquedotto per far funzionare il mulino della filanda.

Infine, dopo aver attraversato il Bosco Vecchio, un’altra condotta raggiunge la reale tenuta del Carditello, altra costruzione voluta da Ferdinando IV.

 

 

Lungo il suo percorso ci sono numerosi ponti – canale. Fra questi, i più importanti sono il Ponte della Valle di Maddaloni, il Ponte Carlo III di Moiano (BN), che attraversa il fiume Isclero, e il Ponte della Valle di Durazzano (BN).

  • Ponte di Carlo III: chiamato anche Ponte Nuovo (questo il toponimo che l’architetto gli attribuisce sin dalla fondazione) è il primo dei tre ponti dell’acquedotto. Costruito con 4 archi bugnati, un’altezza di 6 metri e una lunghezza di 130 metri, ai fronti opposti dell’arco centrale presenta due lapidi celebrative, con le quali si dedica la costruzione a Re Carlo e a sua moglie Amalia. La prima pietra, come si legge dall’iscrizione, fu posata nel 1753. La struttura in elevazione è interamente in conci di tufo con i giunti, in origine, listati a calce. Il suo compito era essenzialmente quello di assicurare livello costante alla conduttura. Per questo, non presenta un vero camminamento superiore. Il cancello che oggi divide il percorso in due è, invece, un’aggiunta postuma.
  • Ponte della Valle di Durazzano: secondo tra i tre ponti dell’acquedotto, è indicato nelle carte topografiche con il nome di Ponte Taglione e nella tradizione popolare conosciuto con il nome di Ponte Tagliola. Come suggerisce il nome, esso è posto nel territorio di Durazzano e congiunge la strada provinciale Durazzano – Sant’Agata de’ Goti con le pendici del monte Longano.
    Il Ponte è costituito da 4 archi a tutto sesto per una lunghezza di 60 metri e un’altezza, nell’arco più alto, di 16 metri.
  • Ponte della Valle di Maddaloni: Il ponte, conosciuto anche come I ponti della Valle costituisce uno dei principali snodi dell’acquedotto carolino. Esso, attraversando la Valle di Maddaloni, congiunge il monte Longano e il monte Garzano. Il ponte, su modello degli acquedotti romani, è costituito da una possente struttura in tufo a tre ordini di arcate, poggianti su 44 piloni a pianta quadrata, per una lunghezza di circa 500 metri e un’altezza di circa 50. Al momento della sua costruzione, infatti, era il ponte più lungo d’Europa. Oggi si conserva ancora perfettamente e, infatti, è patrimonio mondiale Unesco dal 1997, insieme all’intero acquedotto, alla Reggia e al complesso di San Leucio.
    Alla base del ponte vi è anche un monumento ai caduti, inaugurato nel 1899, e contiene i resti del soldati defunti nella battaglia del Volturno.

La quasi totalità dei 38 chilometri dell’acquedotto è nascosto, sepolto. Pochi sono i punti in vista, come questi 3 ponti. Ma valgono assolutamente una visita!

Maria Anna Ambrosino

Laureata in Storia e Critica d'arte presso l'Università degli Studi di Salerno. Borsista presso ISISLab all'Università degli Studi di Salerno. Social Media Manager e gestore delle attività del Progetto Hetor. Open Data specialist.

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