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In vino veritas

Miti e leggende sui vini campani.

 

La Campania è una terra ricca di curiosità e leggende che impregnano tutta la sua storia. Ed è altrettanto ricca e fertile la sua terra, dove si producono uve che danno vita a vini pregiatissimi.

Ecco alcune leggende sui vini prodotti nella nostra terra.

 

Casavecchia di Pontelatone

Il Casavecchia di Pontelatone ha acquisito negli anni un consenso sempre crescente da parte dei consumatori, tanto da diventare da prodotto di nicchia un vino sempre più apprezzato e, da novembre 2011, si fregia della Denominazione di Origine Controllata.

Eppure questo eccellente vitigno ha rischiato di non arrivare fino ai nostri giorni. Infatti la tradizione racconta che, dopo una tremenda epidemia che sterminò gran parte delle viti della zona, un contadino trovò un grosso ceppo di vite ancora vivo nei pressi di un rudere di una vecchia casa in località Ciesi, a Pontelatone.

Il contadino iniziò a riprodurre la vite, favorendone la diffusione nei vicini comuni di Castel di Sasso, Formicola, Liberi, Piana di Monte Verna, Caiazzo, Castel Campagnano, Ruviano, dove ancora oggi è prodotta.

Da quel momento la gente del posto iniziò a dire in gergo dialettale l’uva ‘e chella casa vecchia riferendosi proprio a quell’uva, da cui derivò il nome Casavecchia.

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Dunque, se oggi tutti possono bere un calice di Casavecchia, lo si deve, secondo quando riporta la tradizione locale, all’intuizione di Prisco Scirocco, l’uomo che trovò il suddetto ceppo di vite, intorno alla fine del 1800, nei pressi della sua abitazione.

 

Falerno del Massico

Probabilmente il vino più celebre della storia, il Falerno del Massico, nell’antichità, era destinato alle tavole dei ricchi, era il vino degli Imperatori.

Gran parte dei poeti e scrittori latini, da Plinio a Marziale, da Orazio a Cicerone sino a Catullo hanno decantato ed esaltato le sue qualità.

L’area di produzione è l’Ager Falernus, dove viene prodotto tutt’ora e corrisponde a cinque comuni: Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole.

Nonostante il riconoscimento ufficiale D.O.C. sia arrivato solo nel 1989, il Falerno è considerato come il vino che ha ottenuto per primo una precisa identificazione, come attestano i ritrovamenti di anfore usate per il suo commercio, provviste di etichette con inciso anno, tipologia e zona di origine, corredate da timbro e ceralacca sui tappi, per garantirne l’autenticità.

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Varie sono le leggende che si sono tramandate nei secoli su questo vino.

La storia lo fa risalire alla guerra fra Roma e Cartagine, mescolando avvenimenti reali e misticismo: il Dio Bacco, in viaggio, stanco ed affamato, si fermò alla porta di un vecchio contadino, Falernus. Il vecchietto dimostrò il massimo dell’ospitalità che il Dio potesse chiedere, offrendogli da mangiare e da bere in grandi quantità, totalmente ignaro di chi avesse di fronte.

Alla fine, il Dio Bacco, colpito da tanta generosità, si manifestò nelle sue reali sembianze al contadino, trasformando tutte le bevande che aveva in vino. Non contento, il Dio trasformò poi tutto il declivio del monte Massico in un florido vigneto.

Un’altra leggenda vuole invece che la pigiatura di questo vino, vista la sua importanza, fosse eseguita secondo un rituale codificato, in cui gli schiavi pigiavano l’uva danzando al ritmo di musiche sacre. Il prodotto poi, veniva lasciato invecchiare numerosi anni prima di consumarlo, con l’aggiunta di acqua di mare, spezie e miele.

 

Lacryma Christi

Il Lacryma Christi D.O.C. è il vino prodotto con le uve auctone del Vesuvio, conosciuto già ai tempi degli antichi Romani. Infatti le prime testimonianze della coltivazione dell’uva sul Vesuvio risalgono al V secolo a.C.

Le radici di questi vitigni affondano nel terreno lavico, scuro e poroso, che ne determina le sue caratteristiche olfattive e le sue peculiarità.

Tante sono le leggende che avvolgono questo vino.

La più diffusa vuole che il suo nome sia legato alle lacrime di Cristo e alla storia di Lucifero: si dice che Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato da Lucifero dopo la sua caduta, pianse lacrime copiose e dalle sue lacrime nacquero i vigneti di questo vino.

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Una seconda leggenda racconta che Dio, camuffato da mendicante andò da un eremita fingendosi assetato, e che quando gli viene allungato il bicchiere di acqua, questo lo trasformò in nettare di vino.

Una terza leggenda narra che durante uno dei suoi pellegrinaggi, Gesù, trovandosi a risalire il Monte Somma, rimase colpito dalla bellezza del Golfo di Napoli, paragonandolo ad un piccolo Paradiso; ma allo stesso tempo, amareggiato dagli abitanti della zona, tutti peccatori, pianse lacrime amare. Alcune persone del luogo decisero di piantare lì dove il Messia aveva versato le sue lacrime tralci di vite, che in poco tempo si trasformarono in uve eccellenti e in ottimo vino.

Uscendo dalla sfera del sacro, un’altra leggenda lo vede legato al Dio del vino Bacco che, come conferma un affresco che lo ritrae, ora conservato nella casa del Centenario a Pompei, “Haec iuga quam Nysae colles plus Bacchus amavit” ovvero “Bacco amò queste colline più delle native colline di Nisa”.

Una cosa è certa: oggi come ieri il Lacryma Christi è uno dei vini più apprezzati della Campania, dal gusto unico e corposo.

 

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Conoscete altre leggende sui vini della nostra regione? Condividetele con noi!

Vanja Annunziata

Laureata in Discipline delle Arti Visive, della Musica e dello Spettacolo presso L'Università degli Studi di Salerno. Borsista presso ISISLab all'Università degli Studi di Salerno. Social Media Manager e gestore delle attività del Progetto Hetor. Open Data specialist.

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